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i 500 anni della basilica

Sgarbi: "Steccata, chiesa-teatro sulle orme del genio: il Parmigianino, un'esperienza totale"

Il celebre critico d'arte ha scritto un articolo, inserito nello speciale uscito oggi sulla Gazzetta dedicato ai 500 anni della Steccata

04 aprile 2021, 16:40

Sgarbi: "Steccata, chiesa-teatro sulle orme del genio: il Parmigianino, un'esperienza totale"

Ho visto la Basilica di Santa Maria della Steccata in almeno tre momenti essenziali e diversi della mia vita. La prima volta, nei lontani anni Settanta, ancora all’Università, per vedere gli affreschi del Parmigianino, testamento di un ingegno che, su quella impalcatura, dipinse le «vergini stolte» e le «vergini sagge», meditando come un filosofo per lunghi anni, contro ogni regola, contro ogni accordo. Il Parmigianino risponde soltanto alla sua mente e alla sua mano, dipinge per sé, serve alla sua visione, ai suoi sogni. Vasari racconta che cerca stimoli nell’alchimia per trasformare il mercurio in oro e io credo piuttosto per trasformare la materia in spirito. L’interpretazione è ingiusta ma restituisce le difficoltà e la nevrosi che agitano il Parmigianino:
«E questo avveniva perché, avendo cominciato a studiare le cose dell’alchimia, aveva tralasciato del tutto le cose della pittura, pensando di dover tosto aricchire congelando mercurio. Per che stillandosi il cervello, non con pensare belle invenzioni, né con i pennelli o mestiche, perdeva tutto il giorno in tramenare carboni, legne, bocce di vetro et altre simili bazicature che gli facevano spendere più in un giorno, che non guadagnava a lavorare una settimana alla capella della Steccata; e non avendo altra entrata, e pur bisognandogli anco vivere, si veniva così consumando con questi suoi fornelli a poco a poco. E, che fu peggio, gl’uomini della Compagnia della Steccata, vedendo che egli avea del tutto tralasciato il lavoro, avendolo per aventura, come si fa, soprapagato, gli messero lite; onde egli per lo migliore si ritirò, fuggendosi una notte con alcuni amici suoi a Casalmaggiore; dove, uscitogli alquanto di capo l’alchimie, fece per la chiesa di Santo Stefano, in una tavola, la Nostra Donna in aria, e da basso San Giovambatista e Santo Stefano. E dopo fece (e questa fu l’ultima pittura che facesse) un quadro d’una Lucrezia romana, che fu cosa divina e delle migliori che mai fusse veduta di sua mano; ma come si sia è stato trafugato che non si sa dove sia. È di sua mano anco un quadro di certe ninfe, che oggi è in casa di Messer Niccolò Buffolini a Città di Castello; et una culla di putti, che fu fatta per la signora Angiola de’ Rossi da Parma, moglie del signor Alessandro Vitelli, la quale è similmente in Città di Castello. Francesco finalmente, avendo pur sempre l’animo a quella sua alchimia, come gl’altri che le impazzano dietro una volta, et essendo di delicato e gentile, fatto con la barba e chiome lunghe e mal conce, quasi un uomo sabatico et un altro da quello che era stato, fu assalito, essendo mal condotto e fatto malinconico e strano, da una febre grave e da un flusso crudele, che lo fecero in pochi giorni passare a miglior vita».
Ne esce una figura inquieta e romantica che, alla Steccata, ebbe il suo rifugio e il suo teatro. 
Molti anni dopo, agli inizi del nuovo millennio, in occasione delle celebrazioni per il quinto centenario della nascita del Parmigianino, nel 1503, si aprirà alla Steccata un cantiere per il restauro degli affreschi del sottarco del presbiterio, un’occasione per vedere il Parmigianino da vicino, in un contatto fisico e spirituale insieme, un privilegio per la mia generazione. Nella condizione per poter decidere come amministrare quel vantaggio, in qualità di Presidente del Comitato, a fianco delle mostre, immaginai uno spettacolo che raccontasse gli ultimi dieci anni del Parmigianino e l’esperienza totale della Steccata. Così, approfittando delle impalcature dei restauratori, immaginai la chiesa come un teatro. Avevo già messo in scena a Genova la morte di Cleopatra, ispirata al quadro del Guercino di Palazzo Rosso, interpretata da Ottavia Fusco, con la regia di Andrea Liberovici. Era un monologo di concezione più semplice, con l’attrice davanti al dipinto.
Alla Steccata la situazione era complessa ma anche più stimolante. Scrissi per l’occasione il testo «Dialogo dell’amore e della morte». Erano protagonisti: Parmigianino interpretato da Massimo Populizio, in alto, delirante sulla impalcatura, all’altezza delle Vergini, pensandole prima che affrescandole; nel pulpito, nel ruolo del predicatore, immaginai il Vasari, interpretato da Umberto Orsini: severo, austero, solenne. Sul fondo, nell’abside, silenziosa ma eloquente, come un’apparizione, Antea, interpretata da una perfetta e ieratica Sabrina Colle.
Fu un’esperienza travolgente, in grado di restituire, nella sintesi di un tempo stretto, il dramma, tra il tormento e l’estasi, del Parmigianino in nove lunghi e folgoranti anni. L’esperienza del teatro era per me relativamente nuova (proprio a Parma avevo preparato, per il teatro di Busseto, la regia del Rigoletto con l’orchestra Toscanini, su richiesta del glorioso presidente, precocemente scomparso, Gianni Baratta). L’impegno e il risultato furono esaltanti.
Non riesco più a tornare alla Steccata senza rivedere nella memoria quella riabilitazione unica del momento di più intensa creatività della storia della Basilica.
