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Film recensioni - Miele

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 Filiberto Molossi

L'angelo della morte abita davanti al mare: forse perché nel ritmo mai uguale delle onde cerca un ordine delle cose, lo spiraglio di una pace che è un ricordo smarrito (e lontano, distante) che ha lo stesso colore dei vecchi filmini delle vacanze. Ha grandi occhiali da sole dietro cui nascondersi, l'angelo, i capelli corti e nemmeno un nome: ma guanti di gomma, mute per nuotare e cuffie in cui alzare il volume per separarsi da un mondo che muore: quello che guarda da vetri smerigliati oppure trasparenti, magari domandandosi in quale parte si trova di quel grande e muto acquario.
Si muove in punta di piedi, con  pudore,  garbo e attenzione, nella terra di nessuno del dolore, dove non sono ammessi i verbi al futuro (o la parola arrivederci) e lo strazio cammina al passo dell'addio, il primo (e bello assai) film da regista di Valeria Golino, debutto intimo e coraggioso che bussa all'anticamera della fine, tra stanze borghesi in cui vecchie canzoni risuonano per l'ultima volta. In perenne fuga da sè tra i non luoghi dell'anima (corriere, bus, metro, aerei...), là dove la malattia è più invisibile e il libero arbitrio diventa, oltre che questione etica, eresia.
E' un film sull'eutanasia, «Miele», tema complesso e irto di spine a cui la regista, dimostrando una maturità di linguaggio ben superiore a quella dell'esordiente, si approccia in modo personale e intimo, ma è anche - e, ci piace pensarlo, soprattutto - il breve incontro tra due solitudini, tra due persone (prima che personaggi) inedite e magnifiche, anche nella loro, fonda e precaria, debolezza. Lei è Miele, ex studentessa sradicata che dietro pagamento mette in condizione i malati terminali di porre fine alla propria sofferenza; lui, invece, è un ingegnere che non ha più interesse nella vita e se ne fotte della bruttezza. Lui vuole morire, lei, invece, vorrebbe salvarlo: salvando magari anche se stessa...
Ispirato al romanzo di Covacich «A nome tuo», girato bene, stretto sui volti, e montato anche meglio, secco e privo di ripensamenti, «Miele» (interpretato da Jasmine Trinca e Carlo Cecchi, bravissimi) affronta senza pregiudizi il tabù della morte (e di scelte non scelte) scuotendo lo spettatore dalla sua passività nel trasformarsi nella variabile di un'equazione imperfetta, in bilico sul segreto di uno sfarfallio, di un'aritmia, di un dubbio, di una carezza. Di gesti minimi ed enormi insieme che soffiano su una speranza che rifiuta di morire: là dove la vita è un palazzo che poggia sul vento. E il sorriso un'utopia in cui vale ancora la pena di credere.
Giudizio: 4/5
 
SCHEDA
REGIA:  VALERIA GOLINO
 SCENEGGIATURA:  FRANCESCA MARCIANO, VALERIA GOLINO, VALIA SANTELLA DAL ROMANZO «A NOME TUO», DI MAURO COVACICH 
FOTOGRAFIA: GERGELY POHARNOK
INTERPRETI:  JASMINE TRINCA, CARLO CECCHI, LIBERO DE RIENZO, VINICIO MARCHIONI, IAIA FORTE
GENERE:   DRAMMATICO
Italia 2013, colore, 1 h e 36'
DOVE: ASTRA
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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