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MEDICI IN PRIMA LINEA

Da Parma al Bangladesh: l'équipe che porta la speranza

di Chiara Pozzati -

29 dicembre 2019, 12:43

Da Parma al Bangladesh: l'équipe che porta la speranza

Ancor prima del loro arrivo inizia il viaggio di molti. In quella terra cruda e affascinante chiamata Bangladesh. In centinaia si radunano di fronte all’ospedale Santa Maria di Khulna. Una fila composta, dignitosa, in attesa di un verdetto non sempre semplice. 
«Chiunque bussi qui viene accolto. Non è solo un motto parmigiano, ma il nostro spirito. L’aspetto più difficile rimane sicuramente doversi fermare di fronte all’ineluttabile. Purtroppo ci sono patologie a uno stato talmente avanzato che risultano incurabili e sei costretto ad annunciare al paziente che c'è ben poco da fare, tentando di lasciare almeno la speranza.   Tutto per poter assistere e curare chi ha ancora possibilità». A parlare è Enrico Vaienti, al timone della Clinica ortopedica del Maggiore, fresco di rientro dall’Asia. 
Una premessa è doverosa: «Siamo un’équipe medica e come tale ogni intervento, ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni giorno lo condividiamo». Ecco perché mentre mostra fotografie degne di un reporter parla più dei colleghi che di sé. «In quella sala operatoria ci troviamo di fronte a patologie superate o comunque divenute un ricordo in tutto il resto del mondo», prosegue il numero uno di ortopedia. Mani e piedi di donne, bimbi, anziani divorate da pustole per l’acqua contaminata da arsenico. E ancora: deformità congenite, fratture di femore mai curate, piedini ritorti e ustioni. Come se la natura si fosse improvvisamente imbizzarrita dimenticando l’armonia del corpo umano. 
«Per arrivare al Bichitra hospital c’è solo un’ambulanza, ognuno si arrangia come può». Barelle improvvisate e carretti che macinano fino a duecento chilometri animati dalla speranza. E per un mese intero, dandosi il cambio ogni quindici giorni, l’équipe opera senza sosta. Questo oltre ai briefing quotidiani e alle visite in reparto anche prima di dormire. Chirurghi, ortopedici, anestesisti, infermieri, strumentisti in trincea. Anche se negli anni – e grazie all’impegno della onlus «Sos ortopedia» – reparti e sale operatorie hanno fatto passi da gigante. Le stanze sono decorose, pulite e con strumenti essenziali, con cui i professionisti operano nella consapevolezza di essere troppo spesso l’ultima speranza. 
Eppure di piccoli miracoli ce ne sono tanti. Come quello di una bimba sordomuta dalla bellezza rara. «A causa del silenzio obbligato delle sue orecchie, non è riuscita a sentire il clacson di un mezzo ed è stata travolta con pesantissime conseguenze – racconta Vaienti –. La piccola coscia è stata completamente ricostruita grazie all’impegno dell’équipe medica». 
Un team affiatato guidato da Bruno Panno, vicepresidente dell’associazione Sos ortopedia, nonché primario del reparto di Guastalla, e Giangiacomo Chiari, segretario dell’associazione e fisioterapista coordinatore della Fondazione Don Gnocchi di Parma. Tra i professionisti dell’ultima trasferta, insieme a Vaienti, Marco Frattini ed Elisabetta Savi, in forza all’ospedale di Vaio, e Alessio Paladino, specializzando della Clinica ortopedica del Maggiore. 
«L’attività di Sos ortopedia è iniziata alla metà degli anni ‘90, quando venne accolto dal professor Elio Rinaldi l’invito dei missionari saveriani a recarsi in Bangladesh per curare giovani e bambini affetti da gravi deformità scheletriche – riavvolge il filo Vaienti –. Altre anime sono Carmine Del Rossi, che ha amato il suo Bangladesh, ed Enrico Sesenna, al timone del reparto maxillo facciale di Parma. Credo che i nostri viaggi nella terra delle maree siano essenziali, in primis sotto il profilo della crescita umana. Per quanto riguarda la professione è sicuramente un ritorno alle radici della medicina, sia per il rapporto diretto con i pazienti, sia per la gravità delle situazioni da affrontare. Ecco perché credo possa rappresentare un’esperienza importante per i chirurghi formati, ma anche per i giovani specializzandi. Associo sempre un aforisma di Metastasio al Bangladesh, recuperato da Elio Rinaldi, che credo racchiuda lo spirito di chi decide di vivere queste esperienze durante la carriera: “Nascer non meritò chi d’esser nato crede solo per sé».