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IL PERSONAGGIO: DANILO COPPE

Il libro «esplosivo» di Mister Dinamite: misfatti e misteri  incisi dalla polvere nera

 
 
 

di Roberto Longoni -

28 gennaio 2021, 12:10

Il  libro «esplosivo» di Mister Dinamite: misfatti e misteri  incisi dalla polvere nera

Le macerie della stazione di Bologna erano diventate rifiuti. Camion su camion, accantonate a Prati di Caprara, avevano formato una collina. Una selva d'alberi e sterpaglie era nata sopra  quel monumento all'italica incapacità di andare in fondo alle cose.  In tanti metri cubi d'oblio, bisognava scavare, per cercare ciò che in un primo tempo poteva essere sotto gli occhi di tutti. Danilo Coppe ha scavato a Prati di Caprara (passando il cumulo al setaccio) come negli archivi di procure e tribunali, ha bussato alle case dei familiari delle vittime e ha riesumato miseri resti sepolti sotto una lapide incerta (ancora di più, dopo le ultime analisi).  

Nominato perito dal presidente  della Corte d'Assise di Bologna, Mister Dinamite doveva rispondere al quesito sulla natura della bomba del 2 agosto 1980. «Gelatina civile» ero stato stabilito a suo tempo. Peccato che il solfato di bario evidenziato dai suoi predecessori, anziché uno stabilizzante della presunta nitroglicerina fosse un componente delle vernici della sala d'attesa in cui era deflagrato l'ordigno. Dovevano trascorrere 38 anni da quel  giorno buio come la notte perché lo si scoprisse. Trentotto anni, per trovare l'arma del delitto: uno dei primi elementi utili per imbastire qualsiasi inchiesta. Oltre alle ombre e ai sospetti, sui misteri della nostra storia recente gravano superficialità, leggerezze e scarsa preparazione di chi avrebbe dovuto indagare e stabilire correlazioni. L'Italicus, Bologna, Ustica, Gioia Tauro, il rapido 904: a ogni nome corrispondono risposte mancanti. Perché spesso non sono state poste le giuste domande.


Non solo ecomostri  o gigantesche rovine del ponte Morandi: da demolire  ci sono   verità di comodo o solo parziali o dettate da comodità ideologiche. Coppe  si è dedicato anche ad alcuni di  questi «castelli» nel suo ultimo libro, «Crimini esplosivi», al quale Luciano Garofano, ex generale dei carabinieri ed ex comandante del Ris di Parma, ha scritto la prefazione. Autore di oltre 700 interventi di demolizione in  tre decenni e sempre più spesso chiamato dai magistrati come  tecnico forense, Coppe è un esplosivista geominerario esperto di blasting engineering, fondatore e progettista della Siag, l'azienda parmigiana leader  nel settore delle demolizioni con gli esplosivi.  Oltre che nel sangue, la nitroglicerina dev'essere  per forza nell'inchiostro che usa. Anche lì può essere utile. Mister Dinamite non ne fa mistero:  lui stesso si definisce un «bombarolo etico», sottolineando come gli esplosivi siano serviti più a spianare la strada al progresso dell'umanità che a creare morte e distruzione.


Vari sono i bombaroli. Coppe li analizza tutti, proponendo una ricca serie di esempi. Dagli sperimentatori (lui stesso lo è stato, prima del diploma all'istituto geominerario di  Agordo) ai vandali, a chi agisce  per eccitazione o  per rivincita o per conto di organizzazioni criminali, per diversivo, per disordini mentali, ideologia e fanatismo religioso. Nati con la polvere da sparo, i crimini esplosivi  presto hanno colpito su larga scala. Cortez, per compiacere la Chiesa che voleva la distruzione dei simboli delle culture precolombiane rase al suolo chissà quante piramidi dei popoli sottomessi. Cinque secoli dopo, «i talebani useranno altro esplosivo per far saltare le preziosissime, colossali statue dei Buddha in Afghanistan, incuranti di eliminare opere d'arte di valore inestimabile». Tra Cortez e i talebani, un numero infinito di pagine incise con la polvere nera: dal massacro sfiorato da Guy  Fawkes, che aveva minato  il Parlamento inglese, agli attentati a Napoleone allo zar Alessandro II e  a Hitler, dopo una lunga esplorazione dell'universo anarchico e bombarolo dell'800. Uno a uno, Coppe analizza ogni crimine esplosivo (riportandone un gran numero anche in dettagliate tabelle). Analizza anche l'11 Settembre: non perché sia legato all'uso di bombe, ma per sottolineare il contrario, smentendo le teorie dei cospirazionisti.


La prima metà del volume sembra anche una miccia a lenta combustione, per arrivare alla seconda: quella più «esplosiva», sul caso Italia. Un caso a sé, per i troppi misteri ancora in piedi (per questo  Coppe tratta in un capitolo a parte gli attentati dinamitardi in Alto Adige e quelli di marca anarchico-insurrezionalista: qui firma e obiettivi sono stati ben definiti). In Italia, dietro la formula della  strategia della tensione, restano  ancora troppe zone d'ombra. Mister Dinamite ripercorre ogni tappa, anche la più trascurata di questo calvario, sottolineando analogie e incursioni della fortuna o della malasorte e riportando lunghi stralci della Commissione parlamentare sulle  stragi. Mette insieme le schegge, ricostruisce un quadro senza trascurare (come altri hanno fatto) i punti interrogativi aperti dal dossier Mitrochin o dalle rivelazioni del terrorista Carlos. Segue, a differenza di molti che lo hanno preceduto, un metodo laico, scevro da pregiudizi ideologici. E dopo aver  analizzato montagne di fascicoli e studiato i metodi d'inchiesta (e dopo aver indagato in prima persona), arriva a scrivere di aver ridotto la sua «percezione di "costanti volontà depistatorie" a discapito invece di una disarmante consapevolezza sulla "frequente incapacità investigativa" di tanti inquirenti sia civili che istituzionali». Che dire dell'ordine  di quel vicequestore di lavare con le autopompe la scena dell'attentato di piazza della Loggia a Brescia prima dell'arrivo del magistrato? Già la Commissione parlamentare non si sbilanciò, sposando a metà l'ipotesi del depistaggio. «A mio avviso, vedendo l'approccio in quegli anni degli inquirenti sulla scena - sottolinea Coppe - reputo che ad animare il lavaggio sia stata solenne stupidità e non volontà depistatoria». Per completezza, si aggiunga che i reperti della strage, bagnati dal sangue e dalla pioggia (e dall'acqua delle autopompe) vennero conservati in buste di plastica a chiusura ermetica. Le muffe proliferarono e divorarono i residui organici, compresi quelli dell'ordigno. Anche quello fu un crimine. Silenzioso ma a suo modo esplosivo.