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lutto

Addio a Manfredi Saginario, il buon samaritano della medicina

Il neurologo e psichiatra aveva 94 anni

Addio a Mafredi Saginario, il buon samaritano della medicina

di Claudio Rinaldi

19 Maggio 2022,21:12

Se n’è andato Manfredi Saginario, il buon samaritano della medicina. Lo salutiamo così, con le lacrime agli occhi e il cuore gonfio, con questa definizione – azzeccatissima, come sa chiunque l’abbia conosciuto – coniata tanti anni fa da un anziano primario e che diventò il titolo di un articolo che la «Gazzetta» gli dedicò qualche anno fa. Ne andava molto fiero, il Professore. Era davvero un buon samaritano che aveva dedicato la vita alla medicina e, prima ancora, a fare del bene al prossimo. Era unico: per la bontà, la disponibilità, la vivacità intellettuale e l’entusiasmo. Era un’istituzione, al punto da essere diventato un modo di dire tipico parmigiano: c’è uno che non sembra avere tutte le rotelle a posto? «Bisogna mandarlo da Saginario».

Se n’è andato a 94 anni, in ospedale, dove era ricoverato da alcuni mesi. Di sicuro ha pregato padre Pio fino all’ultimo momento: lo avrà pregato come ha fatto tante altre volte in cui non si era sentito bene: «Non fare scherzi, è presto per il commiato dalla vita terrena, i miei pazienti hanno bisogno di me».

Il primo pensiero va alla dolcissima Giuliana, la moglie adorata, una vita insieme e 61 anni di matrimonio, e ai figli: Antonio, neurologo e psichiatra (lavora al Dipartimento di salute mentale di Piacenza), e Maria Grazia, psicologa. E poi alle migliaia e migliaia di pazienti, di amici, di persone che gli hanno voluto bene, perché se l’è meritato.

La previsione di padre Pio

Era pronipote di padre Pio (la nonna del santo e quella materna del Professore erano sorelle) ed è stato, per tutta la vita, il suo migliore “ambasciatore” lungo lo stivale: ha portato centinaia di pellegrini a Pietrelcina, distribuito un’infinità di santini. C’era un rapporto strettissimo, nato il giorno in cui il giovane Manfredi, spinto dai genitori, andò da padre Pio, per raccontargli della sua idea di fare il missionario e della sua passione per la medicina. Gli disse anche, con un po’ di imbarazzo, che le donne non lo lasciavano proprio indifferente, anzi ammise che gli sarebbe piaciuto sposarsi: «Devi fare il medico – tagliò corto padre Pio – farai del bene con il camice». «La tua voce sarà più importante della mia – aggiunse – perché farai carriera, arriverai in alto: e sarai ascoltato. Più di me: perché io indosso il saio e la gente che viene da me è prevenuta».

Settant’anni di professione

Dal 1951, anno della laurea (con lode), a oggi fanno più di settant’anni di professione: al di là di qualifiche e specializzazioni (neuropsichiatra, neurologo, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta) e delle numerosissime cariche, Saginario è stato, prima di tutto, un medico. Padre Pio aveva visto giusto: era quella la sua vera vocazione. Con una vitalità impressionante, fino a un paio di anni fa ha girato l’Italia in lungo e in largo per visite e consulti. Il suo ambulatorio storico è in via Trento, ma riceveva anche a Piacenza, Sassuolo, Firenze e Roma. E trovava il tempo – sempre! – per visitare un amico in ospedale, per una telefonata a un paziente in difficoltà o a un collega per avere informazioni sulle condizioni di un amico ammalato.

Il tifo per il Parma

Staccava la spina solo per la partite del Parma: a quelle non avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Si definiva «ultrà del Tardini» e raccontava, con un pizzico di orgoglio, di essere stato espulso dalla tribuna centrale. Gli avevano fatto capire che non era gradito perché urlava troppo. «È vero, ma almeno allo stadio potrò̀ urlare, o no? Sempre e solo cose corrette, mai detto una volta in vita mia cornuto all'arbitro – ha raccontato in un’intervista –. Se urlo in casa mia moglie mi dà  del matto. Se urlo per strada chiamano il 118. Allo stadio io urlo. Incito i giocatori più deboli, troppo facile incitare i più forti. In tribuna laterale, adesso, mi tollerano». Storico abbonato dei crociati, ha sempre acquistato qualche abbonamento in più, per poterlo prestare a qualche amico: era il suo modo di dare un contributo al “suo” Parma.

