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L'intervento

Il ricercatore Franco Lori: "Meglio la cura del tumore o il benessere dei ratti?"

05 febbraio 2020, 10:11

Il ricercatore Franco Lori:

Gentile direttore,
ho letto con soddisfazione e preoccupazione l’articolo del professor  Rizzolatti sulla Gazzetta di Parma del 4 febbraio a proposito del clima di odio e paura che si è creato attorno alle sperimentazioni su animali a scopi farmacologici. Come suo ex studente riconosco, a tanti anni di distanza, la determinazione e la risolutezza con cui sa affrontare un problema serio e di grande attualità.
Come sviluppatore di farmaci sento una rabbia crescente che sfocia in un misto di incredulità e frustrazione. Circa un anno fa ho contribuito alla stesura di un protocollo per sperimentare sui ratti un farmaco che nei test su cellule di laboratorio aveva dato risultati molto promettenti contro una forma di tumore maligno inesorabile: il mesotelioma da amianto. Questo tumore rimane silente per decenni dopo l’esposizione a fibre di asbesto per poi esplodere improvvisamente e lasciare in media poco più di un anno di speranza di vita. 
Eravamo molto orgogliosi del nostro Protocollo sperimentale e pieni di entusiasmo. Tuttavia, per proteggere la incolumità dei ratti e per assicurare loro il massimo benessere, il protocollo deve passare il vaglio di un Comitato Locale (cioè della locale Università) che riporta allo sperimentatore giudizi, richieste di chiarimenti e/o di modifiche, così che lo sperimentatore possa correggere il Protocollo a seconda delle richieste e dei suggerimenti. Se il Protocollo così emendato soddisfa il Comitato Locale, questi lo invia al Ministero della Salute, che  a sua volta lo invia all’Istituto Superiore di Sanità per esprimere il proprio parere, raccolto il quale lo re-invia con commenti al Ministero della Salute, che riporta allo sperimentatore giudizi e richieste di chiarimenti e/o di modifiche. A quel punto lo sperimentatore può emendare di nuovo il protocollo per rimandarlo al Ministero della Salute, che lo invia all’Istituto Superiore di Sanità per esprimere di nuovo il proprio parere, raccolto il quale lo re-invia con commenti al Ministero della Salute, che lo riporta allo sperimentatore con un giudizio finale.  Se va tutto bene ed il giudizio è positivo sono “solo” passati 6-8 mesi ma se questo è negativo lo sperimentatore deve iniziare daccapo.  

Il nostro Protocollo è giunto a questo punto. Non so prevedere quanto tempo ancora occorrerà, ma è matematicamente certo che prima che venga approvato sarà trascorso ben più di un anno, lo stesso lasso di tempo che occorre in media ad un paziente per apprendere dal medico la propria diagnosi di mesotelioma, accomiatarsi dai propri cari e morire. 

Non so quale sia la posizione di “alcuni” animalisti sui ratti in generale. Sottolineo “alcuni” per limitarmi a coloro che minacciano psicologicamente e fisicamente i ricercatori. E per differenziarli dalla stragrande maggioranza degli animalisti che ha come unico fine il rispetto dei diritti degli animali. Ho il forte sospetto, se non la quasi certezza, che se i ratti infestassero le loro case prontamente chiamerebbero il servizio di disinfestazione, pretenderebbero celere risposta e forse (non ne sarei stupito) passerebbero alle minacce se non ricevessero immediata soddisfazione. Naturalmente gli addetti al servizio appronterebbero i rimedi del caso, che consistono principalmente nell’avvelenare i ratti e farli morire di lungo e penoso tormento lontano dalle esche. 

La domanda che a questi “presunti animalisti” rivolgo è la seguente: da che parte state? Io ho già fatto la mia scelta. Pur non conoscendo alcun membro delle famiglie dei ratti su cui vorrei sperimentare il nostro farmaco, io sto con le famiglie di Casale Monferrato, sto con coloro che in tutto il mondo nel corso dell’ultimo anno hanno perso i loro cari mentre noi ci consumavamo nell’attesa di un benestare “etico” per non turbare il benessere di una decina di ratti. 
Senza se e senza ma. 
E auguro a tutti i violenti che ci minacciano e indirettamente contribuiscono alla imposizione di burocrazie estenuanti e prive di senso di non dovere mai e poi mai scoprire “in casa propria” una diagnosi di mesotelioma. Non saremmo pronti ad aiutarli.
Franco Lori