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Ghiretti: "Una scarica di gioia"

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E' stato un ritorno in Italia trionfale per Giulia Ghiretti. Ieri, a Fiumicino, un’accoglienza spettacolare: all’atterraggio, il volo Alitalia, su cui viaggiava proveniente da Rio la delegazione italiana, è stato sorpreso dal «battesimo dell’acqua»: sulla pista, cannonate d’acqua da parte dei Vigili del Fuoco, in segno di festa.

Tra i 64 atleti rientrati ieri a Roma, c’era anche la campionessa parmigiana: nella sua valigia, una medaglia d’argento e una di bronzo. Per lei, subito dopo, il volo per Linate, dove ad accoglierla c’erano la cugina Sara e alcune amiche.

Quali sono le sensazioni, al rientro, dopo la prima Paralimpiade?

«Non mi sono ancora resa conto di quanto ho fatto. Me lo dicono e me lo scrivono gli altri, ma io credo di non aver ancora realizzato».

Tre finali su quattro gare disputate, tre nuovi record italiani, un argento, un bronzo. Se lo aspettava?

«No, per niente. Non era nemmeno nei sogni. Contavo di divertirmi e di fare del mio meglio, ma due medaglie non erano pronosticabili. Tutto merito di quei 50 farfalla».

La gara dell’esordio assoluto, dove è arrivato il bronzo. Cosa ha provato a guardare il tabellone?

«Quella è stata la gara. Punto. Una magia, qualcosa di perfetto. Non piango mai dopo una competizione, ma questa volta non riuscivo a smettere. Lacrime di gioia, ovviamente: ad ogni abbraccio, giù una nuova scarica di gioia incontenibile. Bellissimo».

Da lì in poi cosa è cambiato?

«Le persone mi prestavano molta più attenzione: ero una medagliata ai Giochi. Ma io, dopo l’emozione del momento, cominciavo solo a preoccuparmi».

Perché?

«Il giorno dopo avevo i 100 rana, la mia specialità. Mi presentavo da vicecampionessa mondiale ed europea, sapevo quanto valevo. Un conto però è fare risultato quando non sei nessuno, un altro è presentarsi come seconda del ranking e nuotare la batteria in corsia quattro, quella della favorita. Insomma: me la stavo facendo sotto».

Tra l’altro, in batteria, la insospettabile ragazza di Singapore, Theresa Goh, aveva fatto un tempo più basso del suo. Aveva paura di perdere l’argento?

«Onestamente no. Alla fine della batteria l’ho guardata ed era morta, stanchissima. Io invece avevo controllato. Sapevo che in finale avrei potuto fare meglio».

E così è stato, dietro alla solita norvegese Sarah Louise Rung. Siete amiche o rivali?

«In vasca rivali, ma fuori amiche. Anzi, il primo giorno aveva nuotato i 200 stile libero lontana dai suoi standard, ero preoccupata per lei e abbiamo anche parlato. Lei mi aveva detto che stava bene e infatti… però la soddisfazione di esserle arrivata davanti una volta (batteria dei 50 farfalla, ndr) me la sono tolta».

200 misti: sesto posto. Rimpianti?

«No, è già un risultato importante. Certo, si poteva anche pensare al podio, ma non con quei tempi. Io ho provato a spingere un po’ di più nelle prime due vasche, poi sulla rana, alla terza frazione, sono schiattata».

Il guasto alla piscina, che ha rimandato la gara di oltre mezz’ora, ha condizionato?

«Sicuramente. Ci hanno fatto rientrare in camera di chiamata e ci dicevano che non sapevano se avremmo gareggiato più tardi o il giorno dopo».

Nei 50 dorso niente finale, col decimo tempo. E lei era stata la prima a prevederlo.

«Sì, mettimi a pancia in su e ciao ciao prestazione. Devo dire che non raggiungere la finale, in un certo senso, è stata una benedizione: non avevo più una goccia di energie in corpo».

Cosa ha significato avere la famiglia a Rio, sugli spalti?

«Una sicurezza. Loro ci sono sempre e li ringrazio. Ma la lista dei ringraziamenti è lunga. Posso?»

Prego

«Le mie società: Ego Nuoto e Fiamme Oro. Gli allenatori: Massimiliano Tosin e Micaela Biava. La piscina di Collecchio, il Centro Medico Spallanzani, la Città di Parma, Happy Hand, il nutrizionista Andrea Ghidoni, la psicologa Micaela Fantoni, il preparatore Luca Cavaggioni, la fisioterapista Vania Michelotti, Arena, Erreà e tutti quelli che hanno dato un contributo economico all’Ego Nuoto. Spero di non dimenticare nessuno».

Cosa si porta a casa dalle sue prime Paralimpiadi?

«Lì capisci il valore e l’importanza che hanno e come mai ci sono solo ogni quattro anni. Ti prosciugano. Sono stata lì venti giorni, dieci solo in attesa delle gare. Già all’esordio avevo accumulato molta tensione; alla fine non vedevamo l’ora di tornare a casa. Tutto questo, insieme alle fatiche e ai sacrifici dei mesi precedenti, è stato ampiamente ripagato dai risultati e dall’emozione di essere lì».

Il momento più bello?

«Entrare al Maracanà tutto esaurito per la cerimonia inaugurale: brividi a non finire».

Da dimenticare, invece?

«Le distanze di Rio. Tutto è lontano da tutto».

L’incontro da ricordare?

«Quello con chef Rubio, a Casa Italia. È un ragazzo molto in gamba e simpatico. Una volta si è messo per terra, a gambe incrociate, a vedere le nostre gare dai cellulari. Era interessato».

È vero che gli ha detto che la pasta era scotta?

«Sì - ride -. Ma lo sapeva anche lui, perché aveva tantissima gente e poco personale: era il più arrabbiato di tutti».

Come è stato affrontare la Paralimpiade insieme al suo ragazzo, il nuotatore Federico Morlacchi, che torna a casa con un oro e tre argenti?

«È stato bello condividere le gioie di questa avventura indimenticabile».

Quanti messaggi di congratulazioni ha ricevuto?

«Una valanga: su Facebook, sul cellulare, di persona. Accendevo il cellulare e non finiva mai di suonare. Mi ha fatto molto piacere. Mi scuso perché non ho ancora finito di rispondere a tutti, ma lo farò sicuramente».

Cosa farà adesso?

«Mi risposo. Fino a novembre non voglio saperne di andare in piscina. Rimango a Parma per un po’, poi tornerò a Milano per riprendere con L’Università. Ma per ora niente nuoto».

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