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IL CASO ONOFRI: 15 ANNI FA IL RITROVAMENTO DEL CORPO

I poliziotti: «Un mese di caccia. Trovammo i tre responsabili, ma ne uscimmo tutti feriti»

"Scoprimmo il corpo di Tommy e calò il buio sopra ogni cosa". "Il mattino dopo guidavo in lacrime. A un certo punto mi misi a gridare"

di Roberto Longoni -

01 aprile 2021, 09:12

I poliziotti: «Un mese di caccia. Trovammo i tre responsabili, ma ne uscimmo tutti feriti»

Il vigile del fuoco smise di scavare e alzò le mani sporche. Il capo chino, in silenzio, si mise da parte. Non poteva fare altro: in quelle  braccia alzate c'era il segnale per gli investigatori e tutta l'impotenza confessata al cielo. L'umanità arresa alla propria negazione. Preso il suo posto, furono i poliziotti della Scientifica di Bologna a liberare il corpicino dal mucchio di sfalcio e strame lungo strada del Traglione. Tutina azzurra e bavaglino, Tommy era lì sotto. Lo tirarono fuori e finì sepolta anche l'ultima speranza. Nemmeno le  fotoelettriche del 115 bastarono più a fare luce.  Era notte fonda e impenetrabile. Più tetra ancora di quel maledetto 2 marzo 2006, quando all'ora di cena una segnalazione dalla centrale operativa aveva aperto uno squarcio d'inferno: «Hanno rapito un bambino». Non c'era stato nemmeno il tempo di ristabilirsi dallo choc: subito  si cominciò a scandagliare ogni possibilità. In fretta, senza tregua,  il pensiero fisso a un bimbo di un anno  e mezzo, malato, nascosto da qualche parte. Da salvare. Lo si cercò per un mese, fino al primo aprile, fino a quel lembo di terra  dimenticata da tutti,  se non da spacciatori, prostitute e clienti. La verità era seppellita a poche  centinaia  di metri da Casalbaroncolo, da dove il piccolo Tommy era stato strappato. Era lì fin da subito. L'orologio della tragedia si era presto fermato, ma non si sapeva: la corsa contro il tempo si  era rivelata una  maratona contro una folle crudeltà.
«Nella mia mente si è fatto buio pesto. Dopo, avrei telefonato a mia moglie, avrei pianto con lei, ma per alcuni istanti infiniti c'è stato solo buio». Un buco nero aveva inghiottito ogni cosa. «Se Alessi fosse fuggito, non me ne sarei accorto» ricorda Antonio Di Marco. E invece Alessi non accennò un passo né una smorfia di pentimento. «Se ne stava lì distaccato, sprezzante -  aggiunge Giuseppe Festa -. E noi tra lui e la sua vittima». Il muratore siciliano venne caricato su una volante: una gabbia per stroncare sul nascere qualsiasi sua idea e per proteggerlo dalla rabbia attorno. Non gli fu torto un capello. Se la cavò con uno sputo sul finestrino, all'altezza del viso. In realtà, tutti erano come in gabbia quella sera  lungo l'Enza. «Mi ero illuso fino alla fine - ammette Ledis Fontana -. Quando si era ritrovato il cane degli Onofri, un paio di settimane prima, avevo detto a Paola (Pellinghelli, la mamma di Tommy, ndr): “Se hanno avuto il cuore di non uccidere il cane, vuoi che abbiano fatto del male a tuo  figlio?”. E invece ora eravamo di fronte all'irreparabile». C'era un assassino in manette, ma anche un bambino morto. Un successo professionale, «e dal punto di vista umano una sconfitta esagerata».
QUEL FIGLIO DI TUTTI
Quanti con Tommy persero un figlio. Uomini e donne che fino al 2 marzo 2006 nemmeno sapevano di averlo. Presero ad amarlo senza averlo conosciuto, a ricordarlo senza averlo mai incontrato. Di Marco, responsabile dell'Antirapine della Mobile, coordinava le indagini; Fontana, suo vice, era il tramite tra  Onofri e  Procura; Festa, responsabile della Narcotici, seguiva le indagini esterne. Tutti in Polizia da decenni  (Di Marco e Festa sono da poco andati in pensione: solo il sostituto commissario Fontana è ancora in borgo della Posta), ma incapaci di trattenere le lacrime,   ostaggi del nodo in gola pure oggi, 15 anni dopo. E la commozione segna ancora la voce di Lucio Biggi, caposquadra dei cinque vigili del fuoco incaricati delle ricerche lungo strada del Traglione. «Una pena infinita prese tutti: non solo chi a casa aveva un figlio piccolo  - ricorda -. Provammo  una grande tristezza anche per quei poliziotti che avevano dato tutto, inutilmente». I vigili del fuoco tornarono con la Scientifica l'indomani mattina. Chi dei cinque è ancora in servizio tiene la foto di Tommy incollata all'armadietto. Figlio di tutti, perduto da tutti.
