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Delitto di Vicofertile Al processo le parole choc della ragazza che ha assistito all'omicidio di Daniele Tanzi

Maria Teresa: «Quella notte Patrick era come se avesse il diavolo dentro»

di Georgia Azzali

28 Gennaio 2022,14:34

Una figura che mulina fendenti. Che affonda il coltello più volte su Daniele, addormentato accanto a lei, su quel materasso abbandonato nell'ex fabbrica di Vicofertile. E' un'ombra tra le ombre nel buio dello stanzone di quella notte, tra il 4 e il 5 maggio scorso. Finché non si alza il cappuccio, e Maria Teresa Dromì vede il suo ex fidanzato, Patrick Mallardo. «Come se avesse avuto il diavolo dentro», scandisce davanti ai giudici della Corte d'assise.
Due ore di udienza per distillare l'orrore dell'aggressione. E per raccontare quel rapporto di quattro anni con Patrick, fatto di passione, addii e riconciliazioni, insulti e botte, almeno secondo quanto dice Maria Teresa. Lei che a tratti sembra così sicura di sé, più grande dei suoi 19 anni, stessa età di Patrick, eppure spesso anche così incerta e confusa, come una ragazzina piena di dubbi. Fa fatica a ricordare quanti mesi (o forse settimane) ha convissuto con Mallardo, a casa dei genitori di lui, tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021. Ma poi aveva scelto Daniele Tanzi, la sua stessa età, anche se, lo confessa senza tanti infingimenti rispondendo alla domanda di Francesco Savastano, uno dei difensori di Mallardo, in quei mesi era uscita due volte con Patrick. «Quel giorno, nel pomeriggio, eravamo stati al Parco Ducale con altri amici, e c'era anche Mallardo, poi io e Daniele abbiamo deciso di andare alla fabbrica (la struttura di Vicofertile, ndr) - spiega Maria Teresa in aula, rispondendo alle domande del pm Fabrizio Pensa -. Abbiamo fumato, hashish, poi ci siamo addormentati. E a un certo punto io sento una presenza accanto a me. Una persona incappucciata che ci attacca».


Infierisce su Daniele. Più di 30 le coltellate che saranno rilevate tra cuore e polmoni. «E' durato un po'», e la voce si incrina. «Mi sembrava un incubo, non capivo. Poi mi ha buttata a terra e mi ha colpito al braccio, mi ha anche rotto il labbro inferiore e avevo un occhio tutto arrossato. Io chiedevo aiuto, gli dicevo: “ti do quello che vuoi”. Si è fermato, perché mi sono svegliata, ho reagito, altrimenti mi avrebbe uccisa».
Poi comincia la messinscena. Il tentativo di depistaggio, almeno secondo quanto racconta Maria Teresa. Lui la fa scendere al piano inferiore dello stabile diroccato. «Io tenevo lo sguardo basso, ma ho visto che si è tolto i calzini. Sì, era arrivato sopra senza scarpe, altrimenti lì si sarebbe sentito, si muoveva tutto», spiega rispondendo a una delle domande di Francesco Mattioli, il difensore di parte civile della famiglia Tanzi.
Maria Teresa vede mentre si sfila i calzini, ma Patrick si sarebbe cambiato anche la felpa, considerando che una delle maglie solitamente indossate da Mallardo è poi stata ritrovata nel canale che passa accanto alla «fabbrica». E sulla premeditazione si gioca gran parte del processo: l'aggravante che da sola potrebbe costargli l'ergastolo, anche se a Patrick vengono contestati anche i futili motivi, i maltrattamenti e le lesioni nei confronti di Maria Teresa, il porto abusivo del coltello, la minaccia per commettere reato e la simulazione di reato.
Perché poi Patrick avrebbe impartito ordini precisi a Maria Teresa sulla versione da fornire alla polizia. Doveva dire che lui era arrivato lì perché lei lo aveva chiamato e gli aveva chiesto aiuto perché lei e Daniele erano stati aggrediti da uno sconosciuto che poi era scappato. «Se non vuoi che uccida anche te, fai così, mi aveva detto. Io l'ho fatto, perché comunque già pensavo di dire la verità una volta da sola con i poliziotti», spiega Maria Teresa.
E la mistificazione regge, seppure solo fino a metà pomeriggio del giorno dopo, quando Patrick fa le sue prime ammissioni, seppure senza un avvocato al fianco. Ma prima era stato lui, a mezzanotte e quaranta, a chiamare il 118, dicendo di essere accorso dopo la richiesta d'aiuto della sua ex fidanzata. In realtà era vero che la ragazza gli aveva inviato quattro messaggi WhatsApp, subito dopo cancellati, per fargli sapere che lei e Daniele erano nella «fabbrica». «Gli avevo mandati anche agli altri della compagnia - precisa rispondendo a una domanda del suo avvocato, Alex Silvestri, che la assiste come parte civile -. E comunque era stato Patrick a farmi conoscere la fabbrica».
Ma è su quel rapporto tra lei e Patrick che insistono i difensori di Mallardo, Francesco Savastano e la collega Raffaella Santoro. Su quel lasciarsi e riprendersi fatto di ripicche, tradimenti reciproci. Su lei che il giorno dell'omicidio chiede a Patrick di vedersi e chatta con lui. Su lei che in un messaggio del 15 aprile scrive a «Daniele di spaccare la faccia a chi la insulta, come faceva Patrick». «Ero intrappolata nella sua ossessione», dice Maria Teresa passandosi nervosamente una mano tra i capelli. Ma è lo stesso Patrick, intercettato mentre telefona dal carcere ai genitori, che la «scagiona»: «Ho fatto un casino, però lei non c'entra nulla».
Lo sguardo acquoso, sembra quasi un ragazzino impaurito sul banco degli imputati. Eppure, quella notte di maggio è solo una sequenza di ferocia.
Georgia Azzali

© Riproduzione riservata

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