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Cuma, assieme a Virgilio nell'antro della Sibilla

E' il «pezzo forte» del parco archeologico vicino a Napoli. Un luogo immerso in una natura selvaggia e con panorami unici

Cuma, assieme a Virgilio  nell'antro della Sibilla
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«Vaneggia il gran fianco dell'euboica montagna in un antro, cui cento larghi aditi guidano, cento gran porte; di là cento voci precipitano: della Sibilla i responsi». I versi sono di Virgilio, dal libro VI dell'Eneide, nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti. Chi va a Cuma, più che un'anonima guida, farebbe bene a mettere nello zaino proprio l'Eneide, forse il modo migliore per provare a penetrare nel mistero di questo luogo.
Lasciar perdere tutto e fare ingresso nell'antro della sibilla lasciandosi guidare (non lo ha fatto anche Dante nella Commedia?) dai versi del poeta. Del resto in questo posto Virgilio è davvero ovunque.
Il parco archeologico di Cuma, scrigno di cultura e suggestione nei comuni di Pozzuoli e Bacoli, rappresenta una tappa un po' fuori dai «soliti» circuiti turistici. Un complesso, inserito in una cornice di natura selvaggia, bruciata dal sole e vulcanica (ci si trova infatti nella zona dei Campi Flegrei) che ha nell'antro della sibilla uno dei suoi «pezzi forti». E' raggiungibile la domenica e i festivi con il Cuma Express (info su www.eavsrl.it) e negli altri giorni con la ferrovia cumana da Napoli, stazione di Montesanto, fino a Fusaro. Da lì in pochi minuti di pullman si arriva al parco archeologico. Un viaggio di mezz'ora circa, attese escluse, che catapulterà il viaggiatore, o «novello Enea», in un'atmosfera difficile da trovare altrove. L'antro è infatti una galleria artificiale di epoca greco-romana, scavata nel tufo. Al termine c'è la stanza della sibilla. La leggenda narra che fosse proprio quello il luogo in cui la sacerdotessa di Apollo vaticinava. Nell'antichità le sibille erano vergini che, in stato di trance, dispensavano appunto oracoli. Varrone ne contava dieci, ma è quella cumana, grazie a Virgilio, ad aver avuto più successo nell'immaginario collettivo.
Il poeta di origini mantovane, che visse anche a Napoli e nella città sacra alla sirena Partenope venne sepolto, visitò l'antro, come racconta Robert Brasillach in «Presenza di Virgilio», e da lì prese ispirazione, come ricordano le numerose citazioni in latino dall'Eneide sparse per tutta l'area visitabile.
La sibilla, infatti, che Virgilio stesso definisce «horrenda», dal latino spaventoso, orribile, ma anche meraviglioso e mirabile, oltre che predire il futuro al «pius» Enea, guiderà l'eroe troiano nell'oltretomba. L'antro, il cui corridoio è lungo 131 metri, è la prima meraviglia che chi entra nel parco si trova a visitare. Il sito ne offre altre tra cui la via sacra e l'acropoli, con il tempio di Giove e quello di Apollo. Si tratta di resti, brandelli, rovine. Ma, come direbbe Mishima, baluardi contro la modernità. A rendere, infine, ancora più magico questo luogo contribuisce il panorama che si può godere dal belvedere del parco, con le isole di Ischia e Procida all'orizzonte.
Non lontano c'è anche Capo Miseno, che prende il nome da un compagno di Enea, anche lui fondamentale nel libro virgiliano della sibilla, fatto annegare per aver sfidato Tritone, figlio di Poseidone, dio del mare. Quel «Miseno eolide, di cui migliore non c'era col corno a destare i guerrieri, accendere Marte sonando».

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Benevento, città delle streghe. Ma, soprattutto, un luogo che vale la pena di essere visitato. Tante sono, comunque, le leggende che riguardano queste creature favolose. Una delle più suggestive è quella del Noce di Benevento. «Unguento, unguento, portami al noce di Benevento, sopra l'acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo». Lo recitavano le «janàre», le streghe locali, la notte di San Giovanni, mentre si spalmavano sulla pelle l'unguento magico che avrebbe permesso loro di volare fino al noce per il sabba. Pare che l'albero, consacrato a Odino e attorno al quale si riunivano i longobardi che dal VI secolo si erano insediati nei territori dei sanniti, si trovasse lungo la riva del fiume Sabato, assieme al Calore uno dei due corsi d'acqua che attraversano la città campana. Che in origine era Maleventum, cambiato poi dai romani nel più augurale Beneventum.
«Questa è la città dei papi (ha dato infatti i natali a diversi pontefici, ndr) e delle streghe» conferma Luigi, taxista appassionato di storia locale con un passato da rugbista nella mischia del Sannio. In questo angolo di Campania, infatti, la palla ovale è più che uno sport. Popolo di guerrieri, i sanniti diedero filo da torcere ai romani, come dimostra la celeberrima battaglia delle Forche Caudine. Ma ricordi romani ce ne sono parecchi a partire da una delle maggiori attrazioni: l'arco di Traiano, dedicato all'imperatore e terminato nel 117 d.C., «porta» di accesso al centro cittadino, o il teatro, inaugurato nel 126. In città c'è parecchio altro da vedere come la cattedrale di Santa Maria de Episcopio, la chiesa di Santa Sofia, oltre al ponte Leproso, sul fiume Sabato. Il nome affonda le radici nell'Alto Medioevo e deve la sua origine a un lebbrosario nelle vicinanze. Benevento, come scrisse Robert Brasillach, «non è soltanto la città con le sue mura, l'ombra della montagna e una strada che si inerpica: è un luogo amabile».

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