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La Gazzetta racconta la storia dei palazzi di Parma

Inizierà giovedì prossimo un lungo e affascinante viaggio in 36 puntate alla scoperta delle dimore cittadine. Partiremo da quelle «del potere»

di Aldo Tagliaferro -

21 febbraio 2020, 15:41

La Gazzetta racconta la storia dei palazzi di Parma

Scandiscono gli spazi della città, ne definiscono lo stile e il carattere. Eppure, siamo talmente abituati a vederli tutti i giorni che difficilmente ci interroghiamo sulla loro storia, su chi li ha abitati, sugli eventi che hanno ospitato. Parliamo dei palazzi e delle dimore storiche di Parma.
Da giovedì 27 febbraio la Gazzetta inizia un affascinante viaggio che racconta 36 palazzi di Parma dedicando ogni settimana una pagina intera a una dimora: la sua storia, le opere che contiene, le peculiarità storiche o architettoniche che la contraddistinguono. Saranno dodici palazzi «del potere» a scandire le prime uscite, corredate di fotografie, curiosità e cronologia.
Ci siamo affidati per una narrazione e ricostruzione storica di alto livello scientifico a studiosi di arte e architettura di chiara fama, coordinati da Carlo Mambriani, professore di storia dell'architettura dell'Università di Parma. Oltre a Mambriani le prime dodici uscite saranno firmate da Bruno Adorni, don Alfredo Bianchi, Alberto Cadoppi, Alessandro Malinverni, Antonio Russo e Fabio Stocchi.
Questa nuova iniziativa della Gazzetta  si avvale della preziosa collaborazione dell'Università di Parma (Dipartimento di Architettura), dell'Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma e del Centro Studi e Valorizzazione Residenze Ducali di Parma e Piacenza.

Le prime dodici puntate (ogni giovedì dal 27 febbraio)

1. Palazzo del Municipio
2. Palazzo Vescovile
3. Palazzo del Giardino
4. Palazzo della Pilotta
5. Palazzo Cusani
6. Palazzo dell'Università
7. Palazzo dei Ministeri
8. Palazzo Rangoni
9. Palazzo del Tribunale
10. Palazzo ex Banca d'Italia
11. Palazzo Soragna
12. Palazzo Pallavicino

 

Il curatore Mambriani: una città ricca di dimore della nobiltà “di toga e di spada”

C'era una lacuna da colmare nella narrazione dei palazzi di Parma. L'ultimo lavoro organico - basato anche su fonti orali - risale al lontano 1966, «Palazzi e casate di Parma» di Mario De Grazia, Ludovico Gambara e Marco Pellegri, corredato di sole foto in bianco e nero. Ci prova ora la Gazzetta e a coordinare la storia dei palazzi di Parma è  lo studioso Carlo Mambriani, profondo conoscitore della città. 

Che storia raccontano i palazzi di Parma?
«Quello che per secoli fu uno stato unitario con due capitali sotto i Farnese, i Borbone e Maria Luigia, ha alla fine visto prevalere Parma. Ma c'è differenza fra le due città: Piacenza è un centro di palazzi (soprattutto sotto i Farnese), Parma di dimore. L'antica origine feudale della nobiltà piacentina si traduceva in possedimenti cristallizzati in palazzi giganteschi, a Parma l'aristocrazia feudale più ridotta nel numero preferiva abitare fuori città, per cui a Parma ha prevalso la piccola nobiltà “di toga e di spada” che non aveva la possibilità di creare dimore così importanti. Questo spiega perché a Piacenza vi siano facciate anche di cento metri e qui di poche decine».

Cominciamo la narrazione con i palazzi «del potere». In che senso?
«Sono i palazzi che rappresentano le principali che ospitano istituzioni antiche o recenti della città, sia pubbliche che private, quelle che di fatto governano Parma».

Quale panorama  architettonico emerge dai palazzi di Parma?
«Ne esce una città con un tessuto abitativo compatto, fitto, dove emergono palazzi eccezionali per la loro taglia. Già in età medievale troviamo esempi di  case-corte con un impianto simile a quello dei conventi. Il fronte strada, quello con maggior valore, distingueva le residenze nobiliari per l'assenza di botteghe: un segno di ricchezza, perché stava a indicare che le entrate provenivano dalla terra, da incarichi a corte o istituzionali.  Nonostante le demolizioni del '900, i bombardamenti e gli sventramenti fascisti, Parma è una città ben conservata e conserva una struttura che alterna il “lotto gotico” delle case popolari ai margini mentre man mano che ci si avvicina al centro aumentano le facciate lunghe e senza botteghe. Che saranno aperte successivamente, come in via Farini dove apparvero solo all'inizio del '900».