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Trent'anni fa moriva "Màt Sicuri": ecco chi era

Enzo Sicuri fu l'ultimo fra i personaggi di strada di una Parma che non esiste più

Un figlio ribelle e originale della nostra città
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Era stato chiamato «al màt» perché, in un'epoca in cui tutti avevano come obiettivo un tetto sulla testa e risparmiavano per costruirsi la casa soltanto un «matto», appunto, poteva scegliere di vivere per la strada, avendo come solo riparo dei cartoni ricoperti di cellophane. Ma Enzo Sicuri, morto esattamente 30 anni fa a 80 anni, era tutt'altro che un matto: è stato l'ultimo dei «personaggi di strada» di una Parma che oggi vive soltanto nei ricordi degli anziani. Lui, Cilién, Stopaj, Gorilo e tanti altri ancora erano l'espressione di una città con tante anime e non omologata come quella di oggi. Ma lui, «al màt Sicuri», era originale in un mondo di originali. Perché la sua scelta, dopo gli anni del servizio militare durante la guerra, era stata da subito drastica e netta. Tagliare i ponti con la «normalità» perché la noia e la routine non facevano per lui. Una scelta, la sua, non di necessità, perché la sua famiglia, anche se non benestante, non era poverissima e lo aveva anche mandato a scuola. Tanto che ricordava i genitori con affetto e riconoscenza. No, Enzo Sicuri, dopo aver provato, e cambiato, tanti lavori, era una persona che voleva semplicemente non essere ingabbiato negli schemi rigidi che la società del suo tempo prescriveva. Detto ai giorni nostri, quando l'eccezione sembra essere il rispetto delle regole e delle tradizioni piuttosto che il contrario, parrebbe una cosa quasi normale. Invece, la sua «ribellione» al modello di società cui era destinato, vale a dire famiglia, casa e lavoro, gli era costata lo «stranòm» di «màt Sicuri». E il disprezzo degli «altri», nella sua ottica, era quasi un favore che gli veniva fatto. Perché, per Sicuri, i «màt» erano proprio loro, gli altri: quelli che tutti i giorni correvano per andare al lavoro, con gli stessi orari e facendo le stesse cose. Una «gabbia» che solo dei matti potevano accettare. Ho avuto la possibilità di vedere di persona «il màt Sicuri» nei suoi luoghi preferiti, come via Bruno Longhi, via XX Marzo e tutti i borghi attorno alla zona del Duomo e del Battistero. Le prime volte che, ancora ragazzo, vedevo quello strano personaggio, «vestito» di giornali, con un cappello di carta in testa, un pastrano che lo rendeva quasi informe, ai piedi due enormi calzature che non capivo bene cosa fossero e una sorta di triciclo a pedali come mezzo di trasporto, ho provato paura e timore. E ogni volta che lo vedevo accucciato all'angolo di un portone, giravo alla larga. Ma alla lunga la curiosità prese il sopravvento. Anche perché negli anni Settanta non c'erano molte persone «fuori dalle righe» come lui in una piccola città di provincia. Un giorno mi fermai a fissarlo per diverso tempo: e ricordo che lui a un certo punto mi fulminò con un «có vot da mì, putén?» detto con una voce stentorea poco incoraggiante. Considerato che all'epoca ero adolescente, il «putén» lo vidi come un inequivocabile invito a farmi gli affari miei. In parmigiano c'è una parola intraducibile in italiano che rende bene l'idea di come era «al màt Sicuri» nei confronti degli altri: «sgruz». Ed è proprio questa caratteristica ad averlo reso unico e originale nel panorama dei tanti personaggi che animavano Parma nel periodo del secondo dopoguerra: gli altri, in un modo o nell'altro, cercavano infatti di farsi notare dalla gente. Il «mat Sicuri», invece, faceva l'esatto contrario: il suo mondo non prevedeva l'intrusione di altre persone. Un modo di nascondersi al mondo, il suo, che era provocatorio: perché con il suo abbigliamento raffazzonato e la sua «casa» fatta di scatoloni che raccoglieva in giro per il centro Sicuri tutto era fuorché un «invisibile», come vengono chiamati oggi i «clochard».

