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Liceo Marconi

'Silenzio' di Eleonora: il suo racconto vince il premio Città di Prato

11 maggio 2020, 20:03

'Silenzio' di Eleonora: il suo racconto vince il premio Città di Prato

Questo è il racconto completo di Eleonora Agostinelli, studentessa del liceo scientifico Marconi che ha vinto il premio letterario nazionale Città di Prato Arte di Parole

 

Esco di casa alle 7:45, come tutte le mattine, però oggi non c’è nessuno dei miei figli da accompagnare a scuola. È un martedì, un normale giorno infrasettimanale, ma fuori tutto è deserto. Nelle strade della città, dove normalmente a quest’ora c’è un concerto di motori e clacson, regna il silenzio. Quei rumori che trovavo così fastidiosi ora mi mancano. C’è silenzio anche in macchina, in cui io e mio marito percorriamo il tragitto da casa all’ospedale, quasi senza dire una parola. Arrivati alle porte del grande edificio bianco ci salutiamo, sapendo che probabilmente non ci vedremo fino a sera. Lui svolta subito a destra, nel Centro del Cuore, dove c’è il suo reparto di cardiochirurgia. Io invece mi avvio verso l’ala ovest, quasi dall’altra parte del plesso ospedaliero, fino al pronto soccorso. Non sarebbe il mio reparto normalmente, ma è lì che nelle ultime settimane ho organizzato un percorso riservato al triage respiratorio per i pazienti affetti di Coronavirus. In quanto anestesista hanno affidato a me il coordinamento della situazione di emergenza. Per questo nelle ultime settimane ho passato più ore al lavoro che a casa. E ormai anche quando sono a casa mi sembra di essere al lavoro, con il cellulare che non smette mai di suonare. Arrivo in pronto soccorso e mi dirigo nella stanza che abbiamo adibito a spogliatoio, per cambiarmi e mettermi mascherina e tuta protettiva. Le ho appena indossate e già mi sento soffocare. All’idea che dovrò indossarle per l’intera giornata mi sento male, ma scaccio questo pensiero in fretta. Entro nella sala d’attesa dove c’è una fila di pazienti che aspettano di venire visitati. Qui dentro, c’è una confusione incredibile, medici che corrono da tutte le parti, persone che vanno avanti e indietro per lamentarsi e richiedere attenzione. C’è così tanta gente che non so nemmeno da dove cominciare. Sono anche preoccupata perché non abbiamo più posti letto disponibili, sto già cercando di trovare una soluzione per aprire una nuova terapia intensiva, ma ciò significherebbe dover chiudere e isolare un’altra ala dell’ospedale. Per ogni soluzione che trovo sembra sorgere un problema nuovo.

- Annalisa! - qualcuno mi chiama, mi giro. - La signora non si ricorda quale sia la sua terapia e non so quale medicinale somministrarle.

Succede sempre. Vado a leggere la cartella. Tutto assolutamente nella norma. La norma di questa ultime settimane. I sintomi da Coronavirus sono evidenti, ma la TAC non è ancora stata eseguita, quindi non posso ancora dichiarare ufficialmente la positività.

- Salve signora, come si sente?

- Io sto bene grazie, posso anche andare a casa.

Sorrido. - No, signora. Ha avuto febbre e problemi respiratori, deve fare la TAC per vedere se ha la polmonite interstiziale. Come si chiama?

- Mi chiamo Maria Rosa, ma può chiamarmi Rosa.

Come mia mamma, penso. - Bene Rosa, si ricorda quali medicine prende di solito?

- No… proprio non riesco a ricordarlo. Però sono per il cuore.

- Non fa niente, finché non si sente troppo male non è un problema. Quanti anni ha?

- Ne ho quasi 80.

Come mia mamma penso.

- Ora andiamo a fare la TAC.

Ci avviamo e intanto la signora mi parla dei suoi nipoti. È così entusiasta.

I risultati della TAC arrivano velocemente e, come sospettavo, la diagnosi è polmonite interstiziale, che mi permette di eseguire un tampone e dichiarare un altro paziente positivo al Covid-19. Negli ultimi giorni i casi aumentano sempre di più. Sembra non esserci fine a questo tunnel. Se fosse stato qualcun altro probabilmente avrei esitato prima di richiedere il ricovero per una paziente di quest’età e con problemi cardiovascolari repressi. Però in questo caso non esito nemmeno. Forse perché la signora mi ricorda tanto la mia mamma.

- Signora Rosa, la TAC evidenzia una polmonite interstiziale acuta. Avrà bisogno di essere ricoverata.

