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la testimonianza

Un infermiere del 118: 'Noi che entriamo nelle case e vorremmo prenderci cura di tutte quelle storie'

27 marzo 2020, 16:06

Un infermiere del 118: 'Noi che entriamo nelle case e vorremmo prenderci cura di tutte quelle storie'

L'ha ribattezzato il "Diario dal fronte" e quella di Gabriele Granelli, infermiere del 118 di Parma, è una testimonianza che racconta con intensità questi giorni sofferenti vista da una delle visuali più calde del fronte. Ecco le sue parole.

"Più di un anno fa, quando sono arrivato a indossare questa giacca dopo averla sognata tanto, mai avrei immaginato di poter diventare 14 mesi dopo la prima linea di una guerra contro un mostro invisibile. Guerra che stiamo portando avanti da più di un mese in trincea tutti uniti come fratelli: medici, infermieri,Oss, tecnici radiologi, volontari e persino gli addetti alle pulizie. Sì, perché chi di loro avrebbe mai detto che un giorno per pulire delle stanze e i corridoi avrebbe dovuto indossare quel tutone e quegli occhiali spacca naso, diventando uno dei tanti omini bianchi anonimi che abitano ora gli ospedali?

Si "Abitano" perché ormai il sistema di timbratura ha perso il conto delle ore straordinarie. "Uno dei tanti" : il virus ha appiattito i ruoli. Certo, c'è sempre il medico e tutti gli altri, ma ogni timore referenziale è caduto... Nei corridoi ci si incontra e non c'è più il "Buongiorno dottore" e quel rispetto gerarchico di prima. Ora siamo tutti marinai della stessa nave che attraversa oceani tempestosi, tutti uguali, non si distinguono più mozzi e Capitani. Le mascherine e gli occhiali che bruciano la fronte, lasciano i segni e spaccano il naso hanno reso uguali tutti i soldati e basta un ciao per sostenersi a vicenda come fratelli al fronte, senza differenza di casta. A volte dico: "Come li compatisco, poveri, io a ogni trasporto mi posso svestire, mentre loro restano così per almeno otto ore in reparto, senza poter fare la pipi'" . Ma vi assicuro che anche un'ora sembra infinita in quello scafandro. Entrando in casa della povera anima sfortunata che la centrale operativa ti manda a valutare, sei vestito da neanche 5 minuti e hai già la maschera appannata come se vivessi perennemente nella bassa del Po. Male. Controlli temperatura e saturazione, la quantità di sangue ossigenato. Di solito in quel momento pensi : "...doppiamente male..." Poi speri di non dover prendere un accesso venoso perché alla cieca è impossibile. Male? No, di più... La linea di confine con le imprecazioni nella tua testa è sottile.

Con la morte dentro cerchi di far salutare tutti i parenti, senza il minimo contatto, perché non sai se e quando si rivedranno. Anche loro lo sanno, seguono i notiziari che vanno sonnolenti sulla TV accesa apaticamente. I parenti hanno già pronto un foglietto con scritte le medicine e i numeri di telefono. Finalmente parti per 20 minuti di viaggio se va bene, in sirena a tutta velocità. Affidi all'abilità dell'autista il tuo senso di nausea, caldo e claustrofobia e speri di arrivare a destinazione senza vomitarti addosso, nella tuta. In pronto soccorso dopo aver consegnato il paziente a un omino bianco come te vai a santificare l'ambulanza e lì finalmente cade la maschera. Torni ad avere la tua identità, il tuo essere. A maggior ragione saluti tutti con un ciao, almeno io faccio così, non per poco rispetto, ma per empatia con l'altro, perché un'altra battaglia l'hai forse portata a casa. Ognuno la sua. Perché tutti combattono in quel viaggio o nel turno in reparto con i propri pensieri e le proprie paure: l'ansia di non contagiarsi e di contagiare inconsapevolmente le mamme, i papà, i nonni e le nonne, gli amici. La mente rivolta ai colleghi o i conoscenti malati, sperando di non essere il prossimo . Il pensiero a chi ha distrutto la propria famiglia vivendo lontano da figli e genitori per aiutare gli altri e fare il lavoro più bello del mondo che abbiamo scelto, ma che mai come ora ci ha sparato nelle gengive i sacrifici che comporta. Il dubbio che lascerai il paziente e non saprai più nulla della sua strada, che si separerà dalla tua una volta sceso da quella barella, così velocemente come ci è salito .

