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VOLONTARIATO

Quei campi di volontariato che fanno crescere i nostri figli - Foto

Progetto di Csv Emilia. Dal 2012 sono stati accolti centinaia di ragazzi

01 Agosto 2022,07:04

«I Campi di volontariato hanno un obiettivo forte, che è quello di accompagnare i giovani a trovare un proprio posto nel mondo e nella vita, comprendendo cosa significhi prendersi cura di una comunità». Si possono descrivere in tanti modi diversi, ma Francesca Bigliardi, coordinatrice dei Campi di volontariato, un progetto di Csv Emilia, realizzato insieme a diverse associazioni del territorio, ha scelto questa definizione, perché per i ragazzi che partecipano, questi sette giorni condivisi, rappresentano più di uno spazio dove mettersi a servizio degli altri e sono, infatti, un esercizio continuo alla solidarietà e al confronto con il mondo.
Esistono dal 2012 e finora hanno accolto centinaia di ragazzi con età e trascorsi diversi. «La durata dell’esperienza, che è di una settimana, restituisce il senso della comunità - chiarisce Bigliardi -. I campi esortano i ragazzi a riflettere sui temi ambientali, sull’integrazione con coetanei provenienti da altri Paesi e con persone con vulnerabilità o fragilità. Ogni campo ha dei testimoni adulti, che sono operatori e volontari di un’associazione e che invitano i giovani ad affrontare diverse questioni, chiedendo loro un aiuto manuale, come può essere la pulizia di un sentiero in montagna o l’organizzazione di un centro estivo con dei coetanei disabili, e infine invitandoli a pensare al significato di questo fare insieme ma non in modo didascalico. In ogni campo, infatti, ci sono momenti strutturati in cui si prova a definire, a parole, ciò che si vive durante la pratica e queste fasi sono bellissime». E se all’inizio per i ragazzi coinvolti è difficile far emergere il proprio vissuto, poi la bellezza arriva. «Spesso, prima ci sono i silenzi, ma una volta compreso che c’è fiducia da parte dei coordinatori, si concretizzano delle riflessioni bellissime, che insegnano molto anche a noi - aggiunge la coordinatrice -. Tanti giovani, al termine dell’esperienza, ci dicono di essersi trovati un po’ come in famiglia e questo ci mostra come le parentele (con amici nuovi, coetanei e anche con l’ambiente circostante) si possano costruire e non siano necessariamente solo quelle tra consanguinei». Durante le esperienze con gli altri, i giovani approcciano il tema dei diritti. «Un altro obiettivo è costruire delle relazioni significative per ricordare ai ragazzi che in una società che premia sempre l’autonomia, l’indipendenza e la capacità di emergere da soli, questa esperienza dimostra la centralità dell’amicizia, mettendo al centro il legame, che significa vincolo, interdipendenza e anche assunzione di responsabilità», ha puntualizzato Bigliardi. E se lo scopo conclamato di questo progetto è quello di «riabilitare alle relazioni», la pandemia ha inevitabilmente imposto molte riflessioni. «Nel 2020, cogliendo questo disagio, abbiamo organizzato dei campi (senza pernottamento), perché sentivamo che i giovani ne avevano bisogno - ha aggiunto Bigliardi -. La necessità c’è ancora ed è forte, perché oltre a quello delle relazioni, che sono state un po’ bloccate, si avverte quella del rapporto con gli adulti, visto che siamo stati molto impegnati in altro in quella fase e non abbiamo capito fino in fondo, quanto per loro fosse centrale il legame d’amicizia. Alla loro età le relazioni sono il pane e i capisaldi. Forse la pandemia ha restituito uno sguardo molto lucido dei giovani sugli adulti, perché non tutti hanno compreso che la posta in gioco per gli adolescenti era molto più alta. I campi sono degli strumenti che noi abbiamo per dire ai ragazzi che lo sguardo verso di loro esiste e che loro sono importanti per il mondo». Anche se i campi accolgono persone di età diverse, il progetto è rivolto, in particolare, ai ragazzi dall’età adolescenziale in su, perché, come spiegato dalla coordinatrice «è quell’età in cui si pone, in modo forte, il tema della costruzione della propria identità»: «In quella fase dobbiamo progettare la nostra personalità e il significato da dare alla vita: se da bambino il confronto relazionale è più prossimo, tra i 15 e i 19 anni si cercano identificazioni nuove e, di solito, si mette in discussione il contesto familiare, si tende a un allontanamento da esso e si cerca di trovare soluzioni personali, mettendo alla prova le strutture emotive che si sono sedimentate prima, e un posto nel mondo. I ragazzi devono sentirsi sorretti dagli adulti, ma soprattutto capire che anche loro sono importanti per noi e che, quindi, anche la relazione educativa è fatta davvero di reciprocità».

