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STORIA DI PARMA

Patibolo per un nobile rampollo

Ferrante Pallavicino dei marchesi di Scipione venne giustiziato nella piazza di Avignone

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Chi era Ferrante Pallavicino che con le sue opere riempiva mezza pagina dell'Index Librorum Prohibitorum. Ferrante, figlio di Giangirolamo dei Marchesi Pallavicini di Scipione e di Chiara dei Marchesi Cavalca, nacque a Parma nella vicinanza di S.Paolo il 23 marzo 1615.
Ferrante Carlo, settimo di otto fratelli, fin della sua infanzia dimostra una notevole interesse per lo studio, nel 1628 muore il padre Giangirolamo e tra i sedici ed i diciassette anni viene mandato, come molti giovani della sua età, in convento presso i Canonici Lateranensi prima a Milano e poi a Venezia.
All'inizio del 1635 fu stampato il panegirico «Il Sole ne' Pianeti», cioè le grandezze della Serenissima Republica di Venetia.
L’operetta riceve una "grata accoglienza" dal pubblico veneziano e vale al suo autore "una collana d'oro, dalla quale pendeva una medaglia parimente d'oro" e soprattutto la "protettione dei senatori".
A Venezia è "ricevuto nell'Accademia degli Incogniti", nella quale assume il nome di Accademico Occulto e abita nel convento della Carità. Ottiene la licenza dal suo Padre Generale di andare in Francia; ma innamoratosi d'una giovane in Venezia, non partì mai e rimase in Venezia come Incognito. Il Pallavicino inganna abilmente i propri superiori scrivendo continue lettere con la favolosa narrazione dei suoi finti viaggi per tutte le Provincie di Francia.
Siamo nel 1640 circa, Ferrante approda dunque al genere della satira per caso; infatti la sua produzione precedente è costituita da poche opere di devozione, da romanzi, analisi di episodi biblici che obbediscono ai canoni del romanzo secentesco.
Scrive “Il Corriero svaligiato”, un portalettere è derubato di missive «dirette a Roma e a Napoli» ma incontra notevoli difficoltà per ottenerne la licenza di stampa. Intanto, con decreto del 12 maggio 1639, viene posta all'Indice il suo libro «La Pudicitia schernita». Ferrante, deluso, decide di andare in Germania come cappellano militare del Duca d'Amalfi (guerra dei trent’anni). Nell'estate del 1641 Ferrante è di nuovo a Venezia, quasi deformato nel viso, nel collo e sulla fronte da scrofole, «prese da lui nel caldo inusitato delle stuffe, e forse nella domestichezza delle femmine Tedesche (delle quali portò à gli Amici ridicolosissime narrazioni)».
Padre Vittorino Siri cassinese, anche lui originario di Parma, informa il nunzio Vitelli che il Ferrante ha fatto stampare a Venetia il Corriero svaligiato, senza nome dell'autore e senza licenza dei superiori. Ferrante è arrestato la sera del giorno stesso, rinchiuso in un camerotto (i piombi) in attesa della condanna e i libri sequestrati e bruciati.
Intanto il Vitelli chiede che il Pallavicino gli sia consegnato per l’Inquisizione, ma la Repubblica Veneta rivendica la sua competenza per giudicare le violazioni delle leggi sulla stampa. Le poche copie del «Corriero svaligiato» rimaste sul mercato librario clandestino sono del resto ricercatissime.
Manca la volontà politica per celebrare il processo. Ferrante viene liberato dal camerotto dopo sei mesi senza processo e pubblica «Le Due Agrippine». Nel 1642 entrato in clandestinità come scrittore, pubblica anonime «La Baccinata», violento attacco alla politica di Urbano VIII in occasione della guerra tra il pontefice e il Duca di Parma Odoardo V Farnese per il possesso di Castro e «La Rettorica delle puttane», quindici lezioni di retorica impartite da una vecchia mendicante a una povera ragazza per introdurla nell’arte del meretricio.
Ferrante viene avvisato che l'avrebbero fatto ammazzare, si rifugia nella casa del gentiluomo veneziano Giovan Francesco Loredano, tornato al suo convento viene di nuovo avvisato che l'avrebbero ammazzato anche sull'altare dicendo messa.
Cerca un rifugio prima a Parma, poi dai parenti in Friuli, quindi a Scipione, infine ritorna a Venezia e si rifugia in casa del gentiluomo Nicolò Veniel, ed è in casa Veniel che incontra un francese che si faceva chiamare Carlo Morfi. Si trattava di Carlo di Bresche figlio d'un libraio di Parigi assoldato dal Barbarini per portare Ferrante fuori da Venezia.
Carlo dice al Pallavicino che le sue opere sono molto ricercate in Francia e che il Cardinale di Richelieu è molto ammirato dalla sua scrittura, in seguito gli fa avere false lettere di Richelieu che l’invita a Parigi come suo bibliotecario e storico, gli consiglia anche di incontrare dei librai a Ginevra e a Nimes e pertanto l’invita a portare con sé i suoi libri editi e inediti per proporli per la pubblicazione.
Arrivati al Ponte di Sorgues, al confine con Avignone (città rimasta di appartenenza al papato) Ferrante viene arrestato con Carlo con l’accusa di contrabbando. Charles De Bresche, viene rilasciato poco dopo, incolume, mentre si inizia il processo a Ferrante ad opera del tribunale legaziale avignonese.
Il vicelegato apostolico è Monsignor Federico Sforza, il quale infatti tiene un carteggio relativo all'affare "Ferrante Pallavicino" con il cardinale Francesco Barberini, "cardinal nepote", cioè segretario dello Stato Pontificio, il maggior responsabile, insieme con il Pontefice, della politica della Chiesa in quel tempo.
Si procede all'apertura della valigia che il Pallavicino portava con sé, i manoscritti degli inediti e i libri a stampa sono fatali a Ferrante, prove tangibili del delitto di lesa maestà divina ed umana. Il 4 marzo 1644 Ferrante è degradato allo stato laicale e il 5 marzo 1644 portato nella piazza di fronte al palazzo papale di Avignone viene decapitato. Non aveva ancora 29 anni. Durante la sua vita pubblicò una ventina di opere, cinque delle quali si trovano nell’Index Librorum Prohibitorum.

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