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Le donne e l’arte di Campigli

Alla Fondazione Magnani Rocca dal 22 marzo un'esposizione con oltre ottanta opere dell'artista

Massimo Campigli, La famiglia dell'architetto Gio Ponti, 1934, olio su tela

Massimo Campigli, La famiglia dell'architetto Gio Ponti, 1934, olio su tela

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Tedesco di nascita, italiano di formazione, parigino per cultura, egizio, etrusco, romano, mediterraneo per elezione. E’ Massimo Campigli (Berlino, 1895 – Saint-Tropez, 1971) il protagonista della mostra di primavera alla Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo, in programma dal prossimo 22 marzo al 29 giugno. Già il primo approccio alla vita dell’artista suggerisce un personaggio colto ed europeo (parlava cinque lingue), inusuale nel panorama artistico italiano, che la mostra «Campigli. Il Novecento antico», a cura di Stefano Roffi, intende richiamare all’attenzione, quale pittore significativo del Novecento italiano, presente nei maggiori musei del mondo ma pressoché assente dalla grande scena espositiva dal 2003. Una proposta carica di attesa che, con oltre ottanta opere presentate in scansione tematica, provenienti da celebri musei e raccolte private, è volta a documentare l’intero percorso creativo dell’artista, dagli anni Venti agli anni Sessanta, quando le sue iconografie tipiche, figure di donne racchiuse in sagome arcaiche di grande suggestione simbolica, divengono esplicite meditazioni sull’archetipo femminile, sempre in equilibrio fra ingenuità e cultura, con una stilizzazione geometrica che ne rende personalissima la maniera. Rimane intatto, almeno visivamente, il mistero che si cela nell’arte di Massimo Campigli, ma sarà questa l’occasione per indagarlo ancora una volta, approfondirlo fino a toccarne l’essenza, il nocciolo di una interpretazione intima e privata. Sono queste donne, elegantissime, ingioiellate, eppure prigioniere le protagoniste indiscusse di una pittura in cui si intrecciano geometrie e magie, memorie e simboli. Per conoscere l’artista e la sua ossessione dell’immagine femminile bisogna però entrare nella sua vita familiare. Il mistero è infatti protagonista nella vita di Campigli: in tempi relativamente recenti, dopo che a lungo le biografie avevano ripetuto che egli era nato a Firenze, si è scoperto che era nato a Berlino e che il suo vero nome era Max Ihlenfeld. La madre, tedesca di appena diciotto anni, non era sposata.
Per evitare lo scandalo, il bambino viene portato in Italia e affidato alla nonna materna, che si stabilisce nella campagna fiorentina. La madre, che gli aveva dato il cognome, nel 1899 sposa un commerciante inglese e può prendere il bambino con sé, fingendo, per salvare le apparenze, di essere sua zia. A quattordici anni, Max scoprirà casualmente la verità. Questa vicenda familiare che per Campigli aveva significato un’infanzia solitaria, poi un rapporto ambiguo con la madre-zia, può spiegare, almeno da un punto di vista psicologico, il suo mondo espressivo, il suo universo fatto di donne quasi inconoscibili, immobili e insieme sfuggenti e distanti, che si possono leggere come una lunga meditazione sull’enigma femminino, sull’icona della Dea-Madre.
La formazione dell’artista avviene tra Firenze, dove trascorre l’infanzia, e Milano, dove si trasferisce con la famiglia nel 1909. A Firenze matura il suo interesse per la pittura, parallelo a quello per la letteratura, lì vede Giotto e Masaccio, iniziando a meditare sul loro senso plastico e sul valore del disegno.
Il suo approccio all’arte moderna, invece, avviene a Milano, in pieno Futurismo. Inizia da qui una vicenda d’arte e di vita che lo porterà a Parigi negli anni del «Ritorno all’ordine» e poi a Roma fra le testimonianze etrusche e romane che influenzeranno definitivamente la sua scelta artistica e tecnica.
La mostra sarà corredata da un ricco catalogo Silvana editoriale e realizzata grazie a: Fondazione Cariparma, Cariparma Crédit Agricole ed un pool di sponsor tecnici, fra i quali Gazzetta di Parma e Kreativehouse.

 

 

 

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