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A Gerusalemme fra Torah e guerra

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Roberto Longoni
Perse l'autobus. Questione di un attimo,  ma di quelli che valgono una vita. Raniero Fontana deve a pochi secondi di ritardo gli anni vissuti da quel momento. Il bus svoltò  dietro un angolo, e un kamikaze ci si fece saltare a bordo. Fu una strage, una delle tante della seconda Intifada. «Come quella della caffetteria  Moment, a due passi da casa nostra. Era il tempo in cui si  usciva di casa senza sapere se si sarebbe rientrati». Solo qualche anno prima c'era stata la guerra del Golfo. Allora il terrore non viaggiava ad altezza uomo, pronto a far scoppiare corpetti esplosivi: pioveva dal cielo. Era il 1991, l'anno degli Scud lanciati da Saddam su Israele.

 Le notti insonni, gli allarmi aerei, le finestre sigillate per chiudere fuori la paura degli attacchi batteriologici e chimici «e le maschere indossate in casa, pensando alla fine che ci avevano lasciato intravedere nelle esercitazioni». Fontana paga da 19 anni la «sua» guerra vivendone un'altra  (e ne farebbe volentieri a meno)  nell'eterna  prima linea di Gerusalemme. La guerra di Fontana è quella della  Torah, dei testi sacri ebraici, ognuno dei quali prevede l'interpretazione e il commento. La disputa costruttiva. Parmigiano, 51 anni, laureato in Filosofia, dottore in Teologia, con un master in Letteratura rabbinica all'Università ebraica di Gerusalemme, lo studioso ha dedicato un libro a questo argomento: «La guerra della Torah. democrazia, giudaismo e idolatria» (Milano, 2008). «Lo scopo della tradizione ebraica non è quello di risolvere le contraddizioni, ma di approfondirle, di tenerle in vita con tutta la ricchezza che possono offrire. Di una disputa tra padre e figli, tra maestro e discepoli, solo alla fine si può dire se era una guerra della Torah, nella quale non ci si lascia finché non ci si è amati» dice lui, spiegando questa perenne battaglia del pensiero. «Il Talmud è una grande scuola che obbliga all'esercizio critico dell'intelligenza» aggiunge  il docente, che ha proseguito gli studi rabbinici all'istituto Shalom Hartman («dove si analizzano i testi fondativi»), fino a diventarne ricercatore.  Così, per una singolare passione, Fontana - unico italiano ad aver fatto questa scelta - insegna Talmud nell'istituto francese Albert Decourtray di Studi ebraici a Gerusalemme. Parla ebraico non solo per strada o con gli amici, ma anche da una cattedra. «Molto più semplice che tenere le lezioni in francese: è questa la lingua originale dei testi».

 L'interesse per l'ebraismo venne dopo gli studi di Teologia a Milano e a Roma. «Mi ci sono avvicinato  attraverso la filosofia, in un modo molto laico. In Israele, poi, ho scoperto un ebraismo che non immaginavo». A Gerusalemme, dove ha ormai una residenza permanente, Fontana è arrivato con una borsa di studio, con la moglie Andreina Contessa, ora docente di Arte medievale all'Università ebraica di Gerusalemme. «Andai al Ratisbonne, un centro  cristiano di studi ebraici, nel quale ho poi insegnato Talmud, fino a quando il Vaticano, nel 2001, decise la chiusura».

 Ma com'è la vita a Gerusalemme per un parmigiano che ha deciso di dedicare tutte le energie allo studio dei testi base della cultura ebraica? «Israele è un amore che ha messo radici: ci crediamo. Questo è un Paese piccolo, pieno di tensioni e di problemi. Ha una potenzialità enorme, ma è frenato dalla situazione d'eterna belligeranza». L'amore per Israele nel 1991 - in piena Guerra del Golfo - portò la coppia a scrivere una lettera al quotidiano Haaretz, poi ripresa in tutto il mondo. «Un atto  d'entusiasmo giovanile» sorride lui, aggiungendo che ora forse non la scriverebbe, ma resterebbe a rischiare con gli altri. Un modo per ringraziare un Paese «che ci ha dato molto» e gli «amici che ci stimano e ci sostengono in tutti i modi. Ne abbiamo sia tra gli ortodossi e  religiosi che tra i secolarizzati». E tra gli arabi? «Gerusalemme è formata da due città, che si sfiorano, si osservano “da lontano”: noi viviamo nella parte ebraica». Senza farne davvero parte fino in fondo. «Se qualcuno ci incontra dopo tanto tempo, ci saluta con un “siete tornati?” E poi c'è sempre l'abitudine di chiedere se uno sia ebreo. E io non lo sono». Così, lo sguardo resta sempre un po' esterno. Qualcosa da affrontare attingendo alle proprie origini. «Fa parte dell'essere cristiani la predisposizione all'ascolto, l'attrazione per l'altro. Nell'Ebraismo, invece, ho trovato l'affermazione dell'autonomia e della responsabilità individuale. Vorrei conoscere altrettanto bene Islam e Buddhismo». 

Ma anche dopo 19 anni una cosa resta difficile da capire: «l'ansia di fondo con la quale vive la gente. C'è un forte senso di provvisorietà». Che cosa è cambiato dopo 19 anni nella terra contesa da sempre? «Sono diventato abbastanza bravo a non nutrirmi di assoluti. Si può avere una vita piena pure dal punto di vista spirituale anche senza certezze assolute». A diventare sempre più incerto sembra il futuro, non solo per la minaccia iraniana. «Sono molto pessimista: non vedo la possibilità di creare due veri stati. Ci vorrebbero scambi di territori, spostamenti di popolazioni. E non vedo nemmeno un vero interesse per il mondo dell'altro, quando invece ci sarebbe bisogno dello sguardo critico dell'altro». Quello che apre la guerra della Torah e spegne la guerra delle bombe.
 

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