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CORONAVIRUS

Il tirocinio degli aspiranti infermieri nei reparti Covid

di Anna Pinazzi -

13 aprile 2020, 10:35

Il tirocinio degli aspiranti infermieri nei reparti Covid

In questi giorni di incertezza e sofferenza ecco un altro frammento di umanità di cui continuiamo ad essere testimoni. Alcuni giovani, studenti del terzo anno di infermieristica di Parma e Fidenza, hanno deciso di svolgere un tirocinio volontario nei reparti Covid  e reparti ad alto rischio con carenza di personale. 
«Tutto inizia nel clou dell’emergenza a inizio marzo» spiega Elena Giovanna Bignami, presidente del corso di studio di infermieristica dell’Università di Parma. «Tanti ragazzi si sono resi disponibili, anche da fuori provincia - aggiunge  Bignami   -  e ciò  aumenta  il senso di orgoglio e ripaga  il lavoro dei tutor didattici del corso, assieme a chi ha permesso  questo, a partire dalla direzione delle professioni sanitarie dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma». 
«Sono stato assegnato ad un reparto  Covid  – racconta Shaban, giovane tirocinante –. Sono partito per quest’avventura pieno di dubbi. Mi chiedevo se davvero il contributo di un giovane inesperto sarebbe stato d’aiuto o   d’intralcio. Ho messo da parte l’incertezza e mi sono buttato». 
Certo  le attività svolte da questi ragazzi non possono essere le stesse di un infermiere con anni di esperienza:  aiutano  i pazienti più anziani a mangiare, assistono gli infermieri  nelle visite, rilevano i parametri vitali,     compiti  comunque  importanti. Il contatto con i positivi al Covid è diretto. L’unica difesa a disposizione di questi giovani è un’«armatura» pesante.
 «Il primo giorno di lavoro, sopra la  divisa bianca, ho indossato i calzari, la tutina bianca impermeabile, il copricapo,  tre  paia di guanti, la mascherina, gli occhiali con le ventose  – spiega ancora Shaban – Sono entrato in reparto, spaesato e impacciato nei movimenti. Era passata solo mezz’ora ed avevo già gli occhiali appannati, la testa mi girava, il naso  si stava piagando e non sapevo ancora cosa volesse dire non poter bere o urinare per un turno intero». 
«Mi sono sempre chiesta come  sembriamo bardati  –  dice Ierardi Sofia, tirocinante nel reparto Covid al Barbieri – Oggi  un  paziente mi ha detto: quando parlate provo ad immaginarmi come sia il vostro viso, la vostra espressione sotto quella maschera. Ma poi, mi soffermo sui vostri occhi e mi dico che quelli sono ciò che mi basta». 
 «La difficoltà di indossare i sistemi di sicurezza individuali è una cosa che si può superare  – racconta Laura – Il vero problema è la gestione della sfera psicologica nostra e dei pazienti. La parte più difficile è quando ti chiedono di comporre sul loro telefono il numero dei familiari per sentire la loro voce». 
Hanno   paura anche loro,  gli aspiranti infermieri. Paura per se stessi, ma anche per i propri cari.  «I primi tempi ho avuto l’angoscia tutti i giorni - dice Stefano -  Tornavo a casa e pensavo al rischio che stava correndo mio padre, cinquantenne ed  asmatico,  ad entrare in contatto con me. Così    da un mese abito da solo lontano dalla mia famiglia e continuo a dare il mio contributo in reparto.  Così sono più tranquillo». 
Anche Jennifer non si trattiene dalle confidenze: «Quando si è in turno si pensa solo a far stare meglio le persone che hanno bisogno di assistenza. Poi finisce il turno e l’ansia e la paura ti logorano  pensando  a quante persone si sta portando via questo invisibile ma grande nemico». 
Oltre che sofferenti e stanchi, i pazienti sono soli. Non possono entrare in contatto coi familiari per motivi di sicurezza. Ecco che   i rapporti umani si intensificano. Stringere la mano di uno di questi ragazzi, per un malato,  è quasi come stringere quella di un figlio, marito, nipote. «Mi viene in mente un paziente  di  75 anni. – ricorda Martina – Ogni volta che mi avvicinavo al suo letto mi parlava e mi faceva vedere i disegni, i video e le foto della sua nipotina, che ha il mio stesso nome. Un giorno stava parlando al telefono proprio con lei e con un filo di voce le ha detto "ti faccio salutare una persona speciale". In quel momento ho capito di aver lasciato un piccolo segno nella vita di qualcuno».