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Gatti al Regio: "Per Verdi e Wagner"

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Gian Paolo Minardi
Il mio primo ricordo di Daniele Gatti mi porta ad anni lontani, quando il giovane maestro milanese insegnava a Parma, presso il nostro Conservatorio, subito circondato dall’entusiasmo dei giovani allievi, attratti e sollecitati dal talento che negli ambienti milanesi l’esordiente direttore aveva saputo manifestare, come un’autentica rivelazione, per la nettezza e il virtuosismo dell’approccio: sull’onda della lezione di Abbado, si diceva.
L'esperienza parmigiana
Cos’ha conservato di quella vicenda nella nostra città, dove ora torna (i concerti del 30 e 31 ottobre, a suggello del Festival, ndr) con il ricchissimo bagaglio di una straordinaria esperienza ? Il richiamo a quegli anni suscita nel maestro Gatti un senso di particolare emozione, non senza un’ombra di nostalgia: «Un periodo magnifico! Tre anni bellissimi. Non ero ancora diplomato quando Marcello Abbado, direttore del Conservatorio di Milano mi disse che Piero Guarino, direttore a Parma, gli aveva chiesto la mia disponibilità a tenere i corsi di direzione d’orchestra, cosa che accettai con entusiasmo, ricambiato poi dalla risposta degli allievi, con alcuni dei quali conservo tuttora un rapporto di amicizia, Benzi, Arrivabeni, Bombonati. Devo dire che da quell’esperienza, resa attiva anche dall’opportunità di lavorare con un’orchestra, grazie anche alla generosità del maestro Veneri, ho imparato molto in quanto proprio le domande che mi rivolgevano gli allievi rappresentavano uno stimolo a chiarire certi aspetti direttoriali che la mia naturale disposizione non aveva ancora messo a fuoco».
Verdi e Wagner
 Un ritorno a Parma quello di Gatti che reca un suggello bilanciato a questa edizione del Festival Verdi, nell’anno in cui oltre a Verdi di celebra anche Wagner: ecco allora un significativo omaggio a due dimensioni: che è una linea che contrassegna più ampiamente la sua attività, pensando ai «Maestri cantori» presentati quest’anno a Salisburgo e alla «Traviata» che inaugurerà il prossimo dicembre ( quindi ancora, pur di misura, nell’anno verdiano) la stagione della Scala. Un modo anche per decantare certe polemiche, a mio parere, banalmente inutili.
 «Non c’è dubbio: sono particolarmente contento di eseguire a Parma sia Verdi che Wagner partendo da Parigi e dalla considerazione di cosa rappresentasse nell’ottocento Parigi, il centro musicale più prestigioso e più ambito d’Europa, vale a dire movendo da un arco visuale più ampio e più comprensivo, dove sia la presenza di Verdi che di Wagner è stata particolarmente intensa»
Le orchestre
La sua è stata una carriera che ha preso le mosse dall’Italia – 1992-1997 a Santa Cecilia, 1997 – 2007 al Comunale di Bologna - per aprirsi più decisamente su un orizzonte europeo: Opernhaus di Zurigo, Royal Philharmonic Orchestra, ora, dal 2008 direttore musicale dell’Orchestre National de France che dirigerà nei due appuntamenti parmigiani. Senza dire, naturalmente, della collaborazioni più libere, con tutte le grandi orchestre, dai Wiener ai Münchner, dalla Boston alla Staatskapelle Dresden ecc. ecc. Viene naturale chiederle come un direttore, lei ovviamente, si rapporti con organismi che presentano caratteri e personalità decisamente spiccati: si tratta di un dare e avere reciproco? Mi riferisco in particolare, pensando al bellissimo disco debussyano uscito recentemente per i tipi della Sony, a quanto lo ‘strumento’ francese abbia contribuito a ricreare una visione particolare, quale quella da lei impressa alle pagine del grande musicista. Lo stesso per il Mahler, autore da lei assai frequentato, nella diversa lettura attraverso lo specchio sonoro di orchestre diverse.
«In effetti il lavoro con l’orchestra francese per quanto riguarda Debussy, autore che fino ad allora avevo diretto ma senza particolare frequenza, mi ha invogliato ad approfondire certi aspetti della poetica del musicista, filtrandolo all’interno del tessuto per individuare quei particolari snodi strutturali che spesso la più generica visione impressionistica ha finito col celare. Lo stesso devo dire per il “Sacre” stravinskiano, che pure ho diretto con altre importanti orchestre: non c’è dubbio, infatti, che il grande sinfonismo di Stravinskij sia passato attraverso l’esperienza francese, il suono francese».
Nel santuario di Bayreuth
Pochi direttori italiani sono entrati nel santuario di Bayreuth: lei è il quinto, dopo Toscanini, De Sabata, Erede e Sinopoli, con un «Parsifal» che è stato ripreso per tre anni consecutivi, con rinnovato successo, di pubblico e di critica. A parte l’importanza della chiamata, cosa ha significato per lei dirigere a Bayreuth, proprio in rapporto alle peculiarità della musica wagneriana e alle particolari rispondenze acustiche di quel teatro.
«Un’esperienza certamente unica: ricordo l’immersione totale nel Parsifal la prima volta che approdai a Bayreuth; sei ore ininterrotte di lavoro! La prima prova fu disarmante: non avevo capito niente! La ragione era dovuta alla particolare collocazione dell’orchestra in buca, coperta rispetto al palcoscenico dal quale, durante quella prima prova giungevano al telefono richieste di dinamiche del tutto opposte a quelle che chiedevo all’orchestra. Poi, messo a fuoco questo fondamentale problema di equalizzazione, tutto si è risolto. Ogni volta che sono ritornato, tutto mi pareva naturale»
Il «teatro di regia»
Soffermandoci in particolare sull’esperienza teatrale non possiamo ignorare due aspetti assai cruciali: quello delle voci e quello delle regie. Dalla sua ormai pluridecennale attività, soprattutto in rapporto al suo lavoro a Zurigo, teatro tra i più avanzati riguardo la modernità degli allestimenti, come si rapporta con il cosiddetto «teatro di regia»?
«Ho avuto occasione di lavorare con Graham Vick per un Otello che il regista inglese aveva ambientato nella contemporaneità, con chiari riferimenti a situazioni politiche attuali, tuttavia mi resi conto che questa impostazione non tradiva le ragioni musicali per cui tutto funzionò al meglio. E questo mi pare un principio insuperabile, anche se per Verdi non mi sembra appropriata la sovrapposizione dell’attualità; penso piuttosto ad una ambientazione atemporale, non giocata sul rapporto spazio-tempo ma piuttosto sulla dimensione ‘morale’, sul lavoro di scavo attorno al personaggio. Altro interrogativo, più complesso e problematico, è quello della cosiddetta ‘ voce verdiana’; molti anni fa, a Londra in particolare, ho diretto alcune opere del primo Verdi, ‘Giovanna d’Arco, Due Foscari, Masnadieri, osservando come in questi lavori del giovane compositore vi sia sempre un desiderio di una ricerca che va al di là degli schemi consolidati. Lui che viene da una tradizione belcantistica che cerca di superare in una direzione di più pregnante espressività. Significative certe lettere in cui chiede voci non ‘belle’ ma ‘sforzate’ , critico verso certi cantanti celebrati proprio per la loro ‘bellezza’: ma com’erano realmente quelle voci? Dubbi e interrogativi tra cui si muove l’interprete oggi».

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