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la foto-icona

Franco Furoncoli: "Così catturai quel sole perfetto con il nostro Angiolèn al centro"

di Claudio Rinaldi -

13 aprile 2020, 11:41

Franco Furoncoli:  "Così catturai quel sole perfetto con il nostro  Angiolèn al centro"

Erano mesi che inseguiva quel sole, Franco Furoncoli. «Anni», garantisce la moglie Daniela, che si ricorda quante sere lo vedeva scappare di casa, con la Nikon al collo, a caccia di tramonti, la sua antica passione.
16 marzo 1986, otto e mezza di sera. «Mi sembra ieri», dice lui, e ancora si emoziona a parlarne: e ricorda ogni istante di quel giorno che gli ha regalato il più bello scatto di sempre. La foto-icona della sua lunga carriera. «La guardo tutti i giorni. “Che meraviglia”, mi dico ogni volta. È talmente bella, unica, che quasi non la sento mia: è come se non mi appartenesse. Mettiamola così, ripeto a me stesso: è un’immagine che mi è stata regalata». Eppure l’ha cercata, inseguita, sognata. Per molti mesi, con la testardaggine familiare a chi lo conosce bene. Quella che, negli anni in cui aveva deciso di rendere omaggio a Hemingway e fotografare la Parigi di «Festa mobile», lo faceva saltare in macchina alle sette di mattina se la notte prima aveva letto una pagina che gli aveva fatto venire in mente uno scatto da fare, o se il suo amico parigino lo avvisava che stava piovendo, o che c’era un bel sole. Avanti e indietro, duemila chilometri, in un paio di giorni, per una foto. Ma questa è un’altra storia.
La foto «Ultimi bagliori sulla città», che pubblichiamo in prima pagina, come omaggio pasquale ai nostri lettori, è la perfezione in uno scatto, né più né meno. La palla rossa del sole – un cerchio perfetto, che sembra fatto con un compasso – e al centro – esattamente al centro – il nostro amato, adorato Angiolèn dal Dom. E la cuspide del Duomo che sembra il raggio di quel cerchio.
Si stenta a credergli, quando racconta da dove l’ha scattata. Dal cavalcavia di via Mantova!
«Sono sempre stato attratto dal sole, non so più quanti tramonti ho fotografato in vita mia – racconta –. In quel periodo, quando uscivo dallo studio, andavo in giro, per cercare un’ispirazione, sempre guardando verso Ovest. Sì, inseguivo il sole. Pensavo a come “catturarlo”. E avevo notato che andava a cadere tra il campanile di San Giovanni e quello del Duomo: passando da via Mantova, avevo intuito che avrebbe potuto essere il posto giusto. Sì, avevo capito che, dall’altezza del cavalcavia, mi sarei trovato come su una linea retta, con l’obiettivo e il centro della cuspide praticamente alla stessa altezza».
Al primo tentativo capì subito che – con un teleobiettivo potente – l’occhio passava attraverso il mirino, il centro dell’obiettivo e arrivava dritto all’ Angiolèn. Bingo, pensò.
«Quella sera accostai la mia 131 familiare al margine destro della carreggiata, piazzai il cavalletto sul tetto, con i camionisti che mi suonavano, “chi è quel pazzo?”, si chiedevano, “ma cosa fa?”».
Particolari dedicati a chi s’intende di fotografia: macchina Nikon, con obiettivo Hasselblad 350 millimetri, pellicola Agfa, sensibilità 50 ASA, ripresa a 1/125 di secondo con un diaframma 5,6-8 (circa). «Il fotogramma è un 24x36 – spiega l’autore –. Per utilizzare l’obiettivo della Hasselblad, del formato 6x6 che allora andava per la maggiore tra i professionisti, avevo fatto fare un adattatore particolare, che moltiplicava l’effetto di ingrandimento, rendendo il tele equivalente a un 1400 millimetri circa: e infatti il sole copre quasi interamente il formato».
Tra un colpo di clacson e l’altro, l’occhio incollato al mirino, studiò il tempo, scelse il diaframma (esporre per la luminosità del sole o per la silhouette dell’angelo? Quello era il dilemma). E, sul più bello, il cuore in gola. «Quasi da non riuscire a scattare la foto. Avevo capito che era il posto perfetto, il momento perfetto». E dopo mesi e mesi di ricerca, con il sole in simmetria assoluta, gli sembrava di avere le dita paralizzate. «La stessa emozione di allora, a ripensarci oggi. Ci sono tornato infinite volte, mai rifatta una foto così. Ero come svuotato, quella sera. Se mi sono accorto subito di cosa avevo fatto? Sì, certo. Ho scattato una ventina di foto: ma quella giusta era una. È una questione di un istante. Un istante davvero, poi il sole scende, neanche un secondo dopo è un’altra cosa».
La mattina dopo la corsa al laboratorio, lo stress dell’attesa per lo sviluppo. La diapositiva nel visore, la gioia. «Soprattutto l’emozione, per la perfezione. Il cerchio del sole, l’Angiolèn al centro, con quel sottilissimo bagliore intorno al contorno. Il fotografo deve avere fortuna, io mi sono sentito privilegiato. Una magia? Forse, ma soprattutto qualcosa di più profondo, mi viene da dire di mistico». Per tanto tempo è rimasta nel cassetto, la prima volta che riuscì a pubblicarla fu sei anni dopo, in uno storico libro dedicato alla Cattedrale. «Non me la sentivo: era, davvero, come se quella foto non fosse mia».