Al lavoro con un'associazione o una cooperativa su diversi temi: ambiente, disabilità e integrazione
Ai Campi di volontariato, che iniziano a giugno, poco dopo la fine della scuola, e terminano con il mese di luglio, possono partecipare tutti. Il Csv li organizza ogni anno, suddividendoli in campi residenziali (con pernottamento) e diurni, anche se la durata è sempre di circa sette giorni. Come spiegato da Bigliardi, alcuni si svolgono in contemporanea e sono organizzati insieme alle diverse associazioni che aderiscono al progetto. «I ragazzi vivono l’esperienza di volontariato 24 ore nella sede di un’associazione o di una cooperativa, lavorando per l’ambiente, la disabilità, l’integrazione, l’interculturalità, le migrazioni e lo sviluppo di comunità e in ogni campo le giornate sono scandite dal lavoro pratico e da momenti dedicati alla socializzazione», ha specificato la coordinatrice. Il Campo agro-solidale alla fattoria di Vigheffio, con la cooperativa EMC2, il Campo Natura al rifugio Mariotti al Lago Santo, con il Club Alpino Italiano, il Campo Bambini presso la Fondazione Stella Polare a Catania, con l’associazione Amurt Italia che collabora con Fondazione Stella Polare, il Campo Zen al Monastero sulle colline di Salsomaggiore, con l’associazione Fudenji e con i ragazzi de Il Faro 23, il Campo insieme ad Alberi di Vigatto, con l’associazione Fa.Ce, il Campo Ambiente al parco Bizzozero in città, con Legambiente, il Campo al Faro 23 a Salsomaggiore, con l’associazione al Faro 23, e il Campo intercultura, condotto dall’associazione Kwa Dunìa, con i giovani rifugiati e richiedenti asilo accolti da Ciac sono state le proposte di quest’anno.

«Qui nascono relazioni senza bisogno di parole»
«Ho scelto il Campo insieme, ad Alberi di Vigatto, dell’associazione Fa.Ce che si occupa di ragazzi con disabilità: le nostre attività erano legate principalmente al loro intrattenimento, ma ci siamo divertiti moltissimo anche noi».
Benedetta Viarigi ha 16 anni e quando racconta la sua esperienza di volontaria sottolinea come quella settimana non l’abbia solo «formata»: «Ero partita con l’idea che sarei andata per aiutare gli altri, mentre invece ho ricevuto più di quanto abbia dato, trovando un’ottima compagnia e tanti amici. Le attività più interessanti sono state quelle teatrali o quelle legate al circo, ma uno dei momenti più belli è stato sicuramente la visita a Casa Cervi: in quell’occasione i ragazzi sono apparsi entusiasti, perché la storia è stata presentata loro in modo così avvincente che tutti potessero comprenderla e apprezzarla».
Al centro del Campo insieme, guidato dagli educatori dell’associazione, ai giovani volontari è stato richiesto anche tanto lavoro manuale, come la smielatura e l’invasamento del miele, la cura dell’orto e del verde, la raccolta di noci (con annessa produzione del nocino), un laboratorio di master chef e un altro del riciclo e piccole costruzioni di falegnameria, ma anche la pittura delle arnie.
«I ragazzi presentano caratteristiche diverse nella loro disabilità e la bellezza di questa esperienza è stata anche nel vedere i differenti modi di esprimersi - ha sottolineato la 16enne -. Ho imparato a capire come si crea una relazione anche senza bisogno di parole, per esempio, o a come mostrare il proprio affetto in modo nuovo. Uno dei momenti che ricorderò? Il saluto di tanti, che con i loro piccoli gesti mi hanno fatto capire quanto mi rimarranno dentro». Stella Bergenti ha 19 anni e frequenta Comunicazione interculturale all’università di Torino e quest’estate ha scelto di partecipare al Campo intercultura condotto da Kwa Dunìa, con alcuni coetanei (rifugiati o richiedenti asilo) accolti da Ciac. «Avevo già partecipato in precedenza ed ero rimasta molto colpita dall’esperienza, ma ho scelto questo campo per mettere in pratica ciò che studio, a livello più teorico e nozionistico, in ateneo - racconta -. Gli spunti di riflessione, partiti dal nostro condividere quotidiano, sono stati tanti: svegliarsi e cucinare insieme o fare attività molto semplici è stato come raccontare noi stessi, mettendoci in relazione. Mi sono resa conto di venire da un contesto molto fortunato, mentre ci sono coetanei che hanno un passato molto denso ed è bello ascoltarli quando vogliono condividere». A colpirla in modo particolare è stata la storia di un giovane partito dalla Somalia, arrivato in Italia al termine di un viaggio molto tormentato, fatto di barconi affondati e di cinque tentativi di migrazione. «Ora è qui e sta cercando di ricostruire la sua vita da zero: la sua forza mi ha sorpreso e mi ha dato tanta forza - ha concluso la 19enne -. Al campo c’erano persone provenienti dalla Somalia, dal Pakistan, dall’Ucraina, dall’Etiopia, dall’Italia e un giovane italiano ma originario delle Mauritius. Tutti, però, eravamo alla pari e oltre alle attività quotidiane, abbiamo fatto alcuni laboratori di lingua per apprendere gli uni dagli altri».

