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Quei simpatici ”Bagolón”: fai subito il nostro quiz

Comprensione e traduzione del dialetto: fai subito il nostro quiz
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Eccoci alla seconda puntata "impara il dialetto" con Gazzafun, in collaborazione con la Consulta per il dialetto parmigiano, che questa volta ci presentano un bellissimo stralcio dal libro di Giuseppe Mezzadri “Apén’na da biasär”.

Leggi il testo sotto e dopo divertiti a rispondere alle nostre domande: CLICCA QUI

QUEI SIMPATICI ”BAGOLÓN”

Provo simpatia per quei ”bagolón” che le balle le raccontano tanto grosse quasi da non pretendere di essere creduti. Li trovo divertenti. Da non confondere però con i bugiardi.

Un esempio era il ”Tèllo” del detto ”Cala Tèllo e crèssa Cilién”. Cala Tèllo, non nel senso della statura ma nel senso di spararle meno grosse. Raccontava con la massima serietà, ad esempio, di quando sotto le armi era attendente di un colonnello e aveva il compito di accompagnare la sua figlioletta a scuola. Era una ragazzina di 13 anni circa che un giorno attirò l'attenzione di due depravati che le si avvicinarono con brutte intenzioni.

“Ò cavè un päl dal telefono e j ò miss a zvis’ciasädi!” (zvis’ciasädi sono scudisciate date con un rametto flessibile come, ad esempio, quelli del salice). 

Altro “bagolone” era Angelo un violinista che per un certo periodo fece parte dell’orchestra della Rai di Milano che, un giorno, venne diretta da Toscanini. Il maestro salì sul podio e l’orchestra attaccò. Non erano passati dieci minuti che la prova venne fermata da Toscanini che disse: «Alt! Chi in meza a gh’é un pramzàn!» Fermò tutti gli strumenti meno i violini e poi, dopo alcuni minuti, disse: «Lalù!» Indicando Angelo agli sbalorditi professori. 

Un altro simpatico ”bagolón” che, negli anni ’70, ho conosciuto personalmente dalla Nisén di borgo Paglia, era Renato classe 1912. Ero con un gruppo di amici che lo invitarono a raccontarmi le sue avventure in Africa. Non si fece pregare e io, che avevo con me il registratore, potei registrare la ”lezione” che riporto quasi integralmente.

Iniziò raccontando che aveva girato tutto il mondo ma che, il segno maggiore, lo aveva lasciato in Africa e, più precisamente in Etiopia, in ”Tiopìa” come diceva lui. La ”lezione” cominciò così:

“Al Nilo l’é grand cme la Pärma. Mi a l’ò pasè a nód e m’è córs adrè trenta cocodrìll mo an gh’ äva miga paura parchè al cocodrìll l’é cme ‘n ringol e al gh’à paura dal cioch. Al Nilo al nasa dal lago Tana, ch’l’é lóng di chilometro e po’ ‘l vén a cascär in Egitt. Al cocodrìll al fà ‘d j óv chi päron di mlón e il sarpent pitón, al gh’j a và a bévor. Anca la jena la béva j óv”.

La lezione, venne interrotta da Carlón: ”Renato, se tutti i bévon j’óv alóra a nin nasa miga ‘d cocodrìll”. ”Ragas siv co’ v’ diggh? Andigh a vèddor vojätor cme i fan a nasor!”. Renato è un po’ offeso dall’incredulità dei suoi amici ma continua ugual­mente: ”A Nairobi s’era bél: a gh’äva un casco ch’a paräva dent’r int ‘n ar­märi. L’é ste li ch’ò catè mojera, ‘na donna bassa di capelli e alta di talloni”.

Ad Addis Abeba Varesi passò delle belle giornate. Era giovane ed era in forma smagliante. “‘Na giornäda a séra in citè, a m’ vèdd davanti du león sedù int la sträda e mi va a tór ‘na rejj (rete) e cuchia tutt du. J éron masc e fèmna”.

Quando però la Seconda guerra mondiale entrò nella fase più cruciale anche per Renato cominciarono i tempi duri. ‘Na giornäda äva apen’na spianè ‘1 casco quand è rivè un stucas in picchiata e con ‘n aläda al m’à ciapè int la tésta. A m’è ‘ndè al sòttgola taca l’ombrìggol!”.

Arrivò poi anche la prigionia che durò 6 anni.

Renato ricorda la propaganda degli alleati: ”Italiani arrendetevi, dateci la via della capitale e non vi sarà torto un capello. I vostri pieni poderi vi saranno lasciati”. ”Poderi? Renato co’ sérot in sit?” (sit è un podere agricolo) Lo beccò qualcuno ma lui continuò: ”Vi hanno promesso i rifornimenti dal Nord e dall’Ovest ma non vi sono giunti”. “Cme j ò sentì acsì j ò ditt, co’ m’àni tòt p’r un bolgné ‘dla ferovia? E m’són aréz. I m àn ciapè dal ‘42, naitinfortitu”.

Durante la prigionia gli inglesi organizzavano il molto tempo libero dei prigionieri. Una delle cose che più aveva successo erano gli incontri di pugilato.

Renato era giovane e forte e quando fu sfidato da un pugile di Forlì accettò tranquillamente anche perché il Forlivese gli aveva detto ”Renato facciamo solo un’esibizione”. ”Finna a l’otäva ripreza an gh’é gnan ste mäl mo dopa o ciapè ‘na nuvla ’d puggn, al m’à dè còlli ‘d jopé.

O’ ciapè tant puggn ch’a m’éra gnu do orècci ch’ a  ‘n ghé vdäva pu. A gh’äva un näz ch’a ‘l paräva ‘na tomaca nostrana e j oc j éron gnu picén cme coj dil galen’ni. A m’ paräva d’aver fat n’ avtopsia. A m’ són desdè a l’ospedäl, che po’ ch’són stè quaranta dì.

Nota: nello stralcio di questo racconto tratto da libro di Giuseppe Mezzadri “Apén’na da biasär” potrai incontrare questi termini inseriti nel contesto.

Il libro è consultabile e interamente scaricabile gratis nel sito della Consulta per il dialetto parmigiano (per download vedi cartella TESTI e poi sottocartella  LIBRI DIGITALIZZATI).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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