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Sorrentino aggiorna "La dolce vita"

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 NOSTRO INVIATO

Filiberto Molossi
Viaggio al termine della notte: là dove anche la morte è una recita e il mare è sul soffitto. E nulla resta, tra squarci di bellezza e uno squallore infinito: se non il ricordo di una ragazza che aveva l'odore dei fiori. E poche altre briciole di vita: rimaste sepolte sotto un continuo chiacchiericcio,  nell'eterno bla bla di questi tempi vacui, inutili, annoiati, inermi, vuoti. Comincia con un colpo di cannone e ha la stessa, impressionante, potenza - e la medesima urgenza di farsi ascoltare -, il magnifico film che Paolo Sorrentino ha portato a Cannes, una splendida e amarissima liturgia laica sul niente che siamo, un bellissimo film, in cui tutto è immaginario eppure è tutto vero, sull'Italia contemporanea (e sulle contraddizioni, feroci e devastanti, di una Roma che sopravvive, inconsapevole, a se stessa), ma soprattutto sul senso, sempre sfuggente, di un'eternità che è sempre un passo indietro, chiusa nel cassetto dove è rimasto il libro che non abbiamo mai scritto, in quell'altrove che non è in nessun luogo.
Party che sembrano quelli di Fiorito, discutibili performance teatrali, ricche signore che si scattano foto «per conoscersi meglio», altre che ascoltano solo jazz etiope, artiste bambine, pettinature pirandelliane, esorcisti che parlano solo di cucina, maghi che fanno sparire anche le giraffe, perché se non lo sai è solo e tutto un trucco: girato benissimo, con una forza visionaria e una capacità di astrazione che non ha uguali, «La grande bellezza» (già da oggi nelle sale) è un film definitivo sulla morte di un'epoca, una pellicola surreale e antinarrativa che si muove tra le canzoni della Carrà e il Dies irae, molteplici e coltissime fonti letterarie (Céline, Flaubert ma anche Moravia e Sodati) e ispiratissimi omaggi cinematografici (il Fellini de «La dolce vita», prima di tutto, ma anche quello di «Roma» e «8 1/2», ma anche «La terrazza» di Scola), sprazzi di sublime cattiveria e momenti di infinita malinconia. Itinerario immaginario ma realistico di un osservatore geniale del presente, il film del regista de «Il divo» lascia che il giornalista Jep Gambardella (Toni Servillo, bravissimo), moderno Virgilio di celeste misantropia, scrittore autore di un unico libro («L'apparato umano»), accompagni gli spettatori, con il cinismo di chi è stanco di sè, alla scoperta della sua vita e della sua Roma, tra incontri, feste, amori svaniti, talenti sprecati. Mentre la macchina da presa sembra non potersi dare pace e in costante movimento si volge in qualsiasi direzione trasformando lo sguardo curioso di un grande autore in una consapevolezza comune, in uno stato d'animo collettivo e condiviso quanto l'esperienza cinematografica.
E poco prima che «La grande bellezza» venisse proiettato per la stampa, Sorrentino - atteso oggi alla conferenza stampa - si è unito ieri pomeriggio anche al lungo, lunghissimo, e commosso applauso che ha salutato la prima mondiale del film di un'altra italiana di talento, Valeria Bruni Tedeschi, nuovo capitolo del personalissimo e autobiografico viaggio dell'attrice e regista adottata dalla Francia all'interno delle relazioni familiari, dei suoi vincoli, dei suoi segreti, delle sue abitudini, delle sue incomprensioni, delle sue piccole e grandi manie. Una pellicola, «Un chateau en Italie» (Un castello in Italia), in cui la Bruni Tedeschi mette con coraggio a nudo la commedia drammatica della sua vita, rivisitando per il grande schermo con grande naturalezza e altrettanta sincerità svolte e rovesci del suo vissuto (dalla relazione con Louis Garrel, interpretato da... Louis Garrel, alla morte per Aids dell'amato fratello Virginio, che qui si chiama Ludovico), mettendosi in gioco con ironia e senza reticenze. 
Un esperimento «dal vero» che ha contraddistinto anche i precedenti film dell'attrice italiana e che qui si risolve in un racconto attraverso le stagioni carico di umorismo, tristezza, momenti sbagliati, decadenza, affetto. Un (auto)ritratto empatico di una donna innamorata (e scombinata, un po' nevrotica, a volte vigliacca), tra Buscaglione e la pappa al pomodoro della Pavone (è sua l'esibizione in bianco e nero su cui corrono i titoli di coda), desiderio insopprimibile di maternità e frecciate divertenti a certe manifestazioni bigotte o semplicemente religiose. Mentre un albero cade e un altro prende il suo posto: e qualcosa, l'azienda dove tutto e' ricordo, finisce per sempre e qualcos'altro forse può ricominciare. 

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