«Ancora l'ho davanti agli occhi - ricorda Di Marco -. Ai piedi aveva un paio di Adidas bianche con i profili verdi. Ogni volta che rivedo queste scarpe per strada o in un negozio, ripenso a lui. Era intatto, sembrava dormisse». Durante le indagini, l'ex poliziotto  nella foto di Tommy scorgeva il  figlio più piccolo,  nato due mesi dopo di lui. «Mi sorprendo a chiedermi quanti anni avrebbe adesso: osservo mio figlio e ho la risposta. Per settimane, lui mi vide solo nei telegiornali. Non eravamo quasi mai a casa. Amici ristoratori ci accoglievano per la cena anche alle 3 di notte:  la città era al nostro fianco. Staccavamo giusto per una doccia e cambiarci. Ci buttavamo un paio d'ore sul divano: ma non si dormiva, si chiudevano solo gli occhi». A casa, si stava anche male. «Non ci si riusciva - ricorda Fontana -. Un impegno così, da parte di tutti, non l'ho mai visto: sono convinto che il 90 per cento di noi avrebbe lavorato gratis». L'indagine per lui significò diventare quasi parte della famiglia Onofri. «Ero stato incaricato di fare da tramite tra loro e la Procura». Con Paola ha mantenuto un forte legame d'affetto e reciproca stima.
Fu Fontana, il primo della Mobile a entrare nel casolare, ad ascoltare a caldo il racconto di Paolo Onofri, «steso su un letto al primo piano, la mano sotto la nuca: per lo choc descriveva come un film il sequestro del figlio». A lui toccò spulciare i sacchi di corrispondenza per i genitori di Tommy, scoprire che a pretendere  100mila euro in cambio del bambino era  solo uno sciacallo. Lui leggeva le lettere dei veggenti che segnalavano Tommy in un bosco a Casina o chissà dove. E al tempo stesso si confrontava con gli spunti più concreti, con piste e ossessioni. Come gli altri.
 L'INCROCIO MALEDETTO
«Diverse notti - racconta Festa - andai all'incrocio di Casaltone. Ero convinto che lì  fosse una delle chiavi della vicenda». In effetti, durante la fuga, al bivio, lo scooter con Alessi e Salvatore Raimondi con il piccolo Tommy ancora vivo avrebbe dovuto prendere a sinistra, verso l'auto con Antonella Conserva. Ma, impauriti da un paio di fari alle spalle, i rapitori svoltarono a destra: lungo l'argine, poco dopo, comparvero i lampeggianti di una pattuglia e i due persero la testa. A Tommy quella svolta costò la vita tutta  da vivere. «Oltre che rabbia nei confronti di chi non ha mai dato prova di ravvedimento - prosegue Festa - provo ancora tanta tenerezza e incredulità. Com'è potuto accadere?». Increduli, gli investigatori lo furono fin da subito di fronte agli alibi di Alessi e ai suoi «i bambini non si toccano» sbandierati a gran voce.
«Coordinavo i servizi di  pedinamento - ricorda Festa -. Lui lo marcavamo stretto  24 ore su 24. Quando fu visto bruciare un foglietto davanti a casa, lo facemmo portare in borgo Riccio, dove c'eravamo trasferiti per seguire il caso». Gli si chiese che cosa avesse fatto la sera del 2 marzo, e lui parlò della spesa, dell'appuntamento di lavoro al bar Sagittario con un marocchino, di percorsi e tempi. «Incongruenze e falsità. Il marocchino lo smentì ed Elena (la titolare del locale, ndr) non ebbe tentennamenti a giurare  a me e a Fontana di non averlo proprio visto la sera del delitto». Il resto fu un precipitare verso l'epilogo. Al tramonto di quel primo aprile, un corteo di una decina di auto partì da borgo Riccio per strada del Traglione. «Il giorno più brutto della mia carriera: ce la metti tutta per il bene della collettività e alla fine ti confronti solo con la tua impotenza». Di Marco parla a nome proprio e degli altri della squadra Tommy. Dopo il rinvenimento del piccolo, fu lui ad accompagnare i pm a Martorano, dagli Onofri. Dolore aggiunto al dolore. Festa, invece, si trovò circondato dalla folla a Ponte Enza. «Credevano avessimo Alessi a bordo: lo avrebbero linciato». Anche Fontana dovette forzare il blocco. Nella semioscurità, qualcuno aveva scambiato il medico legale con l'arrestato. A colpi d'acceleratore, il poliziotto riuscì a farsi largo. Rientrò a casa alla solita ora assurda, anche se ormai tutto era finito. Non dormì nemmeno quella notte. E al mattino fu di nuovo sulla strada per borgo Riccio. «Guidavo e piangevo. Prima della città, urlai. Ero solo. Gridai fino quasi a farmi uscire il cuore dal petto».