Zanzucchi del Cai: «Al lago Santo per imparare la cura della natura e di chi è in difficoltà»
«Programmiamo campi da circa otto anni e i gruppi sono molto eterogenei: non c’è alcuna limitazione alla partecipazione e, anzi, da sempre, cerchiamo di offrire questa possibilità soprattutto ai ragazzi con più difficoltà».
Roberto Zanzucchi, presidente del Cai sezione Parma, che si occupa del Campo natura al rifugio Mariotti al lago Santo, è soddisfatto dell’esito dell’esperienza di quest’anno fatta con i gruppi. «Oltre all’aiuto al rifugio che ci ospita, che comunque è un presidio culturale, di sicurezza e che genera beneficio a chi frequenta la montagna, c’è stata un’importante attività legata alla cura dei sentieri all’interno del parco nazionale, nella zona attorno al rifugio (cioè Lagdei, Lago Santo e Lagoni), con l’idea che se è pulito non presenta pericoli e risulta più fruibile per tutti - spiega Zanzucchi -. In particolare, nel campo di fine giugno abbiamo realizzato e adattato un sentiero già esistente a persone con ridotta mobilità, allungandolo e facendo un anello che diventa 1,2 chilometri. Nel campo di luglio, i ragazzi hanno realizzato altri lavori, ma una giornata è stata dedicata all’organizzazione di un’escursione con alcuni volontari dell’Anmic e con un paio di persone a mobilità ridotta, che sono stati trasportati con alcuni dispositivi appositi. È stata una bella chiusura, perché c’è stata un’ottima sinergia tra diverse associazioni. Facendo anche molta montagna-terapia abbiamo fatto capire loro che il beneficio è notevole sia per chi ne usufruisce, sia per chi accompagna. I ragazzi si sono resi conto che il loro lavoro andava a beneficio di persone con maggiori difficoltà e hanno percepito l’importanza di azioni come queste». Come sottolineato da Zanzucchi, oltre ad aver «abbandonato» per qualche giorno cellulari e smartphone per dedicarsi alla montagna, i partecipanti ai Campi natura hanno anche dimostrato interesse e attaccamento all’ambiente. «Questa è un’esperienza a 360°: si vive nei luoghi della montagna, ci si adatta alle loro condizioni, c’è attenzione all’uso dell’acqua e al mantenimento della pulizia dei luoghi - ha concluso Zanzucchi -. Inoltre, si sono dimostrati attenti anche agli aspetti geologici dell’Appennino descritti dagli esperti, utili non solo a conoscere l’ambiente, ma fondamentali per comprendere quanto sia importante la cura».

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