Sei in Parma

LA TESTIMONIANZA DI CANALI

"Bisogna lottare finché non suona la sirena"

Pubblichiamo alcuni stralci del lungo testo di Francesco Canali, «La grande impresa e la mia seconda vita»

04 dicembre 2020, 09:06

"Bisogna lottare finché non suona la sirena"

“Solo nel 2004, all’ospedale di Vaio, ho sentito citare l’ipotesi della Sla. Ovviamente mi sono messo a “studiare” sui libri, su internet, ovunque. E quando la diagnosi “ufficiale” è arrivata non è certo stata una sorpresa: anzi, mi sembrava di essere già preparato. Non lo ero. Tornato a casa, sono rimasto per un giorno e mezzo in camera, immobile, senza aprire bocca. Fissando il muro. Ho pensato che i casi erano due: o mi buttavo giù dalla finestra o reagivo. Ho scelto di reagire. Aggrappandomi a tutte le mie forze e facendomi aiutare dalla fede, dallo sport, dallo spirito alpino, dalla famiglia. Quando giocavo a basket e dovevo tentare il tiro decisivo, a un secondo dalla sirena, la palla scottava, tra le mani. Questa contro la malattia è una partita molto diversa, ma il concetto è lo stesso. 


“È ovvio che la mia vita è cambiata completamente. La mia serenità mi ha permesso di sopportare tutti i cambiamenti. All’inizio mi sentivo quasi fortunato, pensando che la malattia progrediva lentamente. Mi sono abituato piano piano a non poter più fare le cose che facevo prima. Ho smesso di correre, poi di guidare, poi di camminare, poi di lavorare, poi di abbracciare mia moglie e le mie bambine, poi di mangiare da solo, poi di respirare autonomamente. Ma penso sempre che finché non suona la sirena la partita non è persa, oggi come allora.

“A tante persone devo dire un grande, grande grazie. Per due, non basta un grazie: ci vorrebbe un monumento, non esagero. Parlo di Alex Zanardi e Paolo Barilla. Due persone eccezionali. Per Alex ho pregato e sto pregando molto, dal giorno di quel maledetto incidente a Pienza. Prego che ci salti fuori, lui che è stato capace di superare prove incredibili. Con me è stato davvero speciale: chi non ricorda la splendida carrozzina che abbiamo usato per la maratona di Palm Beach e per tutte le altre corse? L’ha pensata, disegnata e realizzata lui. Splendida e comodissima: sia per me sia per gli spingitori. 

“La maratona partiva all’alba: quando ci siamo presentati al “via”, i podisti strabuzzavano gli occhi, vedendo la nostra super carrozzina. Ricordo gli applausi di incoraggiamento, l’emozione di tutti noi. Ci siamo posizionati in fondo a tutte le handbike, perché ovviamente saremmo stati più lenti: ma tutti gli atleti con le handbike si sono “aperti” e, tra incitamenti e applausi, ci hanno fatto passare in prima fila. Da brividi!

“La mia vita è dura, lo è diventata ancora di più dopo l’intervento di tracheostomia. Ma la vita è bella e vale la pena di viverla, anche se si è costretti a convivere con una brutta malattia: io lo dico sempre a tutti, anche ai malati a cui viene diagnosticata questa brutta cosa e che mi chiedono come faccio a sopportare l’idea di rimanere fermo in un letto, o di non poter mangiare, né deglutire un sorso d’acqua. È tutto complicato, terribilmente complicato. Però la malattia non mi ha tolto la voglia di vivere. 

“Mi piacerebbe pensare a un’altra impresa, dieci anni dopo la maratona. Ma non è facile. Stare sulla sedia a rotelle è meno comodo che stare a letto, tutto è più difficile, anche perché se mi sposto devo portarmi dietro la macchina che mi fa respirare e quella che mi aspira le secrezioni e altro materiale. Chissà, forse un giorno mi inventerò qualcosa.  Intanto, mi godo la vita e vado avanti. Grazie all’aiuto di mia moglie e dei miei genitori. Si fanno in quattro per aiutarmi, sono incredibili. Quello che mi manca di più, per colpa della malattia, è proprio non poter essere d’aiuto a mia moglie, ai miei genitori, alle mie figlie. Questo mi manca molto.