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Storie da sfogliare: le letture di chi scrive

Sessanta interviste a scrittori, critici e giornalisti. Il libro di Davide Barilli in edicola con la «Gazzetta»

Storie da sfogliare: le letture di chi scrive

di Claudio Rinaldi

15 Dicembre 2021,09:31

Libri che ti cambiano (se non la vita) il modo di pensare, romanzi imprescindibili, pagine che ti hanno segnato dentro, fin da da ragazzo, oppure occasioni mancate. Ma anche libri come oggetti, da toccare, da annusare, da spostare. Nata come rubrica comparsa sulle pagine culturali della «Gazzetta» per oltre un anno, dal 9 maggio 2020 al 31 luglio 2021, #altrepagine, interviste a scrittori, giornalisti, letterati, saggisti e lettori seriali sui libri che li hanno segnati, diventa ora un libro. La rubrica - che coinvolge autori parmigiani di nome ma anche tanti scrittori di quasi tutte le regioni della Penisola - è stata ideata e curata da un collega che non ha certo bisogno di presentazioni: Davide Barilli, giornalista della «Gazzetta» e scrittore dai numerosi riconoscimenti nazionali che - dopo 32 anni - ha deciso di lasciare il giornale per godersi il meritato prepensionamento. Dall'incontro di Barilli con l'editore mantovano Giulio Girondi è nata l'idea di raccogliere le interviste in un libro, progetto che la «Gazzetta» ha deciso di “sposare”: i lettori potranno trovare il libro in anteprima da oggi in edicola in vendita con la «Gazzetta».

Soddisfatto del volume?
«Ne è venuto fuori un bel librone di oltre 350 pagine, un oggetto pieno di storie che riguardano i libri, come strumenti, luoghi abitati dal pensiero, ma anche un gioco di memoria, una riflessione su quali e quanto certe letture hanno influenzato e indirizzato talenti, ma anche idiosincrasie, il recupero di titoli ingiustamente rimossi, il rapporto fisico con i libri. Lo vorrei interpretare un po' come un saluto in continuità con la filosofia con cui è nata la rubrica, “Libri come emozioni in cui specchiare la propria vita”, come dichiarato nella presentazione».

Com'è strutturato il libro?
«Sono sessanta interviste, sotto forma di questionario. Domande secche, risposte dirette. Cosa amano leggere coloro che trascorrono la loro vita scrivendo, di quali storie si sono nutriti da bambini, con quali libri hanno costruito la loro identità di autore. E, se avessero potuto, quali sono i romanzi famosi che avrebbero voluto scrivere. E quelli che non sono riusciti a finire. E quali classici non hanno letto».

Come hai scelto gli intervistati?
«Si tratta di narratori, poeti, critici, saggisti, docenti, giornalisti di fama e di talento. Molti sono parmigiani, altri sono stati individuati evitando di pescare tra i soliti noti. Mi sono ispirato a una seguitissima rubrica del Guardian (“Books that made me”) e al suo aplomb britannico di pagina senza troppi fronzoli, di taglio informativo, nel segno di un giornalismo culturale moderno. L'idea è stata di coinvolgere i sessanta intervistati in un gioco di memoria, di dimenticanze, di scelte (sia in positivo che in negativo): un questionario come luogo in cui confessarsi, aprendo le segrete della propria officina letteraria, sbirciando nel laboratorio personale, mettendo in campo i propri strumenti di lavoro. Ne è venuta fuori una mappatura geografica che percorre la penisola, con autori scelti non secondo criteri generazionali, un catalogo anomalo che in oltre un anno ha coinvolto nomi non scontati o mainstream».

Perché proprio la scelta di un questionario?
«La rubrica è nata nel maggio 2020 mentre eravamo in pieno smart working, ovvero nel pieno del contatto a distanza. Ho rispolverato un’idea che avevo da tempo, ovvero proporre a una serie di autori le stesse domande, in modo da costruire attraverso le risposte individuali un percorso comune, collettivo, da cui emergessero le differenze di gusto, di esperienze, di approcci. Da qui la scelta di optare per un questionario, strumento asettico, alieno da compiacimenti e sottintesi tra intervistatore e intervistato e senza troppi legami con l’attualità. Vincolo del questionario è stato ammettere, dire la verità, confessarsi. Senza moine, con la sincerità che si deve a un’interrogazione».

Qual è la risposta che ti ha più colpito?
«Forse quella di Simona Vinci che alla domanda “Oggi, nell’era digitale, si è arresa all’idea che in una lastra di computer ci può stare una biblioteca?”, ha risposto così: “No. Cioè, è una cosa meravigliosa da un certo punto di vista, ma io ho un lato arcaico, se va via l’elettricità sei fottuto, i libri sono lì, presenti, hanno un corpo, non amo molto le cose senza corpo, mi sembra che abbiano meno anima”».

Da intervistatore a intervistato, tre domande che hai rivolto ai tuoi ospiti: quale libro stai leggendo in questo momento? Il libro che avresti voluto scrivere? Quale dei tuoi libri pensi o vorresti rimanesse fra cento anni?
«In realtà sto rileggendo un libro che ho molto amato (così rispondo anche a un'altra delle domande del questionario), ovvero La pioggia gialla di Julio Llamazares. Avrei voluto scrivere il capolavoro di un altro scrittore di lingua spagnola come Pedro Paramo di Juan Rulfo, una magia del sottaciuto, del non detto, una storia di abbandono e memorie circoscritto nella metafora delle ombre perdute del racconto rispetto all’architettura totalizzante del romanzo. Alla terza domanda rispondo come hanno fatto tanti degli scrittori che ho intervistato: il prossimo».

Dopo 32 anni hai deciso di lasciare la redazione della «Gazzetta» e poterti così dedicare alla scrittura a tempo pieno: qual è il ricordo più bello che ti porti e il più brutto?
«Mille ricordi, legati soprattutto alla cronaca nera, un'esperienza fondamentale per chi vuol fare il giornalista o scrivere romanzi. Mi sono occupato di tanti delitti incredibili come il caso del “geometra fiocinatore”, per non dire della vicenda Carretta, ho intervistato in carcere la Miroslawa e ho seguito tante altre vicende giudiziarie. I ricordi più brutti sono legati alla “banalità del male” che può nascere in ogni momento... Il ricordo più bello? Sono tanti. Dal premio intitolato a Egisto Corradi che mi fu assegnato insieme a Gabriele Romagnoli a quando ho iniziato a occuparmi a tempo pieno delle pagine culturali».

C'è un maestro a cui devi di più nella tua attività giornalistica?
«Se volessi dare una risposta furba direi che ho imparato un po' da tutti, nel bene e nel male. Ma se devo fare il nome di una persona speciale non posso che rispondere Paolo Pedretti, un vero maestro, un fuoriclasse che ha ottenuto molto meno di quanto avrebbe meritato».

Adesso che avrai più tempo, quale è il primo progetto letterario a cui ti dedicherai?
«Leggerò molto, cercherò di viaggiare il più possibile, riprenderò in mano un libro che avevo interrotto tempo fa, posso dire solo che è un romanzo...».

A proposito di letteratura e viaggi, considerando il tuo amore per Cuba e i tanti libri che hai ambientato nell'isola caraibica, hai intenzione di tornarci presto?
«La situazione a Cuba ora è molto complicata per tanti motivi, ma prima o poi tornerò: le idee in itinere non mancano, fra cui un libro su La Habana con l'amico fotografo Paolo Simonazzi, con il quale ho già collaborato al progetto “Mantua, Cuba” che approderà l'11 dicembre, a Mantova con una mostra alla Casa del Rigoletto».

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