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Papua. Nei calderoni (veri o supposti) dei cannibali

Papua. Nei calderoni (veri o supposti) dei cannibali
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di Bruno Rossi

 

Ai primi degli anni Ottanta, a furore di cronache, l'immagine del cannibale si era di colpo aggiornata. Via la tibiaccia infilata a spilla tra i riccioli. Via il calderone dove l'esploratore  gorgoglia tra le verdure, completo di casco e zaino. Il cannibale di quel momento usava il frigorifero. Ordinava camicie a Parigi. Faceva il Capo di Stato. Si chiamava Jean Bedel Bokassa o Idi Amin Dada. Era imperatore (autoproclamato) del  Centrafrica, il primo, e presidente dell'Uganda il secondo. Ma le cronache erano animate, oltre che da due neri anche da un bianco. Il bianco (con la faccia nobilmente rapace di Giscard d'Estaing, già presidente di Francia) era goloso soltanto di diamanti, i neri erano avidi, pareva, anche di polpacci. Nelle cronache politico-orripilanti si indugiava soprattutto sulla cucina di Bokassa, dove si diceva fossero stati trovati in frigorifero, ben macellati,  pezzi di nemici del sovrano. Poi nelle cronache si infiltrarono dubbi. Erano davvero salsicce umane? Che c'entrasse l'instancabile circo razzista? A resistere, alla fine, erano rimasti gli intrighi, tra Francia e Africa, dei diamanti.

“Ti mangerei” 
A resistere erano rimasti anche scampoli di notizie del cannibalismo. Avvistate qua e là per il mondo. Tra le più nascoste (ancora per poco) tribù dell'Amazzonia o nelle isole (oggi rovistatissime) del Pacifico. Oltre che in sporadiche cronache europee: amanti che avevano detto alle loro care: “Sei tanto bella che ti mangerei”, e poi l'avevano fatto. In fama di antropofagia sono rimaste  certe genti (peraltro difficilmente raggiungibili) residenti in buie foreste della Papuasia-Nuova Guinea.
Capitato a tutti i viaggiatori di fare stravaganti puntatine in villaggi dove robusti uomini si sforzano di fare la faccia feroce, se appena si riesce a distinguerla sotto chili (o quasi) di pittura rossa e gialla e blu, ed enormi parrucche di splendidi fiori, foglie e penne di uccelli di straordinaria tinta. Ma di solito sono troppo indaffarati nelle loro danze, nelle loro finte battaglie, nelle loro stralunate corsette, per poter dare una credibile illusione che non stiano inscenando qualcosa di già preparato per i turisti. 

Cannibali gourmet
Echi di cannibalismo, racconti, testimonianze (per quanto di dubbia credibilità) mi è capitato di raccoglierne qua e là, dalle isole bagnate dal Pacifico agli intricati mari dei Caraibi. A mettere insieme queste voci si potrebbe inscenare una specie di convegno sulla antropofagia. Magari animandolo con personaggi incontrati per il mondo. Personaggi che, a volte, immettono il vago dubbio che ti stiano guardando come, forse, si consulta un menù. O altri che non devono avere a rassicurante distanza , nel personale albero genealogico, rami cannibaleschi. O anche semplicemente studiosi, raccoglitori più scrupolosi di me di queste “voci”. Cerco di fare una rapida antologia.

Intanto, chiunque si inoltri in queste “esplorazioni” ha la conturbante sensazione che gli uomini si siano esibiti in una grande varietà di cannibalismi: il gastronomico, il religioso, l'imperialista, il disperato, il terapeutico. Il cannibale gourmet, si dice, pare dia ogni preferenza ai polpastrelli delle mani. Ma si potrebbe compilare un ragionato ricettario per antropofagi, e si potrebbe leggere di “ripieni di banane” (e ci si può immaginare che cosa sarebbe stato riposto in queste banane), di “stufati al vino di palma”, di “teste al coccio” (cioè ben coperte di argilla prima di essere messe al forno, se occorre proprio una spiegazione). 

Controverso il giudizio sulla carne della donna. Eccellente per alcuni, mediocre per altri e addirittura velenosa per altri ancora. Uno studente di antropologia, con discendenza da una colorata tribù della Nuova Guinea,  mi disse un giorno che erano tutte fantasie. Ma poi non resistette ad aggiungere che, se proprio la fame aveva indotto qualcuno agli usi antichi, qualche straniero era stato, come dire?, assaggiato: i bianchi avevano un gusto troppo sull'amarognolo, molto meglio i giapponesi.