La terza fase, assai vicina, è quella della maturità, e anche di una consacrazione solenne, il rito del Sacro imperiale angelico Ordine costantiniano di San Giorgio, istituzione del Ducato di Parma, che ebbe il suo tempio e la sua sede conventuale in Santa Maria della Steccata dagli inizi del Settecento per volontà di Francesco Farnese. In un giorno luminoso, alla presenza del principe Carlo Saverio di Borbone e del marchese Diofebo Meli Lupi di Soragna, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Ordine, sono stato insignito del titolo di commendatore. Anche in questo caso uno spettacolo nel teatro della Basilica, con la celebrazione della santa Messa del vescovo di Parma. Grande solennità negli amplissimi spazi.
La Basilica Magistrale di Santa Maria della Steccata è un santuario mariano costruito a Parma tra il 1521 ed il 1539. Sul sito dell'attuale chiesa esisteva dal 1392 un oratorio eretto per ospitare la venerata immagine di san Giovanni Battista dipinta a fresco sulla parete esterna di una casa di strada San Barnaba (oggi via Garibaldi): l'edificio divenne poi sede di una Confraternita intitolata alla Vergine Annunciata per distribuire doti matrimoniali per le fanciulle povere.
Verso la fine del XIV secolo sulla facciata dell'oratorio fu dipinta una Madonna allattante, oggetto di particolare devozione da parte dei parmigiani; l'area dell'edificio era protetta da uno «steccato», per regolare l'afflusso: da qui il titolo di Madonna della Steccata. Per custodire meglio la preziosa immagine, nel 1521, cinquecento anni fa, i congregati decisero di far erigere un grande santuario. Il 4 aprile del 1521 il vescovo di Lodi Nicolò Urbani pose la prima pietra dell'edificio: i lavori furono affidati agli architetti Bernardino e Giovan Francesco Zaccagni da Torrechiara, che avevano già diretto il cantiere della chiesa abbaziale di San Giovanni, e dal 1525 proseguirono sotto la supervisione di Gian Francesco d'Agrate; la cupola fu innalzata tra il 1526 ed il 1527 da Antonio da Sangallo il Giovane, che era stato inviato a Parma da papa Clemente VII.
La chiesa fu consacrata il 24 febbraio del 1539 dal cardinale Gian Maria Ciocchi del Monte, legato papale nei ducati di Parma e Piacenza.
Nel 1718, papa Clemente XI sottrasse il santuario alla Congregazione che l'aveva voluta per donarla al duca Francesco di Parma e Piacenza, che ne fece la sede dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio, l'ordine equestre il cui gran magistero era stato ceduto nel 1699 da Andrea Flavio Comneno ai Farnese.
L'edificio ha una pianta a croce greca, con bracci posti sugli assi cardinali e chiusi da quattro grandi absidi simmetriche, e tra i bracci sorgono quattro cappelle quadrangolari da sempre destinate al culto. È difficile stabilire a chi spetti la paternità del progetto della chiesa, il cui impianto ricorda la soluzione concepita dal Bramante per San Pietro in Vaticano; Vasari, nelle Vite, afferma che fu fatta, «come si dice, con disegno ed ordine di Bramante».
La cupola centrale del Sangallo è invece di chiara derivazione romana. La pianta ricorda, anche per la mancanza di un campanile, il tempio della Consolazione di Todi. Anche se  vi sono numerose differenze: tra gli arconi della crociera e le absidi vi sono sezioni di volta a botte, mentre sull'esterno degli angoli della croce ci sono cappelle, per cui  le spinte non insistono sui muri esterni dell'edificio come avveniva a Todi. 
L'esterno è suddiviso in absidi e cappelle d'angolo (1° livello), tetto e presbiterio (2°), cupola (3°).
La posizione delle finestre è studiata in funzione dei dipinti interni e la luce si diffonde in maniera graduale in tutta la chiesa. Le campate intermedie si trovano leggermente in penombra, l'abside riceve un'illuminazione diffusa abbondante, e anche la Cupola è colpita da una luce intensa. A questo proposito è molto importante il ruolo delle foglie d'oro negli archi traversi e della doratura del rame delle rosette nelle volte a botte.
L'ingresso principale in origine si apriva sul piazzale a sud e venne spostato sull'abside orientale solo nel XVIII secolo.
All’interno vediamo ovunque affreschi di scuola parmense del XVI-XVII secolo: l'intera decorazione pittorica era stata inizialmente affidata al Parmigianino, che riuscì a realizzare solo in parte i pregevolissimi affreschi del sottarco orientale con le Tre vergini savie e le tre vergini stolte; i lavori saranno proseguiti da Michelangelo Anselmi, che realizzò gli affreschi con l'Incoronazione della Vergine nel catino absidale orientale (su disegno di Giulio Romano), e da Bernardino Gatti, che dipinse l'Assunzione di Maria nella cupola.
Interessanti sono anche i lavori di ebanisteria per gli arredi sacri della sagrestia nobile e gli stalli del coro dei cavalieri.
Nel 1823, per volere di Maria Luigia d'Austria, fu realizzata una cripta per conservare i sepolcri dei duchi e dei principi delle case Farnese e Borbone-Parma (le ceneri vennero trasferite dalla chiesa di Santa Maria del Tempio): nel 1851 venne posto all'ingresso della chiesa il gruppo con la Pietà di Tommaso Bandini, dedicato alla memoria di Maria Luigia, e nel 1905 vi fu traslato anche il monumento funebre ad Adamo di Benedetto Antegnati.
Dopo cinquecento anni la Steccata è ancora integra, forte e imponente. Possiamo definirla: il Tempio della vita.