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Il Verdi di Placido: "Un rivoluzionario oltre la musica"

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Daniela Giammusso
«Un grande rivoluzionario, deluso dalla politica. Ma anche un uomo segnato da un grande dolore». Dopo Trilussa, Padre Pio e Aldo Moro, Michele Placido diventa Giuseppe Verdi, genio nazionale e padre del melodramma italiano, per un omaggio teatrale al Maestro nell'anno del bicentenario della nascita. Un ritratto diretto e interpretato per il Teatro dell’Opera di Roma in «Un bacio sul cuore – Le donne nella vita e nella musica di Verdi» pièce che debutterà in prima nazionale venerdì 9 e sabato 10 agosto, chiudendo la stagione delle Terme di Caracalla (il 13 sarà poi al Festival Pucciniano di Torre del Lago). In scena, la grande storia d’amore tra Verdi e la sua seconda moglie, il soprano Giuseppina Strepponi, interpretata da Isabella Ferrari.
«E' una sorta di Scene da un matrimonio», racconta Placido, che dello spettacolo, insieme a Giulia Calenda, firma anche la drammaturgia. Alla base del racconto, il folto epistolario tra moglie e marito. Centinaia di lettere, che ripercorrono mezzo secolo di vicende private, musica e storia d’Italia, dal primo incontro all’epoca del debutto con «Oberto conte di San Bonifacio», al trionfo del «Nabucco», di cui la Strepponi fu la prima interprete, fino all’esilio d’amore a Parigi e alla lunga vita coniugale a villa Sant'Agata. Donna libera, madre di tre figli illegittimi che mantenne da sola con il proprio lavoro, già musa di Donizetti, la Strepponi sposò Verdi nel 1859 (dopo la morte della prima moglie Margherita Barezzi e dei loro due figli), gli aprì le porte dei salotti parigini e gli rimase accanto fino alla fine dei suoi giorni, nel 1897.
«E' lei la vera protagonista della pièce», prosegue Placido, nel pieno delle prove dello spettacolo, che vedrà in scena anche Luli Bitri, Erika D’Ambrosio, Damiano Ottavio Bigi del Tanztheater di Pina Bausch e la colonna sonora di Luca D’Alberto. «Verdi e la Strepponi - dice - si amavano, litigavano, avevano i loro silenzi. Noi abbiamo cercato di essere leali, anche sui pettegolezzi. Non ci spingiamo a dire se ci furono davvero tradimenti, ad esempio con la cantante Teresa Stolz. Ma chiuderemo a sorpresa con un’ultima lettera della prima moglie».
Ma al di là del genio musicale, qual è il Verdi che si scopre nelle lettere?
 «Un uomo dai risvolti, soprattutto intimi, che non conoscevo - risponde Placido -. Fu un vero rivoluzionario, che scrisse le regole del palcoscenico e della stesura dei contratti. E che si è inventato i diritti d’autore all’estero. Un agricoltore all’avanguardia, molto oculato, che però impiegava i suoi soldi per costruire un ospedale per gli infortunati sul lavoro. All’inizio è anche un grande patriota, poi rimane deluso. Sembra quasi guardi la politica di oggi».
«Casualmente», il 6 settembre in Piazza Grande a Modena, Placido sarà protagonista anche di «Vincerò», omaggio a Luciano Pavarotti a sei anni dalla scomparsa. Poi lo attende lo «Zio Vanjia» diretto in teatro da Marco Bellocchio e un nuovo film in Francia dopo «Il cecchino».
Ma il suo Verdi potrebbe approdare anche in tv?
«Una fiction la diresse già Castellacci - riflette Placido -. Lì però non c'era il suo lato più intimo. Per tutta la vita Verdi ha convissuto, tacendo, con il dolore crudele della perdita della prima moglie e dei figli. Un ricordo che secondo me è tornato prepotentemente in vecchiaia e che era alla base di alcuni dissapori con Giuseppina. Rimasto ancora vedovo e solo con tanta sofferenza, credo che negli ultimi giorni quasi desiderasse andarsene. Per alcuni aspetti mi ha ricordato Mario Monicelli».

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