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Ponte Morandi, un anno dopo - Due gabbiani volano sul cielo di Genova

di Cesare Pastarini -

14 agosto 2019, 09:46

Ponte Morandi, un anno dopo - Due gabbiani volano sul cielo di Genova

A una quarantina di metri di altezza due gabbiani volano da un troncone all’altro. Sembra che stiano giocando, uno atterra su quello a ponente e l’altro a levante. Poi viceversa, uno va di qua e l’altro di là. Vigilano come due sentinelle. Lassù il silenzio è rotto solo dal loro rauco garrito e dal motore di un elicottero; quaggiù in via Fillak (che si chiama via, ma per buona parte è anche un bel viale alberato) dall’abbaiare di un cane della Protezione civile. Ha guidato i soccorsi camminando a fatica su macigni in cemento armato. Macerie che sprigionano polvere, sgomento, lacrime e morte.

Eppure Genova è una città vivace e viva. Piena di contrasti e di contraddizioni, come sempre. Anche oggi. Il suo porto è lì da quando esiste il mondo. I genovesi, però, non sono solo gente di mare, sono soprattutto gente di terra. Pur di poter coltivare un orto sono disposti a fatiche terribili (muri a secco in pietra portata a spalla su monti ripidissimi, per creare piccole piane, sudore per raggiungerle e il tutto per due pomodori, perché qui ci sono i terrazzamenti e non siamo in pianura padana). Lo sguardo della città è rivolto al mar Ligure solo dopo la cura di Renzo Piano, che per l’Expo ‘92 le ha restituito il Porto Antico e il suo rapporto con l’acqua. Perché i progetti li fanno gli ingegneri, gli architetti, i geometri, gli economisti, i politici, ma prima dei progetti occorre la progettualità, che significa sociologia, filosofia e più in generale umanesimo. Come ha fatto Piano, appunto. Da Sestri Ponente alla foce di Boccadasse il mare non aveva accesso fino a quel progetto di uno degli architetti più illuminati al mondo. Ma le forti spalle della città restano le montagne, sono lì le sue vertebre. Una spina dorsale irrobustita da una storia secolare che ha forgiato i suoi abitanti, rendendoli fieri e capaci di affrontare ogni difficoltà, che arrivasse dal mare o dalle valli.

Il nome Genua si dice che abbia una radice indoeuropea, «geneu», che sta per ginocchio. Questa tragedia la metterà in ginocchio? Niente affatto. Ci possiamo scommettere, i genovesi non saranno messi in ginocchio e non si metteranno in ginocchio: tra il pregare e l’agire, scelgono sempre la seconda. Sono abituati agli assedi, si sanno rialzare dopo cannonate e mura abbattute.

Genova è appoggiata su un lembo strettissimo di terra (il rilievo montuoso più distante dal mare è a 10 km), eppure è nata e cresciuta lo stesso ed è diventata grande, non solo per dimensioni, ma per ciò che ha espresso e continua a esprimere nel suo ampio ventaglio di attività di pensiero e di mani che non temono di sporcarsi.

E' un formicaio: lavorano tutti. O comunque tutti si danno da fare. Basti andare alla spianata Castelletto: dal belvedere Montaldo vedi solo tetti, il mare sullo sfondo, qualche bambino che gioca al pallone (perché a Genova in certe piazzette ci sono ancora i bambini che giocano a calcio nonostante il cartello «E’ vietato il gioco della palla»), palazzi (ce n’è uno che a me piace chiamare «il matitone») e i cantieri navali. Non vedi nient’altro. Alcun rumore del traffico. E però percepisci che là sotto è tutto un brulicare di artigiani, di botteghe, di professionisti, di commercianti e pescatori che non si fanno intimorire dalla burrasca. Come hanno fatto dopo l’esondazione del Bisagno e del Fereggiano nel novembre 2011 (sei morti, di cui due bambini). Il ronzio dell’Apecar del panettiere che consegna le focacce corre lungo via Venti e non conosce sosta, va avanti e indrè per i carrugi. «E andae, andae, anda…».

Genova è stata descritta dai migliori cantautori italiani ed è qui che molti di loro sono nati e hanno dato il meglio di sé; in questi giorni è come se avessimo abbassato il volume su quelle parole in musica, un po’ per rispetto verso chi non le potrà più ascoltare, un po’ perché non c’è miglior conforto che tendere l’orecchio al verso di quei due gabbiani: perché è guardando verso l’alto che riusciremo a ritrovare la forza di andare avanti e la gioia di vivere.