Dietro alla trasandatezza dell'aspetto esteriore c'era però una filosofia di vita tutta sua e una cultura insospettabile che lo hanno reso un personaggio unico e indimenticabile di Parma. Una città che criticava e amava, e che è stata il palcoscenico della sua vita. Con un angolo di visuale che di fatto si limitava quasi esclusivamente al centro storico, perché in periferia e nell'Oltretorrente, dove pure era nato e vissuto in borgo delle Grazie, il «màt Sicuri» non si è praticamente mai fatto vedere. I pochi che sono riusciti a penetrare la sua scorza di burbero hanno però potuto scoprire un uomo con un'ampia conoscenza e che sapeva argomentare la propria scelta di vita con riflessioni di cui, fermandosi alle apparenze esteriori, nessuno lo avrebbe ritenuto capace. Era appassionato e competente di opera lirica, grazie alle frequentazioni del teatro da bambino con il padre E' stato definito, non a torto, l'ultimo «filosofo da marciapiede». E Parma gli deve molto: perché nel suo spirito anarchico e un po' ribelle, in fondo, si rispecchiava l'animo di una città che, sotto l'apparenza conformista e ligia alle apparenze, nasconde l'insofferenza agli schemi precostituiti, come hanno dimostrato nel secolo scorso le barricate antifasciste e più di recente gli esiti del voto alle elezioni comunali. Il «màt Sicuri» era uno spirito libero che oggi, a distanza di pochi decenni dalla sua esistenza, non avrebbe potuto esprimersi nel modo in cui lo ha fatto allora. Perché se è vero che Parma e i parmigiani lo hanno lasciato ai margini, è anche vero che non è mai stato perseguitato da qualcuno, giovani o vecchi che fossero. Sicuri faceva parte della città e i suoi rifugi improvvisati all'interno dei portoni dei palazzi storici erano diventati quasi parte integrante del «panorama» del centro. E lui, quasi come gesto di sfida, diceva di essere «inquilino» dei palazzi in cui trovava rifugio. Un inquilino senza padroni, però, come era nella sua natura. Nel suo cappello di carta fatto con la «Gazzetta» (che criticava ma di cui conosceva benissimo i contenuti) c'era tutto il personaggio Sicuri: che era insofferente alle regole, ma informato su tutto quello che accadeva in città e nel mondo Nelle sue parole, spesso mugugnate, era contenuta la sua filosofia di vita: dove l'unica cosa che contava era ragionare con la propria testa senza interesse per i beni materiali. Per un certo periodo è stato anche accompagnato da un cane, forse l'unico essere vivente che gli sia stato veramente vicino negli anni della sua «libertà» anarchica. E per essere un «màt», Sicuri era straoirdinariamente lucido: nessuno poteva dire di averlo visto ubriaco e la sua presenza, per quanto visibile, era discreta e non invadente. Avvicinandosi a lui, lo si sentiva parlare. Con chi, lo si sarebbe saputo dopo: «parlo con la città, perché mi ascolta e io la so ascoltare». Parole che rivelano una personalità molto più complessa di quella di un «semplice» senza tetto. Che ha rinunciato, obbligato, alla sua libertà soltanto nell'ultimo periodo della sua vita dopo un malore che lo aveva costretto al ricovero in ospedale prima e a Villa Parma poi. Ma anche qui non aveva rinunciato alla sua originalità: invece dei lenzuoli, aveva ottenuto di coprirsi con fogli di giornale e di non essere costretto a parlare con i medici e gli infermieri che lo assistevano.

Lucido fino all'ultimo, «al mat Sicuri» aveva capito benissimo che non sarebbe più potuto ritornare a vivere in strada. Ma comunque si era ritagliato uno spazio di anarchia anche all'interno dei rigidi orari da cui è scandita la vita all'interno di una casa di riposo. E' morto in un letto, è vero, ma ha difeso la sua «libertà di pensiero» fino all'ultimo. E per questo è giusto che Parma mantenga vivo il ricordo, celebrato dalla statua di Zaccardi in piazzale della Macina, di uno dei suoi figli più originali e ribelli. Un «màt» che in realtà era profondamente savio: e che guardando la Parma di oggi, probabilmente non la riconoscerebbe più.

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  • olderthanpilotta

    18 Marzo @ 14.40

    Credo che gli over-50 parmigiani abbiano tutti, nessuno escluso, un qualche ricordo personale di questo straordinario e meraviglioso personaggio (anche un po' inquietante, ad onor del vero: anche a me, da bambino, come efficacemente racconta Zurlini, incrociarlo produceva un senso di timore e di paura). Il mio ricordo personale risale ad un pomeriggio tardo-autunnale di fine anni 70. Ero un ragazzino delle medie, abitavo nel quartiere Cittadella, ma come tutti, a quel tempo, frequentavo molto il centro. Vidi Sicuri, precariamente abbigliato come solito, intento a prepararsi, quasi oxfordianamente, un tè, del tutto impermeabile (ma per nulla indifferente!) al mondo che gli ruotava intorno. Anche in questo confermando quanto fosse impossibile incasellarlo in una qualunque classificazione.

    Rispondi

  • micheleschiavetta

    18 Marzo @ 12.00

    Complimenti a Zurlini per l'articolo in cui descrive in modo appassionato ed esaustivo il personaggio Sicuri. Io da piccolo al ritorno dall'asilo lo incrociavo spesso con mio padre..... e a me penso mi avesse preso in simpatia dato che scherzava. Io lo guadavo affascinato..... Bravo Zurlini!

    Rispondi

  • Giancarlo

    18 Marzo @ 10.11

    e meno male che non ha conosciuto questi tristi tempi nostri.....chissa cos'avrebbe pensato

    Rispondi

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