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L'INTERVISTA

Danilo Coppe: «Tirar giù il ponte? Più facile che evitare le polemiche»

L'esplosivista   rivive i giorni del ponte Morandi. In arrivo la ristampa (aggiornata) del libro "Storie di dinamite"

di Roberto Longoni -

28 giugno 2020, 13:01

Danilo Coppe: «Tirar giù il ponte? Più facile che evitare le polemiche»

Altro che resti maledetti del Morandi, enorme sfregio sanguinante di 43 vite sospeso tra la terra e il cielo di Genova sopra il Polcevera. Alla fine, se non avesse fatto leva sul suo lato zen, sul punto di  esplodere si sarebbe ritrovato proprio  lui, Mister dinamite. Lui, Danilo Coppe, che con quel viadotto da strage aveva un conto in sospeso da 16 anni. Dal 2003, quando la Società autostrade, stanca di spenderci un milione e mezzo di euro all'anno in manutenzioni, aveva chiesto al presidente della Siag se fosse possibile spazzare via il nostrano ponte di Brooklin, l'eterno malato. Coppe rispose con un progetto. Per lui si poteva: ma solo pensando «all’americana», in modo più pragmatico che burocratico. «Troppi Enti con cui confrontarsi» obiettò. Si sbagliava, l'esplosivista parmigiano: oltre al modo di pensare all'americana c'è quello imposto dagli eventi. Dopo il suo catastrofico collasso, il 14 agosto 2018,  il ponte chiedeva solo il colpo di grazia. «Il 17 agosto mi chiama un tecnico di Autostrade - scrive Coppe -.  Si sono ricordati del mio progettino del 2003. Chiedono un incontro il 20 agosto. Do la mia disponibilità. L’incontro è all’insegna del caos.   Ovviamente, le mie considerazioni si limitano a dire “come e a quanto” si può demolire il ponte. Con una montagna di “se”».   Ma nemmeno  i suoi 35 anni di esperienza potevano fargli immaginare quanto fosse alta la vetta. Il resoconto di questa scalata rappresenta il nocciolo della parte nuova di  «Storie di dinamite»  (Pagine editore)  ristampa  rivista e arricchita di «Dynamite Stories», in occasione dell'anniversario della demolizione del ponte Morandi da parte di Coppe con la Omini di Milano, la Fagioli di Sant'Ilario, la IpeProgetti di Torino e la Ireos di Genova.  L'autore devolverà in beneficenza i propri ricavi al volontariato parmigiano.
Andava aggiornato, il libro, con la storia di quel grande «boom»  del 28 giugno scorso: vincente, liberatorio per l'intero Paese. Solo da quel crollo pilotato sarebbe potuto sorgere il ponte di Renzo Piano, la cui inaugurazione è prevista nelle prossime settimane, una volta superati gli ultimi «se». Una bazzecola di «se» rispetto a quelli superati da Coppe. Non bastava studiare la tipologia e il numero delle cariche, la loro disposizione, la sequenza delle esplosioni e  inventare artifici idrici per impedire alla nube di polveri di investire una fetta di Genova. 

Non bastava  che qualcuno s'impegnasse a sgomberare le case e  a chiudere le attività artigianali/industriali sottostanti, a preservare acqua, elettricità, gas, fogne, fibra, linee telefoniche,  binari ferroviari, a chiudere le strade. No, Mister dinamite avrebbe dovuto sopravvivere ai saliscendi delle altrui decisioni, alle maratone di riunioni prefettizie con decine e decine di enti e gruppi («Mancavano solo l'Enpa e la Siae»), all'ostruzione  dei comitati che denunciavano la presenza di infinitesimali fibre di amianto nel ponte e agli inghippi  che bloccavano alla frontiera i detonatori di precisione spagnoli, costringendo una corsa a sirene spiegate degli Artificieri della Polizia, per la consegna all'ultimo secondo (letterale). Il racconto dei passaggi che hanno portato alle detonazioni finali rende alla perfezione la tensione del conto alla rovescia. «Dovendo affrontare la questione Ponte Morandi, ossia un’emergenza nazionale, mi aspettavo stavolta un “percorso facilitato”. Non avrei potuto avere una speranza peggio riposta» sottolinea Mister dinamite.   
 Eppure, proprio   a Genova  era cominciata la parte più nota della carriera di Coppe: con la demolizione della «Bestia», nel 1992.  In seguito sarebbe diventato presidente dell'Istituto ricerche esplosivistiche e fondatore della Siag, direttore, su incarico della Commissione europea, del Progetto di ricerca sulle difese da attacchi terroristici con esplosivi, docente per l'Agenzia industrie Difesa e per vari comandi dei vigili del fuoco; laureato in Scienze criminologiche e della sicurezza, sarebbe diventato professore a contratto nel master di Analisi chimiche forensi per l’Università di Bologna; l'Università di Nanchino gli avrebbe conferito un'onorificenza per la ricerca sull'uso degli esplosivi contro gli incendi nei boschi.  
Ma allora era un 28enne esplosivista geominerario impegnato a tenere sempre accesa la miccia sotto la noia: tra i suoi  brevetti quelli di rocciatore, speleologo, fuoristradista (nel 1991 ha vinto il Camel Trophy speciale Italia) e sommozzatore. Il 12 maggio  1992, gli chiesero di abbattere senza danni collaterali  l'ex albergo  degli emigranti -  poi caserma dei vigili del fuoco e infine colossale rifugio per sbandati, topi e gatti - «Bestia» alta 45 metri tra i palazzi e affacciata sulla sopraelevata. Lui lo fece, usando come un bisturi mille cariche di dinamite. Ma solo dopo altrettante peripezie.     
Il diario di bordo di Coppe è fitto di storie, di avvenimenti. Nelle sue mani anche l'inchiostro appare scoppiettante (di risate) nel descrivere aneddoti su aneddoti.  «Ritiene Ella che le vibrazioni indotte dell'esplosione possano causare onde anomale sulla vicina spiaggia?» gli fu  chiesto, mentre attendeva i permessi per la demolizione del Savoia Excelsior di Rimini. 
Per minare i piloni di un vecchio ponte sul Po dovette affrontare le fauci di pesci siluro-squali. Per   liberare una diga dalla minaccia di un masso in Marocco si vide promulgare un decreto ad personam: un «infedele» non può maneggiare esplosivo sul suolo islamico. Ma anche in quel caso  la dinamite usata a fin di bene mise tutti d'accordo. Così come quel 28 giugno 2019, quando andò in scena una fine che significava un inizio. 
«Mentre la nebbia dell'esplosione ancora galleggiava nell'aria mi affrettai a controllare se ci fossero stati danni - ricorda Coppe -. Sapevo che ogni pretesto sarebbe stato buono per fare polemiche. Invece, finito il sopralluogo, ci fu l'abbraccio della gente. Mi avevano riconosciuto».