- È il virus?

- Sì signora.

- Io voglio andare a casa. Mia figlia è un’infermiera e mi può aiutare.

- Signora lei ha bisogno di restare in ospedale. Ha bisogno di aiuto respiratorio e di essere monitorata ventiquattro ore su ventiquattro. Inoltre sua figlia sarà sempre al lavoro. Abbiamo bisogno anche di lei qui.

La signora non obietta e quindi procedo con il ricovero.

- Dottoressa?

- Sì signora?

- Morirò?

Mi spiazza. Non so cosa risponderle, perché non lo so neanch’io. Mi fa compassione, però non voglio neanche mentirle.

- Non è questo il momento per pensarci. Ora pensiamo a guarire.

La giornata passa lentamente in un veloce e monotono susseguirsi di pazienti da ricoverare o da rimandare a casa, senza neanche un secondo per fermarmi a pensare. Ogni decisione, ogni problema va gestito nell’immediato e niente può essere lasciato irrisolto. Colleghi di tutti i reperti sfrecciano di qua e di là, dove c’è bisogno di aiuto. Gli anestesisti mi sembrano sdoppiarsi, perché di loro c’è bisogno ovunque. Ogni ora mi prendo due minuti per andare a controllare la signora Rosa. Non lo faccio generalmente, ma questa paziente mi ha coinvolto emotivamente più degli altri.

Verso le otto forse riesco finalmente a vedere la fine della giornata e mi avvio verso lo spogliatoio per cambiarmi. Appena esco dalle porte dell’ospedale mi blocco all’improvviso. C’è qualcosa di strano. Poi capisco. È il silenzio. Un silenzio che fa paura. Ho passato così tante ore all’interno dell’ospedale, che mi sono abituata al rumore incessante. Quindi il silenzio che c’è fuori mi spiazza. Non ci sono più abituata. Fuori sembra tutto tranquillo. All’infuori di coloro che lavorano nei reparti coinvolti direttamente dall’emergenza Coronavirus, nessuno sembra essere a conoscenza del caos che c’è lì dentro.

Arrivo a casa e ci sono solo i miei tre figli. La più piccola mi corre incontro, ma io mi sposto. Sul suo viso il sorriso scompare, rimpiazzato da un broncio di delusione. Ho severamente proibito baci, abbracci e qualsiasi tipo di contatto fisico. Cerco anche di tenermi a distanza da loro. La casa è in ordine e la cena è pronta. Hanno fatto tutto loro.

- Il papà? - chiedo.

- Ha avuto un’emergenza. Sta operando. Non sappiamo quando tornerà.

- Intanto mangiamo, cosa ne dite?

- Mamma. - mi chiama il figlio di mezzo. - Guarda la torta che abbiamo fatto oggi.

- È bellissima, ragazzi, bravi.

Ci mettiamo a tavola e i miei tre figli chiacchierano serenamente, scherzando e ridendo come al solito. Da quando sono chiusi in casa non litigano mai. Mi raccontano come è andata la loro giornata e come sono andate le loro lezioni online. Si lamentano un po’ dei professori e dei compiti, come sempre. E per un attimo mi dimentico di tutto quello che sta succedendo dentro all’ospedale.

- Mamma quando possiamo tornare a scuola? - mi chiede la più piccola, di dieci anni, all'improvviso.

- Non lo so, tesoro. - però vedo che non è soddisfatta della risposta. - Spero che tra due o tre settimane la situazione inizierà a migliorare.

- Ma quanti pazienti al giorno avete? - mi chiede il figlio di mezzo, che ha diciassette anni.

- In questi giorni ne abbiamo ricoverati una cinquantina al giorno.

- E sono tanti?

- Sì Fede, purtroppo sono moltissimi. Negli ultimi giorni i pazienti ricoverati giornalmente sono quasi raddoppiati. Non sappiamo dove metterli.

- E muoiono in tanti? - lui è sempre stato impressionato dalla morte.

- Non tantissimi ma abbastanza, soprattutto i più anziani o quelli che hanno già altre malattie.

- E ricoverate tutti? Non è bello da dire, ma se sapete già che in cerche condizioni pre-esistenti al virus il paziente non ha possibilità di superarlo, non sarebbe meglio non ricoverarlo e utilizzare le risorse per quei pazienti che hanno maggiori possibilità? - ora è il turno della più grande. Ha diciannove anni e ha una mente scientifica e razionale.

- È difficile Elina, come fai a dire a un figlio che non puoi ricoverare i genitori perché troppo anziani? Come fai a mandare qualcuno a casa a morire?

