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ITALIA-SPAGNA

Dobbiamo infilarci nei loro errori

"La classe non è acqua" di Roberto Perrone

Dobbiamo infilarci nei loro errori
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E' stata una lunga attesa, speriamo non sia stato un lungo addio. Italia-Spagna, ottavo di finale di Euro 2016 va finalmente in scena a Saint-Denis, lo stadione nella banlieu parigina. Antonio Conte è arrivato alla sfida schierando l’Italia B contro l’Irlanda e non è andata bene. Appartengo al partito di chi pensa che vincere aiuta a vincere e perdere, anche se non c’è in palio nulla, non fa bene al cuore. Anche la Spagna, nel suo grande, con tutti i titolari è andata a picco con la Croazia (una prece) ex “nazionale più bella dell’Europeo”. Vicente Del Bosque ha schierato all’inizio sempre gli stessi 11 e 6 di questi, De Gea, Piqué, Sergio Ramos, Juanfran, Busquets e Iniesta sono stati in campo per 270 minuti. Il nostro “descanso” non è servito a Candreva per recuperare, grave assenza, e non influirà sulla partita. La Spagna si muove di meno e quindi consuma meno.

Ecco, alle partite dentro o fuori, il gioco delle statistiche, delle rimembranze, delle interviste agli ex, delle analisi, degli incroci, perfino delle cabale (Barzagli, dopo quella di Italia-Svezia, ha trovato un’altra coccinella) giunge al culmine. E’ stato scritto e detto qualsiasi cosa possa essere utile a interpretare la sfida. Fine. Da parte spagnola c’è rispetto di facciata ma certezza della superiorità 2.0: non battiamo le ex Furie Rosse - meno furia e più ghirigori - in un grande torneo dal 1994, quarti ai Mondiali Usa. Fino a quel mezzogiorno di fuoco, in tutti i sensi, a Boston, per noi la Spagna era un po’ come la Germania: Mondiale o Europeo faceva una brutta fine. Poi è arrivato il “patto del jamon”, siglato dopo il successo al Mondiale Under 20 in Nigeria del 1999, tra un giovane portiere del Real Madrid, Iker Casillas, e un piccoletto del Barça, grande testa e piedi sopraffini, Xavi. Un’alleanza tra due differenti visioni ideologiche e calcistiche, che ha portato la Spagna a due titoli Europei e al Mondiale 2010. A Iker e Xavi si aggiunsero, strada facendo, Puyol, Sergio Ramos, Xabi Alonso, Iniesta, Busquets, Fabregas, Silva, Torres e tanti altri. Molti sono ancora qui.

In generale il confronto tra le due nazionali è pari, 10 vittorie a testa e 14 pareggi. Nel terzo millennio l’Italia è uscita sempre male dal confronto, ma ha fatto bene Buffon a ricordare che, a parte la derrota di Kiev (4-0) nella finale 2012, nelle altre occasioni il confronto è finito pari, deciso due volte (a loro favore) dal dischetto.

Dal 2012 Spagna e Italia sono cambiate. Pochi hanno ricordato che, alla vigilia della finale, le sensazioni erano tutte azzurre. Entrambe sono naufragate nel 2014 in Brasile, eliminate al primo turno. Del Bosque, confermato - da noi non sarebbe successo - ha ricostruito, se non la macchina da calcio totale di prima, sicuramente una squadra competitiva. Lo stesso ha fatto Conte, ma con un materiale tecnico inferiore, specialmente a centrocampo e attacco per mancanza di ricambi e infortuni. Iniesta è sempre lì, sempre micidiale. Morata, in fuga da Madama, è (quasi) l’attaccante completo che avviamo visto, a spezzoni, nella Juventus di Allegri, non citato nei titoli di coda. Il sistema spagnolo si è aggiornato anche perché è fatto dagli uomini. In mezzo al dominio del tempo e dello spazio ha intercapedini, distrazioni. Anche il nostro non è il solito catenaccio-contropiede da Dna calcistico nazionale. Chi ha seguito con attenzione lo svolgersi pratico del pensiero contiano non può non sapere che il contropiede è bandito. Il contropiede è roba per pochi, il secondo gol al Belgio, per dire, ha visto cinque azzurri all’attacco. Come abbiamo detto alla vigilia dell’Europeo ci dobbiamo puntellare sulla solidità del blocco arretrato della Juventus, sulla capacità di Conte di leggere/preparare le partite e di azzeccare i cambi (anche con Insigne nel finale di Italia-Irlanda aveva visto giusto) e sulla certezza che tutti, con lui, daranno il massimo. “Non siamo la vittima sacrificale, dovranno dimostrare di essere più forti di noi”. Alla fine, comunque, l’unica tattica perseguita con ostinazione è stata quella di spingerci in basso per scattare in alto, evocando il senso dell’impresa. Siamo arretrati fino a Giuseppe Meazza che tirò il rigore decisivo al Brasile (semifinale 1938) reggendosi i calzoncini con l’elastico rotto. I brasiliani avevano già prenotato il treno per Parigi e, di fronte alla richiesta italiana di cessione dei biglietti in caso di sconfitta, avevano risposto in modo tracotante che il caso non era contemplato. Dobbiamo infilarci nei loro errori, nelle loro distrazioni, avendo bene a mente che il calcio ruota invece proprio attorno al caso, agli episodi. La palla non è quadrata. Se l’Italia tirava meglio dal dischetto, nel 2008, ora saremmo qui a parlare di crudo Parma, altro che jamon.

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