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Armi digitali

L'emergenza si gestisce anche a colpi di «app»

L'informatica Masino: «Ma non tutte sono attendibili. Le "salta coda" al supermercato? Troppe variabili»  
 

di CHIARA POZZATI -

07 aprile 2020, 11:48

L'emergenza si gestisce anche a colpi di «app»

Tavoli di lavoro virtuali, per rispondere a problemi reali. Anche i «nerd», pardon gli esperti in nuove tecnologie, combattono il Covid-19. 
Come? Soprattutto attraverso gli hackathon, eventi oggi online, ma solitamente «fisici», che coinvolgono team spontanei di liberi professionisti per trovare soluzioni. 
Da qui scaturiscono la maggior parte delle app per individuare i contagiati, per creare alert per chiedere aiuto o per segnalare sintomi sospetti. E ancora per saltare la fila al supermercato o individuare la percentuale di rischio.
«Si tratta di veri e propri eventi sul web a cui partecipano professionisti che hanno competenze trasversali. In sostanza aziende, privati o istituzioni si dividono in gruppi e sviluppano dei nuovi progetti per rispondere alle richieste. Richieste che possono essere a fini commerciali, didattici o per la comunità, come negli ultimi casi. In questi giorni, ovviamente, siamo tutti concentrati per l’appello lanciato direttamente dal Ministero per l’Innovazione guidato da Paola Pisano. Il governo ha chiesto di sviluppare soluzioni in grado di monitorare e possibilmente contenere il Coronavirus». 
A fare da cicerone nel mondo virtuale – tra nuovi progetti e applicazioni rivisitate – è la parmigiana Patrizia Masino, informatica ed esperta in digital marketing. Perché se è vero che, soprattutto in questi giorni di quarantena, smartphone, tablet e pc diventano essenziali non solo per la socialità, «non tutto è così nuovo e funzionante come invece appare – spiega la 41enne -. Per esempio, già cinque anni fa le pompe funebri davano la possibilità di pubblicare annunci e video online, una questione peraltro molto delicata e per nulla diffusa. Oggi, chiaramente, con l’impossibilità di celebrare anche l’ultimo saluto, è possibile fare dirette streaming attraverso Facebook, ma le domande sono molto limitate». 
Secondo la Masino non tutte le app funzionano, «o meglio sono attendibili. Mi riferisco a quelle cosiddette salta coda, o quelle teoricamente in grado di definire i tempi di attesa dei supermercati vicini alla propria abitazione. In questi casi le variabili sono troppe. Ad esempio in molti disattivano la geolocalizzazione dei propri cellulari, di fatto “scomparendo dalla rete”, oppure semplicemente non hanno scaricato l’app e anche in questo caso non risultano. Inoltre è impossibile calcolare l’effettiva tempistica della durata di una spesa: c’è chi impiega dieci minuti tra gli scaffali e chi oltre un’ora e non è possibile prevederlo». 
Le più diffuse (e forse anche più oliate) sono le app di videochat: «utilizzate per agevolare lo smart working in primis, ma anche per la didattica a distanza e in generale per la socialità. Mi riferisco a Microsoft Teams o Cisco Webex utilizzato dalle principale aziende, oppure più semplicemente le app per videoconferenze come Zoom, che ha superato Skype – prosegue l’esperta -, ma anche a Meet e per il mondo degli studenti Class room e tutti i dispositivi messi a disposizione da Google». 
Ma il vero problema, «su cui tuttora vale la pena concentrarsi sono i sistemi di sicurezza – mette in guardia la Masino -. Molte aziende non erano affatto pronte al lavoro da casa, tant’è che i primi tempi, in numerose realtà ci si è incautamente affidati agli strumenti personali dei dipendenti. In sostanza ai lavoratori veniva richiesto di connettersi alla rete aziendale utilizzando il proprio computer personale, ma di fatto mettendo a rischio il sistema. Molti hacker infatti hanno utilizzato i pc di inconsapevoli professionisti per penetrare la rete di aziende e impossessarsi di informazioni preziose». Un altro, l’ennesimo strascico di una pandemia che non conosce confini. Cyberspazio compreso.