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LUTTO

Covid-19: il dottore che viveva per gli altri Se n'è andato Vincenzo Frontera

Medico di famiglia e dentista, 64 anni ad ottobre. Impegnato nel volontariato, consigliere dell'Anspi Buon Pastore e genitore  di un capo  scout del Parma 8

di Anna Maria Ferrari -

19 aprile 2020, 17:30

Covid-19: il dottore che viveva per gli altri Se n'è andato Vincenzo Frontera

L'ultima volta che si sono sentiti al telefono era il 2 aprile alle 18,30, pochi istanti dopo sarebbe entrato in Rianimazione: «Era in affanno, ma non ci ha detto "sto male, cosa mi succederà". Ha chiesto dei ragazzi, di me. Si è  preoccupato per noi fino all'ultimo». 
Parla e piange, Anna Ivana, medico di base,  le parole si spengono ma resiste, rincorrendo  le ultime frasi  scambiate con il marito Vincenzo Frontera, 64 anni da compiere il prossimo 23 ottobre, medico e dentista, ennesimo camice bianco ucciso,  venerdì al Maggiore,  dal Covid-19. «Invitiamo chi gli ha voluto bene a un momento di preghiera, domani alle 14,15,  mentre la salma di Vincenzo sarà tumulata a Valera - dice Anna Ivana - Ognuno nell'intimità della propria famiglia, con il supporto morale di don Nando. Distanti ma vicini, in questo strano tempo». 
Parla mentre il telefono continua a suonare, amici e colleghi increduli, «un bombardamento di messaggi», e  la frase muore in gola. Voci amiche fin dalla Calabria, dove Vincenzo era nato nel '56,  grande famiglia mediterranea d'una volta,  genitori instancabili e nove figli da far studiare. Tirato su a valori e senso della comunità.  Il medico con il sorriso negli occhi, lo ricorda un amico. Per tutti un colosso d'amore e d'altruismo, Vincenzo, questo il tratto fondamentale della sua personalità che risalta in ogni testimonianza: «Non si arrabbiava mai: - racconta Ivana – mi diceva, "per litigare bisogna essere in due". Ma  lui non c'era».  
 LA PROFESSIONE

Medico a tutto tondo, una strada a senso unico scelta dopo il liceo scientifico frequentato a Crotone.  Poi su,  dalla Calabria a Parma,  città del Nord selezionata perché qui già  studiava un fratello. L'immatricolazione alla facoltà di Medicina, ore di studio e sogni di futuro, così fino alla laurea. Aveva fatto la gavetta, anni di guardie mediche e in tanto quella passione per gli altri che non lo lasciava mai, fino a portarlo a fare il dottore in carcere e ai due ambulatori,  da medico di famiglia in viale Bottego e da dentista in via Marchesi. Il figlio Marco, 26 anni, dentista anche lui, non cede: «E' stato ricoverato il 24 marzo, l'abbiamo abbracciato mentre saliva sull'ambulanza. Ha continuato a fare il  medico anche dall'Ospedale: i pazienti gli telefonavano per chiedere una ricetta e lui, attaccato al respiratore, si metteva a spiegare che lo studio era chiuso per la sanificazione, ma che c'era la sostituta e avrebbe risolto ».  «Essere gentile  gli veniva naturale», dice la moglie Ivana. Una roccia di tenerezza.
 LA FAMIGLIA
Innamorato della sua famiglia. Vincenzo e Ivana, racconta un amico, «si volevano bene sul serio: una di quelle coppie che sembrano sempre al primo giorno».  Si erano conosciuti ai tempi dell'Università, lei matricola arrivata da Castrì, nel Leccese, e lui più grande, ormai un passo dalla laurea. Amore a prima vista, poi il matrimonio, il 16 settembre del '92, e l'arrivo di Marco nel '94 e di Martina nel '99. Un papà chioccia che avrebbe voluto tenere i figli sotto la sua ala, ma che  riusciva a fare il leone, a spingerli nella foresta. «Mi ero messa in testa di andare a studiare un anno a New York, - racconta Martina - lui non mi avrebbe voluto mandare, ma mi ha aiutato lo stesso a fare le pratiche.  Mi diceva:  devi informarti, diventare un bravo medico». E quando Marco si è laureato, a luglio 2019, 110 e lode di fatiche e merito, papà Vincenzo orgoglioso: «Eravamo così felici, sarei andato finalmente in ambulatorio con lui». Fu una grande festa, quel giorno: «Avevo preso un vestito nuovo,  poco prima il  papà mi ha detto "provalo, dai, voglio vedertelo addosso"  – ricorda Martina -  Mi sono messa le scarpe coi tacchi, ero un po' imbarazzata. Lui fiero: "Che bella dottoressina che diventerai"». Poi via per un viaggio a Zurigo, organizzato da Martina, con gli zii Sandra e Ivan, i cugini Giorgio e Luca e la nonna per cui «mio marito Vincenzo è sempre stato come un figlio».  Era legato in un modo speciale a Vito, fratello minore della moglie: «Un figlio, per lui». Aveva stabilito due piccoli mattoni nella quotidiana vita in famiglia: almeno un pasto tutti assieme e i traguardi da festeggiare con i pasticcini, come quando poche settimane fa Martina superò lo scoglio dell'esame di Anatomia: «Quelle paste erano un simbolo, un riconoscimento, il suo modo di stare al nostro fianco, – ricorda Marco – di dirci, bravo ce l'ha fatta».
L'IMPEGNO NEL SOCIALE
Dalla famiglia all'impegno  nel sociale. Instancabile organizzatore di eventi e feste nel ruolo, negli ultimi cinque anni, di  consigliere dell'Anspi del Buon Pastore, la parrocchia della Crocetta.  Cuoco alla tortellata di San Giovanni del gruppo scout Parma 8 dell'Annunziata, in cui Marco è capo gruppo e Martina capo educatore. Colonna tra i genitori,  regista di campi estivi e raccolte fondi,  e chef di mitiche paste al forno, il suo piatto preferito, cucinate in famiglia e negli eventi sociali. «Si metteva il grembiule e via, sempre con il sorriso», ricordano gli scout. Don Nando, storico parroco del Buon Pastore, celebrò  le nozze d'argento di Ivana e Vincenzo: «Ci siamo scambiati di nuovo le fedi - dice Ivana - Don Nando non ci ha mai abbandonati in questi giorni e lo ringraziamo».
 I GIORNI ALL'OSPEDALE
Giorni sospesi, un'altalena di speranza e disperazione. Dal ricovero del 24 marzo fino al buio di venerdì, all'ultima telefonata dall'Ospedale. Ivana, Marco e Martina si fermano: «Scriva per favore che ringraziamo lo staff della Terapia intensiva, tutto, ma in primis la dottoressa Laura Malchiodi, anestesista. Non l'abbiamo mai incontrata.  È stata lei a informarci ogni giorno, senza illuderci, ma con umanità.  Parliamo di medici eroi, lei è stata qualcosa di più: una persona vera. Almeno c'era lei, vicina al papà, quando noi non potevamo neppure andare ad accarezzarlo».

di Anna Maria Ferrari