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Jannacci: ricordo parmigiano di un artista che andava dritto al cuore

Jannacci: ricordo parmigiano di un artista che andava dritto al cuore
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Il mondo della musica piange Enzo Jannacci (e con lui anche Franco Califano, scomparso 24 ore dopo). Nel 2006, Jannacci fu protagonista di una serata all'auditorium Paganini. Ecco come la descrisse sulla Gazzetta di Parma Fabrizio Marcheselli

Fabrizio Marcheselli (Gazzetta di Parma -  22 maggio 2006)

 

Quando le cose non vanno come si vorrebbe, si torna alle origini. Lo ha fatto anche Enzo Jannacci, che, scontento della discografia e del «degrado culturale» d'oggi, ha ripescato le sue canzoni in dialetto milanese, le ha raccolte in un cd intitolato come il giorno del suo settantesimo compleanno (Milano 3-6-2005) e le ha reinterpretate dal vivo sabato sera all'Auditorium Paganini. 
Due ore di monologhi tragicomici apparentemente farneticanti, ma in realtà lucidissimi, e di musica quasi sempre crepuscolare, suonata straordinariamente da sei musicisti e cantata «da brividi» da Jannacci, che con la sua voce rotta ha «toccato il cuore», proprio come aveva promesso alla «Gazzetta» martedì scorso. Il fatto che sia arrivato dritto al cuore è dimostrato dai fitti applausi, anche da parte di chi avrebbe gradito una scaletta meno «milanese» e più imperniata sui grandi successi. 
Il recital, inserito nella rassegna «Controtempi» (che giovedì alle 21.30 si sposterà al circolo Argonne con un incontro dedicato a Bob Marley da Alberto Castelli e Bunna degli Africa Unite), avrebbe meritato più di 500 spettatori, sia per la qualità espressa che in virtù della presenza dell'Avis Parma, co-organizzatrice per festeggiare il suo sessantesimo anniversario, «un lungo cammino cominciato nel 1946», come ha detto a inizio serata la presidente comunale Cristina Sassi, sul palco con l'assessore Arturo Balestrieri e con la conduttrice Mascia Foschi. 
«Ho fatto il chirurgo per tanti anni e so cosa significhi non trovare il sangue»: così Jannacci ha manifestato vicinanza all'Avis. I brani in milanese del suo spettacolo sono stati tradotti in italiano su un maxischermo... ma le traduzioni simultanee sarebbero state utili anche per i parlati di Enzo. Curati dal figlio Paolo, alla fisarmonica e al pianoforte, gli arrangiamenti hanno valorizzato le melodie e la drammaticità dei testi, storie di povertà e di guerra acuite dalla tromba lancinante di Daniele Moretto e dal sax tenore di Michele Monestiroli (talvolta all'armonica), oppure pacificate dai morbidi fraseggi pianistici e dalla chitarra di Sergio Farina, sulla sezione ritmica mai invasiva di Marco Ricci al basso e Stefano Bagnoli alla batteria. 
«Una volta uno sognava di fare l'astronauta, l'ingegnere... Adesso la risposta univoca è diventare famoso, fare tanti soldi e andare in tv!»: allergico ai reality show, Jannacci ha illustrato la propria amarezza e precisato che «non è che non mi piaccia il personaggio Berlusconi, ma il pensiero di Berlusconi che ha creato il degrado culturale». Cercando conforto nella Milano delle radici e del compianto amico Beppe Viola, il cantautore ha quindi intonato i propri brani Ohe! Sun chi, El me indiriss, Chissà se è vero, Per un basìn, 6 minuti all'alba in omaggio alla Resistenza, Andava a Rogoredo, l'inedito Dona che te durmivet, El purtava i scarp del tennis, L'era tardi e pure Ma mi, classico a firma di Strehler-Carpi. 
Sprazzi, poi, di allegria e cabaret, soprattutto nel finale con Faceva il palo (nella banda dell'Ortica, ma era sguercio) e La vita l'è bela, intervallate dalla commovente Vincenzina e la fabbrica. 