Un pastore protestante mi aveva ricordato un suo predecessore che, assieme alla dottrina cristiana, aveva voluto impartire anche qualche nozione di storia europea. L'uditorio aveva mostrato particolare attenzione alle disavventure di Giovanna d'Arco. E alla compassionevole gloria finale della pulzella, aveva protestato come per un racconto abbandonato “sul più bello”. Perché mai si era faticato tanto per mettere arrosto quella ragazza, se poi nessuno aveva voluto gustarla?

Un altro studente: “ Racconti, disse, romanzati”. Nella sua famiglia (che quindi qualcosa a che fare con il cannibalismo l'aveva avuto) ricordava quel che diceva un vecchio nonno: “Quando combattevamo con le tribù vicine non mangiavamo mai la carne di chi avevamo ammazzato. Non si può mangiare uno, col quale avevamo parlato in vita. Queste cose erano successe invece quando si combatteva gente lontana, del tutto sconosciuta”.

Gli europei? Una schifezza
Ricercatori o “confessori” d'ancestrali abitudini erano quasi tutti d'accordo che, a dispetto delle vignette e di tutto il thrilling che ha percorso le avventure degli esploratori, la carne dell''uomo bianco' è stata quasi universalmente giudicata una schifezza indegna della tavola di un cannibale di gusto. Anche perché nociva alla salute.

D'altra parte un antropologo mi ha assicurato di avere sentito dire che spezzatini d'europeo erano finiti in orride farmacie della giungla. E del resto, notò, il cannibalismo terapeutico è cosa vecchia e anche “nostra”: moralisti latini confessano, tra molti rammarichi, che i loro contemporanei bevono sangue di gladiatori per cacciare il “mal caduco” e si giovano di fiele umano per curare gli occhi arrossati. Gli antichi americani di diversa etnia, mi è stato ricordato, praticavano l'antropofagia per dare proteine alla classe padrona: nobili, clero, soldati.

Un certo accordo ho trovato sul fatto che il cannibalismo sia stato una tecnica magica: mangiando il corpo di un uomo si è supposto di impadronirsi d'ogni virtù della vittima. Cuore e fegato sono organi privilegiati. Assieme al cervello: come segnala quell'altra allegria che è la caccia alle teste. 

Sommerso da proteste tipo: “Questo no, non possiamo crederlo”, uno dei ricercatori ascoltati, che si definiva “esploratore”, raccontò: “Non nelle terre papua, come di solito si dice, ma a Sumatra, ho sentito che in tempi antichi si usava far salire i propri vecchi sui rami di un albero. Poi ci si metteva tutt'attorno a scuotere la pianta e a cantare: 'Il frutto è maturo'. Finché i vecchietti seguivano il destino di tutti i frutti maturi. Cadevano ed erano mangiati. Con la speranza che rigermogliassero in loro”.

Un ricordo da Parma
Fu chiesto anche a me se avevo testimonianze in proposito. Mi venne in mente un fattaccio di fine Ottocento o del primo Novecento, a Parma. Una chiromante, si diceva, aveva fatto a pezzi un poveraccio, l'aveva incartato e fatto murare in una parete della sua casa. Prima dell'operazione aveva prelevato, credo che si raccontasse, il fegato della vittima, l'aveva cucinato e aveva spartito il pranzo con l'ignaro muratore. Ma mi parve giusto non riferire la faccenda: mi sembravano ricordi troppo imprecisi.

Il giorno che mi era stata fatta quella domanda avevo però nella mia sacca un celebre libro di Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”, e ne lessi qualche riga: “Ebbi un sogno bizzarro: non solo baciavo il collo di Carla, ma lo mangiavo (…). Carla, abbandonata fra le mie braccia, non pareva soffrisse dei miei morsi. Chi invece ne soffriva era Augusta che improvvisamente era accorsa. Per tranquillizzarla le dicevo: 'Non lo mangerò tutto: ne lascerò un pezzo anche a te'”.

(Ho tra le mani un'agenzia con una notizia datata 16 agosto 2007, da Port Moresby. Leggo: “Si è svolto un rito ufficiale in cui i discendenti di cannibali della tribù Tolai della Nuova Guinea hanno chiesto perdono  per  avere ucciso e mangiato, 132 anni or sono, quattro predicatori cristiani”).  

 

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