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MIGRANTI

Per trenta richiedenti asilo il rischio è la strada

Don Cocconi: «Sono integrati e  vanno  aiutati». Strozzi (Svoltare): «Un errore, il governo ci ripensi»

di Michele Ceparano -

21 agosto 2020, 09:43

Per trenta richiedenti asilo il rischio è la strada

In questi giorni oltre una trentina di stranieri, richiedenti asilo o rifugiati,  rischiano di finire per strada.  Un numero  che  potrebbe, però,   aumentare quando le comunicazioni avranno raggiunto tutte le realtà della galassia dell'accoglienza. Con possibili ripercussioni sul territorio.  «Stiamo riflettendo tra noi e puntiamo ad aprire un dialogo con la Prefettura di Parma per capire in che modo attuare queste prescrizioni che ci paiono non rispettose di un percorso educativo che è stato fatto fin qui». 
A parlare è don Umberto Cocconi, presidente  dell'associazione  San Cristoforo subito dopo aver  ricevuto la comunicazione da parte della Prefettura che ricorda come il decreto legge del 30 luglio, oltre a prorogare fino al 15 ottobre lo stato di emergenza da Covid-19, ha «tuttavia fatto venir meno la possibilità di prolungare la permanenza   nelle strutture di accoglienza di primo livello e nel Siproimi (acronimo per Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati  è l'evoluzione degli Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo, rifugiati e minori stranieri non accompagnati, ndr) degli stranieri non aventi più i requisiti per permanervi». Si chiede, dunque,  alle associazioni  di segnalare i nominativi degli stranieri che hanno perso i requisiti per restare.   L'autosufficienza economica, il riconoscimento dello status o il rigetto dell'istanza di protezione internazionale tolgono, infatti,  il diritto a rimanere nelle strutture. 
In pratica, secondo le associazioni che si occupano di queste persone, al momento a Parma rischierebbero di finire per strada oltre una trentina   di stranieri, un numero che potrebbe comunque aumentare. 
Una decina,  provenienti dall'Africa ma anche dal Bangladesh,  sono alla  San Cristoforo. «Sono persone che hanno raggiunto un buon livello di integrazione sociale - spiega  don Cocconi - e non mi sembra giusto dire loro "Adesso te ne vai e ti cerchi una casa". Questi ragazzi  lavorano, e alcuni con il Covid si sono dovuti fermare, percepiscono uno stipendio, conoscono la lingua italiana e partecipano anche ai momenti di volontariato. Noi li vogliamo aiutare ancora e non possiamo lasciarli in mezzo alla strada con tutti i rischi che può comportare». Al limite «andrebbero pensati dei percorsi di accompagnamento». Il presidente  dell'associazione di viale Duca Alessandro aggiunge come oggi  sia più che mai arduo «trovare una casa. Abbiamo invece bisogno di qualche settimana per poter ragionare su come risolvere questa situazione. Credo che, se proprio queste persone devono lasciare, sia giusto  che venga fatto nella maniera meno traumatica. Coinvolgendo tutte le realtà a partire dalla Prefettura che si muovono sul territorio, Comune  compreso».  Don  Cocconi conclude spiegando che «per il momento nessuno è stato messo fuori. Ma si è accesa una spia ed è perciò necessario dialogare per risolvere il problema». 
          «Queste persone non verranno messe in mezzo alla strada dall'oggi al domani - gli fa eco  Simone  Strozzi, presidente di Svoltare Onlus Parma, coop sociale con sede in borgo Onorato -; con il Covid non ancora sconfitto, sarebbe un ulteriore pericolo. Bisogna anche aggiungere che, nel periodo della pandemia, nei centri d'accoglienza  di Parma e provincia non si è registrato nessun caso di positività anche grazie all'ottimo coordinamento della Prefettura.  Però nell'arco delle prossime settimane   queste persone dovrebbero  lasciare le strutture. Molti di loro per lo Stato  avrebbero raggiunto l'autosufficienza economica, ma non sempre  nei fatti è così. Inoltre, c'è chi ha avuto il riconoscimento dello status, che è un  titolo di protezione e che dava la possibilità di ingresso nel Siproimi. Prima, però, che Matteo Salvini diventasse ministro dell'Interno».  Gli  stranieri seguiti da Svoltare che oggi non avrebbero più il diritto a rimanere nelle strutture di accoglienza sono  ventidue, ma è probabile che  se ne possano aggiungere altri.    
C'è il tema degli  affitti.  «Per gli stranieri è più difficile ottenere una casa  e,   in questi tempi di Covid    - ricorda Strozzi -,   è diventato ancora più duro. Non parliamo poi di registrare un contratto all'Agenzia delle entrate». 
Tenere ventidue persone gratis è, comunque,  impraticabile. A meno che le istituzioni non intervengano. 
Ci sarebbe ancora tempo,  ma è molto probabile che non si possa andare    oltre metà settembre. 
«Le realtà che fanno accoglienza - conclude Strozzi -,  fin dal primo giorno che le persone arrivano, lavorano per costruire un cammino di autonomia. Questo però mi sembra un errore e sinceramente mi auguro che,  visto che l'emergenza è prorogata al 15 ottobre, il ministero ci ripensi».      
 L'evoluzione della situazione  viene, infine, monitorata dal  Comune.  «Bisogna  - commenta l'assessore al Welfare Laura Rossi - organizzare un'accoglienza per chi esce dai percorsi e non è ancora autonomo. Non si può, però, continuare a gestire queste problematiche in emergenza. Serve, invece, un sistema strutturato per cui noi ci stiamo attrezzando».