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I risparmi dei poveri dell'India in mano a un ingegnere parmigiano

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Mara Varoli
Gli manca tanto il «Principe» al culatello dell'Enoteca Fontana, ma New Delhi ormai lo ha adottato. Matteo Chiampo in India ha trovato l'«America». Quarantaquattro anni, parmigiano e ingegnere aerospaziale, dalla Formula Uno è passato ai servizi informatici e da Boston si è trasferito con la famiglia a New Delhi. Il «Corriere della sera» gli ha dedicato una mezza pagina, perchè Chiampo ha vinto la scommessa. E' direttore generale della Eko, una società informatica specializzata in micropagamenti: una società che consente ai poveri di trasferire piccolissime cifre di denaro in modo sicuro, proprio come fa una banca. E in India è oro colato. Un'iniziativa socialmente utile, che è piaciuta a Bill Gates: è stato lui a finanziarla con due milioni di dollari. Chiampo si occupa «del funzionamento quotidiano della società: finanza, human resources, e operations - spiega alla «Gazzetta» Matteo Chiampo -. Siccome abbiamo riorganizzato la struttura della società per eseguire il piano di sviluppo concordato con i nostri investitori, sono anche responsabile ad interim delle vendite nella zona di Delhi». 
Soddisfatto per il finanziamento di Bill Gates?
«Molto. Il contatto con la Bill and Melinda Gates foundation è arrivato durante un momento buio per Eko, nell’autunno del 2008. A quel punto avevamo praticamente esaurito i finanziamenti iniziali, e a causa della crisi finanziaria globale l’accesso a ulteriori capitali era fortemente limitato. Grazie al supporto della Gates Foundation tramite il Consultative Group for Assisting the Poors (Gcap) della Banca Mondiale, siamo stati in grado di ricevere le risorse necessarie per consolidare il progetto sviluppato».
Come è iniziata questa avventura?
«L’avventura in India è partita dalla voglia di trovare nuovi stimoli, nuovi challenges rispetto agli Stati Uniti. Con mia moglie Ashley, verso la metà del 2007, abbiamo deciso di lasciare Boston e trasferirci all’estero, senza però aspettare di essere assegnati su un progetto aziendale. Ci siamo attivati per trovare delle opportunità autonomamente. L’India è risultata essere una scelta ideale: ottime opportunità di business, inglese come linguaggio corrente per il lavoro, un paese in via di sviluppo, e una cultura da esplorare e che non conoscevamo. Tramite un’introduzione di un caro amico di Parma, mi sono messo in contatto con un italiano a Nuova Delhi, che a sua volta mi ha introdotto al team che stava sviluppando l’idea iniziale dietro ad Eko. L’idea iniziale è risultata immediatamente affascinante, dal momento che riuniva il potenziale della telefonia cellulare in India, in fase di crescita straordinaria, con la possibilità di rivoluzionare il modo con cui i servizi finanziari di base vengono forniti al bottom of the pyramid, cioè alla popolazione degli strati sociali piu’ bassi, con un reddito di 2-4 euro al giorno».
Da Boston all'India, una bel salto?
«Agli antipodi, sia geograficamente che come sviluppo economico/sociale. Il periodo di assestamento e’ stato piuttosto duro. Tutto sommato però, guardando indietro ai primi 12 mesi di vita in India, e’ stato un percorso formativo fantastico: abbiamo imparato ad essere molto più flessibili, ad apprezzare le differenze con la cultura e gli approcci occidentali, e a rivalutare tutta una serie di piccole e grandi comodità che davamo per scontate nel modo occidentale - dall’acqua corrente potabile, all’elettricità sempre presente, al rispetto delle regole del traffico stradale. Tutte queste carenze infrastrutturali stimolano l’innovazione e lo spirito imprenditoriale - gli indiani sono maestri nel far funzionare cose che a prima vista sembrano assolutamente senza speranza».
Come si svolgono le sue giornate?
«Al momento attuale, il lavoro sta davvero riempiendo le mie giornate, fatto salvo la prima mattina quando accompagno Stefano, mio figlio di 6 anni alla American Embassy School a Nuova Delhi. Capita spesso di concludere le giornate con amici, sia expatriates che Indiani. C’e’ un grande senso di ospitalità qui in India, che ha facilitato la nostra integrazione nel tessuto sociale locale». 
 Le manca qualcosa di Parma?
«Molte cose. Soprattutto la qualità della vita, come somma di tutto ciò che è piacevole: famiglia, amici, cibo, in particolare il Principe al culatello dell’enoteca Fontana in via Farini, ed un bel salame di Felino. Infatti con mia moglie e i miei figli, più conosciamo culture e vediamo luoghi diversi  in giro per il mondo, più apprezziamo la bellezza e piacevolezza della città di Parma».

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