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L'INTERVISTA

Jarno Trulli: "In Formula 1 il talento non basta"

Per otto anni l'Italia non ha avuto piloti nel Circus. Si riparte da Giovinazzi.

Jarno Trulli: "In Formula 1 il talento non basta"
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Il problema della Formula 1? Che per imparare hai bisogno di tempo. Ma la F1 il tempo per imparare non te lo dà. Parola di Jarno Trulli, che dal 1997 insieme a Giancarlo Fisichella è stato l'unico italiano capace di vincere un GP (Montecarlo 2004) negli ultimi 25 anni di storia della massima categoria. Adesso, dopo otto anni, tocca ad Antonio Giovinazzi raccogliere il testimone e Trulli prova a dire la sua: "Deve partire bene ma senza fare danni. Tenersi un margine in tasca e fare bene. Stare a ridosso di Raikkonen e imparare tutto il più in fretta possibile. Difficile da farsi, ma d'altronde è la F.1 e se non dimostra che ha capito e ha le qualità, non gli daranno il tempo per rifarsi. Il mio consiglio è che le prime 4 o 5 gare di portarle a termine, tenersi un margine di vantaggio senza andare al limite, poi dopo la quinta gara, non deve più aver paura di niente e dare il 110 per cento in ogni occasione. Credo che abbia la macchina giusta per fare bene, da quello che ho visto l'Alfa Romeo ha una buona base, ha un compagno esperto e un punto di riferimento, per cui se nelle prime corse gli sta dietro, non è un problema, deve prendere le misure, ma poi deve randellare senza pietà".

Otto anni senza un italiano in F.1, troppi per una nazione come la nostra, non trovi?
"Sì, ma rappresenta lo specchio della nazione. Mi dici oggi chi viene a investire in Italia? Non siamo appetibili sotto l'aspetto commerciale e un pilota di F1 è il risultato di logiche commerciali, visti i soldi che ci vogliono per arrivarci. Oggi un pilota che porta 10 milioni di euro rischia di restare a piedi, ditemi dove troviamo in Italia aziende che possono spendere 10 milioni per un anno visto che portare in F1 un ragazzo è un programma a lungo termine. Quindi non mi stupisce che ci sia stato un buco di 8 anni prima di vedere a tempo pieno un pilota italiano. Noi abbiamo avuto e abbiamo tanti ragazzi di talento, piloti veloci e preparati, ma non hanno appoggi, restano fermi al palo ed è un peccato perché così abbiamo perso per strada dei talenti che avrebbero meritato la F1 più di altri che invece oggi sono sugli schieramenti".

Manca un progetto a lungo termine come sostieni ma i soldi dove spuntano?
"Bravo, mi dici che aziende italiane ci sono pronte a investire su un nostro ragazzo? Dove trovano i soldi che non ci sono quattrini nemmeno per le normali attività commerciali? Anni fa avevamo quasi metà schieramento di italiani in F.1 ed era gente di altissimo livello. Patrese, Nannini, Alboreto, De Cesaris, Tarquini, Modena tanto per citarne alcuni scusandomi per gli altri che non ho nominato. Era gente che valeva ma c'erano sponsor italiani che spingevano, aziende che investivano, avevamo Alfa Romeo, Ferrari, ma sopratutto Minardi, Osella, Fondmetal, Coloni, quindi squadre, sponsor e qualità. Oggi che peso abbiamo a livello mondiale? Lo dico subito: siamo uguali a zero. Allora, perché uno dovrebbe investire in un programma di una nazione che non ha appeal a livello mondiale?"

Quindi Giovinazzi è il frutto del caso fortuito?
"No, è il frutto di un ragazzo di talento che ha avuto la fortuna di trovare un magnate in Indonesia che lo ha aiutato e dalla visione di Sergio Marchionne che ha voluto riportare un pilota italiano in F1. Senza questi due fattori per Antonio non ci sarebbero state speranze. Dalla sua aveva solo il talento, come è successo a me e Fisichella o Liuzzi, per dire. Se io non avessi trovato Gianni Bianchi, che mi invitò a correre in F3 gratis nel campionato tedesco. consentendomi di mettermi in luce, oggi sarei probabilmente a zappare la terra fra Pescara e Francavilla, perché non avrei avuto le possibilità di far niente. Lo stesso con Giovinazzi, senza il supporto di chi per amicizia ha creduto in lui, oggi sarebbe a Martina Franca a fare altro. Antonio se la può giocare bene, deve stare attento a non sbagliare le prime gare, perché poi l'etichetta messa addosso non te la tolgono più".

Dopo 23 anni arriva finalmente un pilota italiano, credi possa essere da stimolo per i ragazzi?
"Guarda, il problema nasce dal karting. Una volta era un modo per divertirsi la domenica, poi da lì se avevi i numeri andavi avanti. Le domeniche io e Fisichella le passavamo a giocare più che altro, non era uno sport come oggi. Se pensi che per fare un campionato a un certo livello ci vogliono 250-300 mila euro, chi è in grado di pagare certe cifre per un ragazzino di 10 o 11 anni? E sopratutto, dopo che hanno speso tutti questi soldi, che supporto hanno? Stanno poco nel kart, perché poi passano alle auto, visti i prezzi, ma anche lì dopo che hai speso 600 mila euro per fare magari la F.4, porte chiuse e papà in grado di pagare certe cifre molto poche. Una volta eravamo noi italiani i migliori al mondo, guardate nel kart di qualche anno fa e fate un po' di nomi, c'è gente che non è arrivata in F.1 ma con qualità che meritano rispetto di tutti. Oggi sono tutti russi, cinesi, arabi, indonesiani, ovvero gente che ha alle spalle disponibilità economiche e vengono a correre in Italia perché siamo i migliori a livello di squadre e telai. Un peccato perché abbiamo ragazzi di talento, e nel kart pur spendendo meno ce ne sono di piloti bravi, continuando la tradizione degli italiani al vertice, ma poi più si sale e meno ne troviamo. Ecco, spero che con Antonio Giovinazzi si crei quell'entusiasmo che possa far progredire altri ragazzi e dare loro una possibilità. Io e Fisichella l'abbiamo avuta e dobbiamo ringraziare chi ci ha permesso di farlo, a costo di sacrifici personali e sappiamo bene a chi e cosa mi riferisco. Spero cambi qualcosa, ma con questi chiari di luna, ci credo poco..."

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