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IL DISCO

“Catch bull at four”, la “svolta” di Cat Stevens

“Catch bull at four”, la “svolta” di Cat Stevens

di Michele Ceparano

14 Gennaio 2022,18:08

In questo 2022 compirà cinquant'anni uno degli album più interessanti di un gigante del pop come Cat Stevens, dopo la conversione Yusuf Islam. Per il cantautore britannico, baciato fin dagli esordi dalla musa Euterpe, è anche un deciso passo avanti dopo alcuni lavori molto buoni e di successo - “Tea for the tillerman”, “Mona Bone Jakon” e “Teaser and the firecat”, che contengono pezzi indimenticabili; due su tutti “Lady d'Arbanville” e “Morning has broken” - che lo hanno consacrato, grazie a memorabili ballate, cantore dell'amore e del fiabesco. In “Catch bull at four” la riflessione sulla vita e il destino dell'uomo diventa, invece, più profonda con momenti e brani davvero intensi. Una sorta di svolta, non solo musicale, a partire dal titolo e dalla copertina di ispirazione Zen, “La cattura del toro”. Rappresenta una tappa importante nella ricerca spirituale di Stevens che sfocerà anni più tardi nella conversione del cantautore all'Islam.

Il disco contiene alcune “perle” a partire da “Sitting”, un brano che può essere letto come la storia di un uomo sulla via della conversione. In “The boy with a moon and star on his head”, uno dei pezzi sicuramente più riusciti dell'album, il cantautore torna in qualche modo al fiabesco, ma per presentare una sorta di presepe dall'atmosfera orientale. Una riflessione sul potente concetto dell'amore.

Ma Stevens ancora una volta si conferma un sopraffino creatore di immagini. La riprova è nella sirena protagonista di “Angelsea”. Lei “si increspa sulle acque” e “sparge diamanti sulla spiaggia”, è “una padrona dei maghi” e “una danzatrice per gli dei”. Chissà se Stevens a quei tempi aveva letto Tolkien. Da questi versi potrebbe sembrare di sì.

“O'Caritas” è, invece, quasi tutta cantata in latino e suonata anche con il bouzouki, tradizionale strumento greco, omaggio alle origini greco-cipriote del padre. Un testo che, ai tempi del liceo, mise alla prova i giovani fans dell'artista. Non esisteva, infatti, ancora il web con le traduzioni simultanee. A questo brano, definito apocalittico, così come “Ruins” che chiude l'album, è affidato il messaggio che la speranza può salvare un mondo avviato su una china pericolosa. Il latino dà quel tocco di mistero in più a una canzone avvolgente.

Ci sono, però, anche la prorompente “Can't keep it in”, le dolci e mai banali “Silent sunlight” e “Sweet scarlet”, “Freezing steel”, più rock che pop, e “18th Avenue”, incubo in musica, come sottolineato tra parentesi, a Kansas City.

Dopo “Catch bull at four” Stevens continua a sfornare album interessanti. L'anno dopo, infatti, vede la luce “Foreigner” che contiene una suite lunga oltre diciotto minuti. Del resto è il 1973 e il prog ne fa largo uso; non va, a tal proposito, dimenticato che due miti di questo genere come Peter Gabriel, al flauto in “Katmandu”, e Rick Wakeman, al piano in “Morning has broken”, avevano suonato con lui. Così ci prova anche lui, con buoni risultati. Nel '74 esce “Buddha and the chocolate box” che contiene brani importanti come “Oh very young”, “King of the trees” e “Home in the sky”, quest'ultimo una vera dichiarazione d'amore per la musica.

O' Caritas - YouTube

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