- E se invece un paziente giovane con altissime probabilità di sopravvivere, muore perché non c’è disponibilità di risorse? Quelle risorse che invece sono state utilizzate per un paziente che aveva bassissime possibilità di farcela?

- È vero, però non è compito dei medici decidere chi ha il diritto di accedere alle cure e chi no. Forse in situazioni di emergenza come queste servirebbe una legge comune, però chi si prende la responsabilità di farla?

Ogni sera quando torno a casa i miei figli mi sottopongono a una sfilza di domande. Vogliono sapere. Vogliono sapere tutto.

Dopo cena ci mettiamo sul divano a vedere la tv tutti insieme. Mio marito non è ancora tornato. Non siamo a casa tutti e cinque contemporaneamente da settimane.

La suoneria del cellulare mi sveglia di soprassalto. Sono le 22:30.

- Pronto?

- Annalisa, scusa il disturbo, la paziente del letto dodici è in insufficienza respiratoria. La saturazione è molto bassa. Andrebbe trasferita in terapia intensiva ma non ci sono posti e non c’è nessuno che se ne occupi.

- Qual è la paziente del letto dodici?

- La signora di 80 anni ricoverata stamattina.

- Ah, la signora Rosa. Adesso arrivo.

Come riattacco, sento il coro dei miei figli dietro di me.

- Ancora?!

- Sì ragazzi, scusate. C’è una paziente che sta molto male e hanno bisogno di me.

- Ma non c’è nessun altro che può farlo?

- No, Francina, sono tutti impegnati. Ci vediamo più tardi. Vedrete che tra poco il papà torna.

Esco di casa a malincuore e con un groppo alla gola per dover lasciare i miei figli, di nuovo.

Arrivo in ospedale e come entro nel pronto soccorso il caos rompe il silenzio che c’era fuori. Mi rivesto con tuta e mascherina in fretta e vado verso il letto dodici.

- La signora ha ripreso a respirare un po’ meglio, però credo sia meglio trasferirla in terapia intensiva lo stesso, la saturazione è ancora bassa. - mi aggiorna una collega.

La signora Rosa mi aspetta.

- Dottoressa, finalmente! Ora non sto più così bene, faccio fatica a respirare.

- Lo so signora, lo so. Adesso vediamo di trovarle un posto in terapia intensiva.

Riesco a trovarle un letto disponibile facendo i salti mortali. Poi un collega mi chiama per un’emergenza. Non sono di turno, ma vado lo stesso. Un’ora dopo torno a vedere come sta la signora Rosa. Non meglio. Fa sempre più fatica a respirare. Mi siedo accanto al suo letto.

- Dottoressa, guardi questa foto. - e mi mostra una foto sul cellulare. - È la mia nipotina. Sta finendo la quinta liceo e l’anno prossimo andrà a studiare a Londra. È proprio intelligente sa. E guardi come è bella.

La ragazza mi ricorda un po’ mia figlia. La signora Rosa si adagia sul letto, facendo sempre più fatica a respirare.

- Sono sicura - si ferma per riprendere fiato. - che farà - altra pausa. - grandi cose da grande.

- Ne sono sicura anch’io. - le rispondo.

La signora mi sorride e poi chiude gli occhi esalando un ultimo, lungo e faticoso respiro.

Corro verso l’uscita. Corro. Senza neanche cambiarmi. Varco la soglia del pronto soccorso ed esco all’aria aperta. Finalmente il casino che c’è dentro è lontano. Fuori c’è silenzio. Un silenzio pieno di paura. Mi strappo la mascherina che mi soffoca e respiro aria pulita, fresca. Non quella malata e viziata che c’è dentro. Quando finirà tutto questo?

Arrivo a casa verso l’una di notte, esausta. Apro la porta della cameretta dei miei figli. Le mie due bambine stanno dormendo insieme, abbracciate. Sorvolo sulle regole della distanza e vado a dare un bacio sulla nuca ad entrambe. Apro la porta della mia camera. Mio marito è tornato e sta dormendo con nostro figlio. Anche a loro do un bacio sulla nuca. C’è silenzio. Un silenzio sereno. Qua dentro sembra quasi di essere fuori. Mi metto il pigiama e vado nella stanza degli ospiti. Dormo lontana da tutti per non rischiare di infettare la mia famiglia. Finalmente mi sdraio nel letto, però da sola. Tra poco potrò tornare ad abbracciare i miei figli. Tra poco potrò di nuovo dormire con mio marito. Tra poco tutto questo finirà, e magari anche grazie a me.