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«Io, maestro dei bambini stranieri»

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 Laura Ugolotti

La nota diramata dal ministro Gelmini relativa al tetto massimo del 30% per la presenza di alunni stranieri nelle scuole primarie e medie continua a far discutere. Anche a Parma - lo dicono i dati - la loro presenza degli alunni stranieri è in aumento, ma porre un limite quantitativo può essere utile per favorire l’integrazione? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Cattabiani, insegnante della scuola primaria Jacopo Sanvitale e docente nei corsi di alfabetizzazione per i bambini stranieri.
«Non credo che il problema dell’integrazione si risolva con una percentuale - risponde -. La presenza di stranieri nella nostra città e quindi di alunni figli di immigrati, è un dato di fatto che non serve a nulla ignorare; la cosa migliore sarebbe imparare a gestirla, mettendo in atto politiche serie, sociali e scolastiche, per favorire il loro inserimento. Affrontare il fenomeno solo dal punto di vista percentuale credo sia riduttivo».
Su un dato, in particolare, pone l’attenzione Cattabiani: «Da uno studio commissionato dal Comune di Parma lo scorso anno - spiega - è emerso che la concentrazione di alunni stranieri in alcune scuole della città piuttosto che in altre, non rispecchia la presenza di immigrati sul territorio. Ovvero: in alcune scuole la percentuale di alunni stranieri fa registrare dei picchi, anche se nel quartiere di riferimento non risiede, in proporzione, lo stesso numero di immigrati. Questo significa che mentre gli stranieri scelgono la scuola del territorio, sempre più italiani preferiscono trasferire i figli in altri istituti. Un fenomeno che si spiega solo in parte con necessità lavorative o logistiche. Forse sarebbe opportuno chiedersi perché e cercare, dove possibile, di porre un limite». In molti casi, ammette l’insegnante, gioca un ruolo fondamentale la diffidenza: «L'immigrazione - spiega - è sempre associata a concetti come la paura, l’insicurezza; questo genere diffidenza e pregiudizi. Forse i genitori temono che la presenza di stranieri possa ostacolare il percorso formativo dei figli». E' una preoccupazione reale? «In base alla mia esperienza, no. Gli stranieri che ho avuto in classe non hanno mai compromesso per nulla il percorso didattico, né limitato l’apprendimento dei compagni. Hanno invece stimolato me, come insegnante, ad adoperarmi per garantire loro le stesse opportunità dei loro coetanei. Senza contare che la presenza di bambini che provengono da altre culture è una risorsa che arricchisce tutti. Insomma, le difficoltà le vivono sulla loro pelle, non siamo noi a pagarle».
Quali difficoltà incontra una bambino straniero nell’inserimento scolastico? «Prima di tutto occorre fare una precisazione sul significato del termine "straniero", che spesso genera confusione. Ci sono bambini, figli di immigrati, che sono nati in Italia, che hanno affrontato il percorso dal nido alla materna qui, e sono perfettamente inseriti. Parlano senza problemi la nostra lingua e non hanno problemi di apprendimento. Poi ci sono bambini che non sono nati in Italia e che, spesso in corso d’anno, vengono catapultati da un giorno all’altro in una realtà che per loro è del tutto nuova: dal sistema scolastico al cibo, dagli orari alla lingua. Loro, in effetti, incontrano notevoli difficoltà all’inizio, ma rappresentano meno della metà degli stranieri presenti nelle classi. Il problema si potrebbe porre se questa percentuale salisse all’80-90% ma è difficile che si verifichi una situazione simile, soprattutto a Parma». E come affrontare le loro difficoltà? «Come si affrontano tutte le altre - risponde Cattabiani -. Ogni bambino, italiano o straniero che sia, ha delle difficoltà: chi soffre di un handicap mentale o fisico, chi ha difficoltà di apprendimento. I limiti della lingua sono solo una delle sfide a cui la scuola è chiamata e che gli insegnanti devono gestire nella quotidianità. E non è certo la più onerosa».
 

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