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L'INTERVENTO

 «I mezzi  pubblici diffusori di contagio? Falso»

Intervento di Roberto Prada Presidente Tep

23 novembre 2020, 11:46

 «I mezzi  pubblici diffusori di contagio? Falso»

 

Leggo sulla versione online della «Gazzetta» l’ennesimo intervento disinformato e fuorviante relativo al mondo dei trasporti, effettuato da Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi. Confesso che come cittadino, ancor prima che come presidente di una società di trasporto pubblico, incomincio a  essere stanco e preoccupato di vedere come persone che dovrebbero avere un livello culturale superiore alla media nazionale e alle cui cure è affidata la crescita intellettuale dei nostri figli, siano privi di strumenti di analisi e comprensione della realtà che li circonda.
Mi riferisco alla frase, detta in assenza della minima evidenza scientifica a livello internazionale, che i mezzi di trasporto diffondono il contagio; una persona istruita non può permettersi di emettere giudizi privi di fondamento scientifico, effettuati solo per «sentito dire» o perché è la cosa più ovvia e ragionevole a cui pensare quando si è ignoranti dell’argomento (perché questa è la radice della superstizione che tanta fatica la «ragione» ha fatto per combatterla dal Medioevo ad  oggi) .
Da dieci  studi compiuti in questi mesi in Germania, Francia, Regno Unito, Austria, Giappone, Usa e Italia  emerge che le probabilità di contagio (nonostante intuitivamente sia normale pensare il contrario) su un mezzo pubblico sono inferiori ad altri ambienti e nei rari casi in cui in alcuni Paesi è stato possibile individuare cluster connessi al trasporto, essi sono stati di dimensioni inferiori rispetto ad altri ambienti.
Come mai è possibile sostenere ciò, quando l’intuito ci spingerebbe a pensare il contrario? Perché, probabilmente per semplificare il messaggio, si è puntato tutto sulla distanza e non si è opportunamente spiegato alle persone che il rischio (anche se distanziati) proviene da altri due fattori: i comportamenti e l’aerazione dei locali chiusi. Una persona che parla ad alta voce (ad esempio per farsi sentire in un’aula) emette 100 (cento) volte più materiale di una persona immobile su un bus, che si limita a respirare;  se la persona inoltre ride, canta, urla emette quantità enormi in più di materiali (pensiamo poi se lo fa seduta al tavolo in un locale pubblico senza la mascherina). Se poi infine anche salta, balla, fa sforzi fisici, abbiamo emissioni ancora peggiori;  tutte queste attività fatte in un ambiente chiuso con scarsa areazione, provocano goccioline di dimensioni maggiori (droplets) che nel raggio di 2 metri decadono (e dunque si pone un parziale rimedio con il distanziamento),  ma provocano anche goccioline molto più piccole (aerosol) che fluttuano nell’aria saturando l’ambiente, dunque con probabilità di contagiare anche persone distanziate.

Veniamo ora a quello che succede su un mezzo pubblico: i tempi di permanenza sono ridotti,  dunque i tempi di esposizione ben più brevi che in un ambiente dove si svolge un'attività; i passeggeri sono immobili, si limitano a respirare, indossano la mascherina dunque generano emissioni enormemente inferiori rispetto ad altri ambienti; l’aerazione è notevolmente superiore non solo per l’apertura delle porte continua,  ma anche perché gli ordini di servizio prevedono l’apertura di botole e finestrini. La saturazione dell’ambiente da aerosol è rimediata dal ricambio dell’aria, che in un bus è stato stimato nell’ordine dei 3 minuti (cosa che in un ambiente chiuso avviene esclusivamente sugli aerei, che però sono dotati di filtri speciali, e non in altri ambienti pubblici e privati).

Tutto ciò spiega perché oggi ci sono ambienti chiusi dai Dpcm e  invece i mezzi del trasporto pubblico continuano a viaggiare senza alcun obbligo di mantenimento del distanziamento tra i passeggeri.

Tutto ciò spiega perché in molti Paesi europei non sono neppure state previste riduzioni alla portata massima dei mezzi pubblici, mentre in Italia assistiamo tristemente alla moda che chiunque voglia intervenire si sente in dovere di lanciare una frasetta sui mezzi pubblici, senza alcuna cognizione di causa.

Pertanto, pensando alla nostra provincia di Parma, le scuole superiori potrebbero riprendere,  quando ritenuto opportuno, le lezioni (senza accampare scuse coinvolgendo il settore del trasporto) già con l’organizzazione attuale che (a seguito di investimenti fatti dalla società, e risorse incrementali sia statali che regionali) consentirebbe di garantire una saturazione massima dei mezzi inferiore al 70%. E comunque una saturazione media negli orari di punta tra il 55 ed il 50%.

Se invece in Italia si riterrà opportuno (come sembra estremamente probabile) mantenere il limite della saturazione massima al 50% dei mezzi pubblici, ci sarà solo una scelta possibile: andare in classe a rotazione (magari due terzi o anche più, per volta).

Perché altre alternative comporterebbero molti miliardi di euro di costi/investimenti in più, gli stabilimenti di produzione europei impiegherebbero comunque anni per fornire i mezzi necessari in più, i mezzi dei privati possono solo essere un aiuto ma non il rimedio al problema, nelle province italiane uno sfasamento degli orari (fattibile solo in grandi centri urbani) acuirebbe i problemi anziché ridurli.

Concludo con la citazione, fatta da Mario Draghi in un suo recente intervento, di una frase del teologo R. Niebuhr: «Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare. Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare e la saggezza di capire la differenza». Ebbene Tep ha messo in servizio 13,5 milioni di euro di mezzi in più, ha sospeso la rottamazione di decine di mezzi vecchi, incrementato l’utilizzo di mezzi privati del 30%, spenderà per costi di esercizio quasi 2 milioni di euro in più per anno scolastico. Ha dunque cambiato le cose che potevano essere cambiate.

Ci aspettiamo che altri abbiano la saggezza di capire la differenza tra il possibile e l’impossibile.
Ci aspettiamo che altri studino la produzione scientifica e non incrementino la disinformazione.