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LE TRADIZIONI

Sant'Ilario, le scarpette e quei calzari riparati da un «cibach»

Dalla storia dei  sandali rotti  del santo a quella dolce golosità parmigiana 

di LORENZO SARTORIO -

11 gennaio 2020, 10:32

Sant'Ilario, le scarpette e quei calzari riparati da un «cibach»

È vero che i calzolai sono uguali in tutto il mondo ma,  quelli parmigiani,  hanno qualcosa di particolare in quanto possono fregiarsi  di retaggi storici di tutto rispetto. Infatti  alcuni calzolai ducali scrissero il loro nome nella storia  o  nella leggenda  popolare  come l’anonimo ciabattino che  aggiustò i calzari di Sant'Ilario, Patrono di Parma, che il santo trasformò in oro donandoli  al generoso "cibàch",  per non parlare di  Asdente e  Cortopasso.   Asdente, fu addirittura citato da Dante nel XX canto dell’Inferno. Cortopasso, invece, fu il calzolaio nano che, all’indomani della clamorosa vittoria dei parmigiani su Federico II con l’annientamento della Cittadella di Vittoria (l’attuale  zona  attorno all’attuale barriera Santa  Croce), si impadronì della corona dell’imperatore sconfitto.

 A  Sant’Ilario   sono  legate tantissime  tradizioni,  in primis,   quelle  delle scarpette dolci  che compaiono  in questa giornata  nelle  pasticcerie  e nelle  panetterie. Ogni  pasticcere   e fornaio  ha la propria personalissima   ricetta  come  d’altronde  la possiede, tramandata  dalle sue ave,  ogni  rezdora  che si rispetti.  Un po' come  gli anolini, la tortafritta, la spongata   e  le chiacchiere  di Carnevale.  Un  grande facitore di chiacchiere  dolci fu l’indimenticato  Aldo  Castagneti,  mitico pasticcere  di strada  D'Azeglio. Non solo   valente maestro pasticcere,  ma   vessillifero  della più schietta  e  gioiosa  parmigianità,  custode  ed anima dell'Oratorio Sant'Ilario, persona  amabile, gentile, garbata  nonché  innamoratissima  della città, del suo dialetto e  delle sue tradizioni. E fu proprio Aldo Castagneti,   con la collaborazione   del fedelissimo  Ermes  Ghirardi,    che,   in occasione  ella  festività  del santo Patrono,  tanti  anni fa  ripristinò  la tradizione antichissima     della consegna dei guanti  bianchi alle autorità.

Gli anziani  della comunità   di Parma e  le  corporazioni   arti   e mestieri    celebravano  ogni anno  con  festosa pompa il Santo Patrono.  Tra le iniziative  da loro  promosse   era  significativo  il gesto,  documentato    dalle "Ordinationes" del 1695, ma già  in uso in tempi precedenti,  di far dono   di un  paio  di guanti bianchi alle autorità   nel giorno stesso  delle festa  patronale  auspicando  un buon governo per la città.

Ma un tempo,   specie   "de dla da l’acqua",    nel  giorno  di  Sant’Ilario, non mancavano  le burlesche  trovate   di alcuni monelli i quali,  armati  di una pezzuola  di panno a  forma di scarpa  strofinata   nel gesso,   la stampavano  a mo’ di cliché sul posteriore di chi capitava  loro fra i  piedi  in modo   da lasciare una  traccia. Sant’Ilario, patrono di Parma, ma anche   terz’ultimo  «mercante da neve». Infatti,  in ordine stagionale,  è preceduto  da Santa Bibiana  (2 dicembre)   e Santa Lucia (13  dicembre),   quindi seguito  da   Sant’Antonio   Abate "Sant’Antònni dal gozèn" ( 17 gennaio)  e,  per ultimo,   San Biagio     ("San Biäz con la neva sotta ‘l näz") che  chiude,  il  3 di febbraio,  la lista dei «mercanti  da neve». Un'altra  tradizione   legata  alla  ricorrenza  di  Sant’Ilario ha da vent’anni come  teatro  la chiesa dell’Annunziata  con il concerto  benefico    dedicato  a  Padre Lino che  vede instancabile   regista   Claudio  Mendogni e,   come protagonista,  la  «Corale Verdi».

Enrico  Dall’Olio   nelle  sue «Tradizioni Parmigiane»  (Grafiche Step editrice), accenna   che   nella notte di San’Ilario,  a Borgo Taro,  si  faceva  la «pusèina», termine dialettale con probabile  significato  di dopocena.  In  tale  occasione  si riunivano  diverse famiglie per gustare insieme frittelle  di mele e di riso.  Era un «filossu» speciale  festeggiato anche   a Tornolo e a Tarsogno con il nome "tredesein". Sant’Ilario  fu pure  ricordato  in  versi  da tanti poeti dialettali che cantarono,  con la  lingua dei nostri padri,  la  figura  leggendaria  di questo santo come  l’indimenticato Fausto Bertozzi.