Siamo in guerra e la guerra cambia dentro ci raccontavano i nostri nonni. Persone che il bastardo ci sta portando via tutte insieme, gli ultimi baluardi rimasti della memoria storica delle Grandi Guerre. Di questa rimarrà la nostra memoria da trasmettere negli anni avvenire ai nostri nipoti. Ricordi sempre nitidi di questi giorni di reclusione fatti di solitudine in compagnia di Netflix, pizze, torte e le ricette di Benedetta, compensate da yoga e fitness fatto in qualche modo, con le bottiglie d'acqua come pesi. Gli augureremo di non vedersi mai privati della nostra vera natura, quella dello stare insieme, dell'abbracciarsi, del volersi bene, perché come diceva Aristotele "l'uomo è un animale sociale". Tutti ne usciremo devastati fisicamente e mentalmente. Racconteremo tutto per sfogarci anche tra molti anni, dalle nostre mani brucianti e tagliate dai gel a tutta la devastazione vista. Ora ho perso ogni certezza, non so cosa farò quando tutto sarà finito. La sera mi dico che non ne vorrò più sapere, che farò il benzinaio perché a caldo il cuore reagisce così al dolore. Poi razionalmente sono conscio che non potrei fare altro perché amo questo lavoro nonostante mi abbia portato in guerra. Le ferite sono aperte nell'anima come sulle mani, ho visto entrare amici e non vederli uscire. Una sera in rianimazione dopo un trasferimento ho visto tutte quelle persone inermi e nude attorno a me, impotenti, con il loro destino lasciato con disperata fiducia nelle nostre mani. Persone non anziane, ma dell'età dei nostri genitori. Dietro a quegli occhialoni mi veniva da piangere chiedendomi che fine avrebbero fatto queste anime, queste storie di vita. Quanti giorni con figli e nipoti potrebbero ancora trascorrere se non fossero inchiodati a un letto da un tubo? Quanti viaggi potrebbero fare con il tempo libero e la pensione raggiunta con fatica da godere? Invece sono costretti alla vita da pesce rosso nell'acquario come diceva il titolo di un libro, tutto il giorno lì, perdendo ogni concezione spazio- tempo e ogni percezione di sé, a farsi sballottare dalle nostre mani, le uniche onde in quella boccia. Quanti usciranno? Quanti moriranno soli senza nessuno dei loro cari a piangerli al loro funerale? Non hai risposte, nulla te le può dare... Pensi che se qualcosa esiste è assurdo che permetta tutto ciò. Vedi persone con saturazione di ossigeno che con una patologia respiratoria normale sarebbero morte, parlare e camminare. Nulla più ti può sorprendere, nemmeno la morte, che ormai sai può giungere anche su persone con cui parlavi poco prima. Vorresti sapere le storie e i destini di tutti, sapere come si concludono quei racconti di vita, sapere che tutti torneranno dalle famiglie. Ma non lo potrai sapere mai ... Sei consapevole che non potrai tornare a casa con quel carico di vite addosso perché rischi il burn out se non ci sei già, rischi di perdere quel poco dell'equilibrio mentale che ti resta. Su molte di quelle storie ti resterà il dubbio, come in una serie tv all'ultimo episodio . Per tutti speri che ci sia una seconda stagione più bella e meno triste, perché nulla può concludersi con un season finale così avvilente. Egoisticamente puoi solo pensare a quando tutto sarà finito e potrai tornare alla tua socialità dopo mesi senza amici, agli aperitivi e alle cene,ai viaggi che stavi programmando. Lo devi fare per non farti annientare dalla negatività, dal male. Cerchi di pensare positivo anche se non vedi la luce in fondo al tunnel e pensi che finirà. Come tutte le guerre finirà , a prezzo di tante vite, ma finirà. Risorgeremo più rispettosi dell'altro, memori di questa lotta gomito a gomito con i nostri fratelli, della nostra natura sociale negata che abbiamo sacrificato per il bene comune. Risorgeremo più rispettosi della natura e del mondo che abbiamo ucciso e ora ci sta punendo. Ma risorgeremo.. E tutto, forse, andrà bene".