Ed ecco come Jannacci aveva anticipato quel concerto, sempre a Fabrizio Marcheselli per la gazzetta, pochi giorni prima con una intervista:

Felice di cantare in teatro, ma deluso dalla gente «imbevuta di televisione e sottocultura», Enzo Jannacci fa esplodere la sua rabbiosa dolcezza in un imperdibile concerto sabato prossimo alle 21.30 all'Auditorium Paganini.
L'evento, realizzato con l'Avis Parma ( rientra nella rassegna «Controtempi».

Negli ultimi trent'anni Jannacci si è esibito più volte a Parma: prima in una specie di Teatrotenda all'ex Eridania, poi nell'89 in piazza Duomo, nel '95 al Dadaumpa per inaugurare il cabaret di «Casa Kessler», al Campus con Chiambretti per il programma tv Il laureato, alla Festa provinciale de «l'Unità» allo Spip... Ogni tanto Enzo viene notato a Bosco di Corniglio, dove pare abbia una casa.

Sabato farà un concerto legato ai suoi successi?

«Sì, ne sceglierò una quindicina - ha risposto Jannacci alla 'Gazzetta' - e con me avrò mio figlio Paolo alla fisarmonica, al piano e alla chitarra, Sergio Farina alle chitarre, Marco Ricci al contrabbasso, Daniele Moretto e Michele Monestiroli ai fiati. Dirò cose, non molte, sui pezzi in dialetto milanese del mio ultimo cd Milano 3-6-2005, che saranno comunque tradotti sui video. Canterò anche qualche inedito in italiano come Donna, tu che dormivi e Rien ne va plus».

Sta per pubblicare un nuovo disco?

«I tre o quattro inediti sono per un mio 'best of' che uscirà a ottobre in due cd da diciassette pezzi: uno con i brani che preferisco, da Se me lo dicevi prima a No, tu no, da L'Armando a Parlare con i limoni, e l'altro con i migliori brani degli ultimi tre dischi che ho presentato al Premio Tenco, cioè Come gli aeroplani, L'uomo a metà e Milano 3-6-2005. Quando ero negli Stati Uniti avrei fatto bene a dar retta a Stevie Wonder che mi diceva: 'Non si fa un long playing con dodici pezzi belli. Tienili nel cassetto!'. Oggi, come allora, la gente compra un album se c'è un pezzo trainante e strano: a me è capitato con Ci vuole orecchio, che non era granché».

Il «best of» con inediti lo prepara ora?

«Sto per incidere Bartali con Paolo Conte: ci tengo molto e lui arriva apposta dalla Germania. Due pezzi li ho già registrati e al resto penserò in settembre negli studi di Mauro Pagani. Purtroppo i dischi costano tanto e noi (l'etichetta di Jannacci è l'Ala Bianca, ndr) non siamo la Warner o la Bmg, che si sono arricchite sulla mia pelle!».

Non ama le major...

«Non capiscono niente. La Warner ha pubblicato L'uomo a metà all'inizio della guerra in Iraq e appena il povero Giorgio (Gaber) è mancato, per cui non si sa neanche che quel disco esista! La discografia non mi interessa più. Io vado nei teatri a far sentire le mie cose più di cuore, che non sono roboanti come il concerto del 1º Maggio a Roma: ci sono stato un anno fa e mi ha fatto schifo. Non è più la festa dei lavoratori, ma del baccano dei gruppi con batteristi più o meno anonimi!».

Cosa, invece, le è piaciuto di più in mezzo secolo di carriera?

«Cantare Vincenzina e la fabbrica ai malati di Alzheimer o a tremila persone che stanno zitte, oppure prendere il premio che l'assessore della Provincia mi dà alla Scala per i miei cinquant'anni come medico e 'trattatore' di temi sociali».

Esercita ancora la professione di medico?

«Sì, non più il chirurgo, ma, siccome sono anche specializzato in cardiologia, il cardiologo d'urgenza».

Fabrizio Marcheselli
 

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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