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PARMA CHE NON C'E' PIU'

Dal Gallery al bar Mazzoni: l'estate al bar quando non esistevano gli «apericena» - Foto

13 agosto 2019, 10:22

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Ogni «cumpa» aveva il suo locale  di ritrovo: dal «Barino» al «Gallery», dalla «Centrale» alla «Raquette» (dove  si ballava) 

(di Lorenzo Sartorio)
Non esisteva «apericena»,  «aperipomeriggio» o «aperimattina».  Negli anni Sessanta i giovani  si trovavano   in  quei  bar  sparsi in città  che diventavano  dei veri e  propri  ritrovi  specie in estate. 
 In massima parte si  consumavano  gelati e bibite   mentre  gli  aperitivi  (a  quei  tempi  considerati    roba da anziani)  prevedevano  un «Campari» o  un «Aperol»  con un  piattino  di patatine  e qualche oliva trafitta  da uno stecchino.  
Non esistevano   quelle pantagrueliche   portate  che  adesso   caratterizzano   gli «ape». 
 Ma partiamo    con  i bar più  di  moda di allora  fra i quali  il mitico «Barino» di viale Solferino  gestito,   dapprima   dalla  famiglia Mazzoni,  e poi  dal parmigianissimo  Vittorio Greci. Un bar frequentato dai rampolli  della  Parma bene,  dal «bon vivant»  Tito Manzini  e dai suoi fedelissimi  tra i quali   il mitico   Battista  Ferramola.  
AL BAR MAZZONI 
«Andate al bar Mazzoni  in via Farini e chiedete del Cross Country Club: voi non sapete forse di cosa  si tratta e, naturalmente,   vi aspetterete alla vostra domanda  un  solenne boh! in risposta.  Cadrete invece dalle nuvole perché  vi sentirete  attorniare  da  giovani  e non più  giovani malati di cross». Così Achille Mezzadri descriveva   la culla del motociclismo   parmigiano anni Sessanta, il bar Mazzoni di via Farini,   in un articolo  apparso sulla «Gazzetta di  Parma»  del 26 gennaio 1966.  A gestire quello storico bar,  ubicato  proprio  dinnanzi  all'austero   portone  dell'Istituto Tecnico «Macedonio Melloni»,   due fratelli:   Galeazzo  ed  Ermanno  Mazzoni.   Frequentatori  del locale  molti giovani   fra i quali   Paolo Lunardi,   campione  italiano di moto cross, che si davano appuntamento  per  la  partita  di boccette ma,  soprattutto, per sognare  quei successi sulle due ruote  (le moto)   di cui il «Bar Farini»  fu  per tanti il covo unitamente  alla mitica officina di Giuliano   Tassi in  viale  Mentana.   Il bar, infatti,   fu sede,  dapprima del «Cross  Country Club» e,  quindi,  del «Moto Club Parma». Altri locali di moda,  in  quegli anni,  furono  le tavole  calde, poi divenute paninoteche,  di «Andrea» in borgo Palmia,  un simpaticissimo  reggiano  che, per  primo,  portò  a Parma  il carrè con maionese   e  porchetta e poi    il «Gallery»,  in Galleria  Mazzini,  famoso  per i suoi raffinati panini  «firmati» dai fratelli  Brindani,  la «Grotta Mafalda» di  via  Cavestro,  frequentata  più  che altro da melomani   ed infine   l’inimitabile  «Pepèn» con i suoi «speciali»,  carrè «cotto-maionese-carciofini»,  «carciofe» da urlo, tartine  e  quelle leccornie   che sapeva preparare  solo lui  e la moglie  Lidia.  
IL RITROVO DEI  RUGBISTI
Gli  appassionati  del rugby,   invece,   approdavano  al «Bar Centrale» di  via  Repubblica. Infatti,  a fianco   della  porta  di ingresso   del bar,  infissa   al muro, campeggiava  una bacheca che conteneva  gli avvisi  del «Rugby Parma». I «fogonisti»,  invece,   potevano   riparare,  al mattino,  nella sala da biliardo  di Peppino  in Piazza  Garibaldi. Ma era  in estate dove si registrava  il boom  dei bar parmigiani  «grand» e  «picén», anche  perché  i chioschi,   in dialetto,  erano definiti  «bar picén». E,  quando si parla di  caldo,  non si può non pensare  ai gelati   che  nella   nostra  città ebbero vere e  proprie   «cattedrali»    come le gelaterie: «Fiore»  in via Petrarca,   «Otello» in Piazza Garibaldi,  alla  «Centrale  del Latte» che,  negli anni Sessanta,  divenne un luogo mondano grazie  ai coniugi  Carlo  e Gabriella Gazza mentre alla «Raquette»  regnavano  i mitici gelati Tanara.    Per i giovani  «de dla da l’acqua»  i bar più  frequentati  erano principalmente  l’«Obelisco» di  piazzale  Matteotti, il «K2»  di piazzale Picelli e  la «Latteria 65» di via  D’Azeglio   gestita  da due belle persone,  Carlo e Laura Mantovani. Da non  dimenticare  il «Bar Licio» di viale dei Mille, bar estivo per eccellenza,   vincitore  per anni della «Coppa dei bar» che si svolgeva   in notturna proprio,  nel cuore  dell’estate,    al «Tardini». Invece,   per i ragazzi della Cittadella,   il   ritrovo estivo   era il chiosco  della «Cisa»  la quale  dispensava  granatine     ai diversi sapori  che  si gustavano,  sotto l’occhio  vigile   del custode del  parco  Adriano  Catelli,  dopo  un’agguerrita  partita  di calcio o basket. Sempre romantico  e aristocratico il   chiosco  del  Parco Ducale dove venivano servite  le cassate con  cucchiaino  a corredo  immerso  in un bicchiere d’acqua.   C’erano  anche  bar  che,  specie  in quegli anni,  si tingevano  un po' di politica per via dei frequentatori   aderenti   a  organizzazioni  giovanili   di destra e di  sinistra.  Ad esempio,  dal «Sordo»,  in   Borgo  Sorgo e  da «Lino» in Borgo Onorato,  la clientela   salutava con il pugno chiuso.  
RIVE GAUCHE
Ma,  da «Lino»,  l’ideologo  ed il personaggio   più  singolare  fu  Bettino  Ferroni «al Beto»:  poeta, meccanico di bici,   ciclo amatore, tenore, filosofo e maestro di vita. Il suo covo  era la  storica bottega-officina di Borgo Onorato,  proprio di fronte al bar,    che era diventato  una sua «dependance» per fare onore al buon vino  e per   dissertare di tutto e di niente coniugando, comunque,   quel sacro  valore che è la libertà.  Il «Beto»  incarnò per anni  quella    Parma   scapigliata, libera,  un po’ anarcoide ma tanto simpatica,  caratteristica e   singolare. 
 Un personaggio  che  sarebbe  piaciuto  sia   a  Fabrizio   De André   che   a Giorgio  Gaber  i quali  lo avrebbero  immortalato  in una  loro canzone.  I giovani di destra, invece,  per comodità  ed anche per  sicurezza,    frequentavano  il  bar- trattoria «Leoncino», gestito dai fratelli Sala, ubicato   proprio  sotto al sede del M.s.i. in via  Ferdinando Maestri.