Sei in Parma

teatro farnese

Quattro statue salvate e rimesse al loro posto

08 ottobre 2019, 10:14

Quattro statue salvate e rimesse al loro posto

Una moltitudine di statue raffiguranti divinità mitologiche, posizionate all’interno delle nicchie sull’arco scenico e sulle balaustre: originariamente si presentava così, il Teatro Farnese. Un ciclo decorativo imponente, che intendeva celebrare proprio la dinastia dei Farnese, rappresentando di fatto l’essenza di uno spettacolo capace di esaltare, in maniera del tutto armonica, architettura, scultura e scenografia. Dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale che sventrarono il «Gran Teatro» farnesiano, di queste statue di gesso, con un’anima di ferro e paglia, se ne salvarono una ventina. Tutte le altre, invece, si sbriciolarono. 
Le «superstiti», ridotte in pessime condizioni, finirono in deposito e non vennero minimamente prese in considerazione, durante il laborioso processo di ricostruzione, che mirava a recuperare l’impianto architettonico del teatro, svuotandolo però di tutto ciò che veniva ritenuto non essenziale. Oggi, quattro di quelle statue sono finalmente tornate al loro posto, «restituendo così al Teatro Farnese una sua logica ed una sua identità, secondo quella che era stata la visione di chi lo aveva progettato» afferma Simone Verde, direttore del Complesso monumentale della Pilotta. 
«Nell’idea originaria – spiega - la struttura lignea non era altro che lo strumento attraverso il quale mettere in evidenza tutto l’apparato decorativo, con il suo ciclo iconografico assai preciso, basato sull’opposizione tra guerra e pace, testimoniata dalla presenza delle due statue equestri di Alessandro ed Ottavio Farnese: il primo accompagnato dalle figure allegoriche della vittoria e dello stratagemma militare; il secondo affiancato invece da quelle della liberalità e dell’intrepidezza. In mezzo troviamo, appunto, i diversi livelli intermedi in grado di manifestare la totalità del genere in questione».
Le quattro statue appena ricollocate al Teatro Farnese, sono state oggetto di un’accurata opera di restauro. «Si tratta delle opere più piccole e più semplici – dice ancora Verde – ma quello compiuto è certamente un primo significativo passo di un intervento ben più ampio, che punta al recupero del ciclo decorativo. A tal proposito vorrei ringraziare Luigi Ficacci, direttore dell’Istituto superiore per la Conservazione ed il restauro, organismo del Ministero per i beni e le attività culturali, che ci affiancherà in questo percorso».