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Belgrado, i tanti volti di una nazione sospesa

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Nella enorme piazza dove si guardano a distanza il palazzo del Parlamento, la sede municipale e la presidenza della Repubblica campeggia un lunghissimo striscione contro la Nato, contro i Clinton, contro la politica europea ed americana nel Kosovo. Poco distante, però, un'enorme insegna pubblicitaria loda le bellezze turistiche dell'Europa, in particolare della «solare Italia». E' la fotografia di una Serbia incerta fra cadere ancora fra le braccia del nazionalismo o spingersi verso Occidente. Un dualismo fortissimo che riassume magistralmente Belgrado.
Una città bella, viva, in grado di fare tranquillamente concorrenza per architettura e cultura alle altre grandi capitali del nostro continente. Popolata da oltre un milione di persone, tantissimi i giovani, la «città bianca» (anticamente le sue case erano tutte di questo colore) è il cuore di uno stato che sogna sempre una grande Jugoslavia (non importa come) ma che comincia a capire come i confini non servano più a nulla. Lo ha compreso il vincitore delle ultime elezioni, Aleksandar Vučić, che ha scelto come premier una donna europeista, dichiaratamente omosessuale e di madre croata. Quasi una bestemmia per la Belgrado ferita dalle bombe degli anni Novanta ma la Serbia, oltre alle aziende europee già arrivate in massa per la manodopera a buon mercato, ha bisogno ora dell'invasione «pacifica» dei turisti.
Se partite oggi per Belgrado arriverete infatti in una capitale dove non si vive la ressa delle comitive straniere. Nei musei più importanti si rischia di sentir parlare solo serbo o russo con qualche, sporadica, incursione di francese, inglese o, anche qui!, cinese. Per non parlare dell'italiano, rarissimo, quasi sempre in bocca solo a uomini d'affari nonostante i belgradesi amino alla follia l'Italia. Dall'abbigliamento alla nostra cucina sino ai ricercatissimi sigari toscani.
Belgrado, orgogliosamente serba, assomiglia un po' alle capitali asburgiche ma fa l'occhiolino al vicino, odiatissimo, Oriente. Un mix affascinante che si può ammirare nei suoi palazzi, nei suoi parchi, nelle sue strade. Come nel maestoso tempio ortodosso di San Sava, così simile a Santa Sofia di Istanbul (minareti, ovviamente, esclusi) ma cantiere aperto, e infinito, come la Sagrada Familia di Barcellona. La contaminazione è fortissima anche nel centro, le frequentatissime Knez Mihailova e Trg Republike, dove negozi con prodotti internazionali si affiancano a botteghe dell'artigianato locale all'ombra del teatro lirico (cartellone sterminato di opere italiane) e dell'hotel più «in» che non poteva altro chiamarsi che «Mosca».
Da non perdere anche lo splendido parco della Fortezza di Belgrado, al fianco del centro storico: enorme spazio verde che ospita ogni sera spettacoli musicali all'aperto (rigorosamente gratis), un museo della guerra e delle armi (l'industria bellica qui è traino dell'economia), aiuole e prati curatissimi ma, purtroppo, anche un zoo da far impallidire gli animalisti.
Anche qui poi c'è la movida, un'intensissima vita notturna. L'aperitivo o il bicchiere della staffa a notte inoltrata si devono assolutamente bere nei vecchi docks di Betona Hala lungo il fiume Sava, con uno sterminato numero di locali; la cena invece sempre e solo lungo la Skadarska Ulica, fra orchestre, fiori e grappa rakjia.
Per il giorno di rigore la visita al mausoleo di Tito, al museo della Serbia o a quello della Jugoslavia. Di rito una passeggiata nelle strade del quartiere di Skadarljia, una volta abitato prevalentemente da zingari, con orchestrine rom, artisti di strada, bancarelle con abbigliamento vintage e modernariato e qualche scatto fotografico, vietati ma tollerati dalla polizia, agli edifici ancora sventrati dalle bombe Nato, come il ministero della Difesa o il palazzo della radiotelevisione serba dove persero la vita il 23 aprile del 1999 16 giornalisti (non evacuati nonostante l'annunciato raid americano). Poco più che un breve tour in auto o in autobus va invece riservato alla Nuova Belgrado, oltre la confluenza fra Sava e Danubio, corredata di edifici pubblici e privati in puro stile sovietico oltre al solito, sterminato, centro commerciale.
Ultimo, ma non ultimo se siete appassionati di calcio, la visita agli stadi del Partizan e della Stella Rossa, praticamente l'uno vicino all'altro. Qui si respira come non mai la contraddizione della Belgrado nazionalista ed europeista.
Fra i murales delle rispettive tifoserie campeggia infatti un gigantesco «tourists go home» ed il volto di qualche passante fa da corredo alla minaccia; dentro al negozio degli ultras invece solo sorrisi e strette di mano per gli «amici italiani». Chi fra le due fazioni prevarrà?

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