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Ferrari: magia, fantasia e fascino dei burattini

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Francesca Ferrari

L'incontro con la storica compagnia I Burattini dei Ferrari è proprio nel loro laboratorio, a fianco del museo «Il castello dei Burattini - museo civico Giordano Ferrari». Daniela Ferrari, avvenente e moderna burattinaia, ci accoglie con la simpatia e la solarità tipica delle donne emiliane e ci accompagna in questa che è la sala prove dei loro spettacoli. Ovunque i  colori,  i drappi e i  materiali  a loro necessari per creare le giocose meraviglie  che li hanno resi famosi. Un luogo creativo e vitale, dal fascino antico ma non demodé. Chi parla sono la stessa Daniela e Giordano Ferrari, rispondendo in perfetta sintonia,  ognuno offrendo il lancio all’altro,  come in un immaginario scambio di battute di un loro spettacolo. L’inizio, però, se lo aggiudica la grintosa Daniela (e non poteva essere altrimenti). 

120 anni di attività per la Compagnia Ferrari e le sue maschere a cui dedicherete domani alla Corale Verdi, nell’ambito del Festival internazionale dei burattini, uno spettacolo speciale. Di cosa si tratta?
«Partirei dal titolo “Centoventi - ovvero la realtà della fantasia”: “centoventi”, gli anni di attività, anche se a dire il vero sono qualcuno in più, “la realtà” perché siamo una realtà del teatro di animazione, “della fantasia”, perché i burattini sono il trionfo della fantasia. Questo spettacolo vuole essere un omaggio alla famiglia Ferrari e alle 4 generazioni di burattinai che l’hanno composta. Presenteremo non un pezzo di repertorio, ma il meglio dei Ferrari, soprattutto degli ultimi 35 anni quando si è definito maggiormente il nostro stile. Attingendo da una eredità importante, abbiamo scelto le scene migliori, quelle più amate da noi e dal pubblico. Vedrete parti coreografiche, parti comiche, e parti cantate, più prettamente musicali. Non ci sarà, quindi, un solo soggetto. Sarà un varietà vero e proprio, diviso in due atti, dove si spazierà in più generi: dal romantico, al comico, alla fiaba. L’effetto sorpresa è garantito, e il bello di questo spettacolo è proprio questo: può essere cambiato ogni volta. Anticipiamo che si sta già pensando di creare un “Centoventi” più ridotto da offrire ai visitatori del museo». 

Voi avete fatto la storia del teatro d’animazione italiano. Qual è la vostra forza?
«La nostra forza è data dal pubblico. Un pubblico che abbraccia sempre 2-3 generazioni, come può accadere ai concerti di qualche famoso cantante evergreen. Lo stesso è nei nostri spettacoli. Come diceva il bisnonno Italo “Questo è lo spettacolo dei piccoli che piace ai grandi”». 

Spesso organizzate tournée all’estero, riscuotendo sempre un notevole successo. Quanto ha influenzato il vostro lavoro il venire a contatto con realtà culturali molto lontane da quella strettamente parmigiana o italiana?
«Non ci ha influenzato in nessun modo, semmai è l’esatto contrario. Noi portiamo la nostra unicità per non snaturarci. La lingua è, poi, una barriera facilmente superabile nel teatro di animazione. Gli spettacoli che allestiamo all’estero sono soprattutto visivi, coreografici, cerchiamo di prediligere spettacoli legati alla Commedia dell’arte e non quelli più connotati a livello regionale, e comunque, agevoliamo sempre con un foglio di sala che riporta la traccia tradotta. Di recente siamo stati a Bruxelles dove abbiamo presentato uno spettacolo dal taglio didattico: in un caso come questo si è, però, resa necessaria la traduzione in lingua».  

I testi sono per la maggior parte tratti da antichi canovacci della Commedia dell’arte, dove le maschere emiliane e venete sono protagoniste. Quale tra queste, secondo voi, rappresenta al meglio i tempi in cui viviamo?
«Sì, i burattinai sono stati i salvatori, o meglio, i continuatori delle classiche maschere della Commedia dell’arte a cui hanno aggiunto i caratteri come Fasolino, Sandrone e tanti altri. Chi, però, meglio incarna la nostra epoca è sicuramente Bargnocla per il suo spirito coraggioso, per il suo carattere sopra le righe, l’anarchia che ha in sé. E’ un perdente ma dal piglio ironico, è un personaggio liberatorio. Non è un caso che, spesso, chi vuole vedere i Ferrari vuole vedere Bargnocla». 

La famiglia collabora attivamente con il Castello dei Burattini, dove si può ammirare una straordinaria collezione di burattini, marionette oltre a una raccolta di testimonianze della vita e dell’attività di generazioni di burattinai. Quanto è significativa la creazione di un luogo come questo, in un’epoca come la nostra? E perché può essere educativo visitarlo?
«Nel museo sono esposti pezzi dal 1500 ad oggi. Pezzi storici importanti anche di grandi scultori. La cosa bella è vedere la gente che rimane incantata davanti al legno scolpito. Noi abbiamo voluto fare di più: offriamo  uno spettacolo all’interno del museo, per dare vita ai pezzi esposti, dargli un senso storico e fare capire le diverse tecniche di animazione. “La favola delle teste di legno” è lo spettacolo che abitualmente proponiamo,  dove mostriamo queste tecniche in forma teatrale. Aggiungiamo che i visitatori sono spesso adulti e così il museo, uno dei più visitati a Parma, anche dai turisti stranieri, sfata il falso mito “burattino=bambino”».

L’ultima domanda vuole essere una provocazione. Cosa direste a un ragazzino playstation addicted per convincerlo ad abbandonare il suo passatempo preferito e venire ad assistere al vostro spettacolo?
«Quando i ragazzi vengono ad assistere a un nostro spettacolo, dopo 3 minuti sono sempre catturati dall’azione teatrale. Ma se dovessimo convincere un “reticente” diremmo: vieni a vedere la magia dal vivo. La vera magia è qui, se hai la volontà di lasciarti stupire dalle cose semplici».

Qualche anticipazione sui vostri progetti futuri?
«L’anno prossimo festeggeremo i 100 anni dalla nascita di Bargnocla, e pensiamo di curare, proprio nel 2014, un particolare allestimento dello spettacolo “Bargnocla in cuccagna”. Anche questo sarà un vero omaggio al nostro amato burattino».
 

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