«Io non sono mai stato granché appassionato di calcio – racconta il figlio Antonio – ma andavo al Tardini per stare con lui. Quando sono nato mi ha regalato una maglia del Parma. Se fossi diventato calciatore dei crociati lo avrei fatto felice: ma l’ho reso felice lo stesso, avendo scelto di seguire le sue orme iscrivendomi a Medicina e poi specializzandomi nelle sue branche».

Lo studio rivoluzionario

Arrivò a Parma perché il padre aveva avuto un posto da maestro d’arte all’istituto Lambruschini, nella Certosa di via Mantova. Il liceo Romagnosi (fu compagno di classe di Giorgio Torelli) e poi Medicina. Fresco di laurea, cominciò a occuparsi di demenze, fece i primi elettroshock. E si ritrovò un po’ per caso relatore a un congresso a Bologna che sarebbe entrato nella storia della psichiatria. Lo studio dell’équipe di ricerca parmigiano era molto all’avanguardia. Troppo, si temeva: tant’è che il direttore della clinica non trovò il coraggio di presentarsi. Il suo vice nemmeno, idem il vice del vice. A Bologna fu spedito il neolaureato, che non si rendeva conto di quanto rivoluzionario fosse lo studio, ma lo capì quando cominciò a sentire brusii di disapprovazione e poi addirittura vide congressisti che lanciavano banane contro il palco dal quale parlava. Era davvero rivoluzionario, quel lavoro: perché si sosteneva – nel 1951 – che gli psicofarmaci avrebbero cambiato il mondo, combattuto la follia e permesso di chiudere i manicomi. Nella storia della psichiatria, il relatore di quel giorno compare come il quarto in assoluto, nel mondo, ad avere parlato di psicofarmaci.

La carriera

Da lì in poi, una carriera scoppiettante, con un numero imprecisato di visite (solo come giovane neuropsichiatra della Cassa malattia, nei primi anni di lavoro, ha calcolato di averne fatto trentamila), di partecipazioni a convegni, di pubblicazioni di lavori scientifici su riviste italiane e internazionali. Nel 1968 la nomina a primario della Divisione neurologica dell’ospedale regionale di Parma a Soragna (sezione distaccata) e poi dell’ospedale di Fidenza (dal 1978 al ’96), dove, uno dopo l’altro, aprì centri dedicati alla sclerosi multipla, alle malattie neuromuscolari, alle vasculopatie cerebrali, alla cefalea, all'epilessia, alla demenza, alla spasmofilia, ove attivò un servizio di training autogeno. La sua Divisione neurologica venne classificata tra le 100 migliori strutture italiane ospedaliere e universitarie.

Una parte del merito dei successi della Divisione spetta anche a Beppe Grillo. Il Prof e il comico diventarono amici dopo essersi conosciuti casualmente a Atene, davanti al Partenone. Per raccogliere fondi, Saginario chiedeva a Grillo di fare spettacoli benefici («Non mi ha mai detto di no – ha raccontato una volta –. Si arrabbiava perché mettevo il biglietto a 50 lire e quindi lui era obbligato a fare spettacoli di due ore»). Furono raccolti quasi 50 milioni: cifra iperbolica, in quegli anni, preziosissima per fare ricerca.

I riconoscimenti

Primario emerito dell’ospedale Maggiore e dell’ospedale di Vaio, cittadino onorario di Fidenza, premio Sant’Ilario (attestato di benemerenza nell’edizione 2015). Tutti titoli e premi di cui andava orgoglioso. Ma il riconoscimento più bello erano le telefonate di pazienti vecchi e nuovi, le richieste di consigli, di visite (durante il lockdown si era anche attrezzato per farle sfruttando le piattaforme tecnologiche).

A chi scrive mancheranno le mille dimostrazioni di amicizia, le telefonate affettuose (che si erano diradate, durante la degenza all’ospedale: ma mai interrotte), i consigli per una terapia e le “dritte” per la «Gazzetta», di cui è sempre stato un fedele e attentissimo lettore. Ci mancherà perché era unico, il Professore. Ma resterà sempre nel cuore, questo straordinario buon samaritano della medicina.

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