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Violenza sulle donne «Non chiamatela emergenza. Serve un impegno collettivo»

Dibattito organizzato dall'Associazione Marino Savini. Annibali: «Aumentare le pene non è un deterrente per chi è violento». Frigeri. «Indispensabile la formazione degli operatori: chiedere aiuto non è mai facile»

14 maggio 2019, 10:25

Violenza sulle donne «Non chiamatela emergenza. Serve un impegno collettivo»

La violenza sulle donne? «Non chiamatela emergenza: le sue radici sono profonde, culturali, e se non le si riconosce è impossibile trovare le risposte giuste». E' questo l'appello corale uscito dal dibattito organizzato nei giorni scorsi alla Corale Verdi dall'Associazione Marino Savini. 
Certi rapporti di forza  tra i generi, la sottovalutazione di una educazione a relazioni sane partendo da bambine e bambini, il ruolo (oggi ancora troppo defilato) degli uomini di fronte a una violenza che colpisce in tanti modi le donne: da questi elementi che «fanno cultura» è partita l'introduzione della sociologa Catia Boni, socia dell'associazione.
«La violenza sulle donne affonda le radici in un patriarcato che caratterizza i rapporti tra generi anche qui - ha confermato Lucia Annibali, deputata Pd, membro della Commissione Giustizia della Camera  e portatrice di una vicenda personale emblematica. - Aumentare le pene non è un deterrente per chi è violento: sono azioni che nascono da caratteristiche personologiche. E' impossibile prevedere certe azioni e arrivare in tempo, però attraverso narrazioni informate possiamo aiutare le donne spiegando loro quali sono gli strumenti a disposizione. Che ci sono: è ingiusto presentare la giustizia come nemica». «C'è bisogno - ha continuato - di uscire dalla propaganda della politica e dalla spettacolarizzazione delle storie personali. Servono risorse per  politiche che pensino agli uomini, anche a quelli che sono in carcere per questi reati: occupandoci di loro ci occupiamo delle donne che li incontreranno una volta usciti. E servono risorse, soprattutto, per aiutare le vittime: devono riconquistare una propria autonomia, reinserirsi nel mondo del lavoro». 
I percorsi complessi delle vittime sono stati delineati dalla presidente del Centro Antiviolenza Samuela Frigeri: «Bisogna partire dalle esigenze di ciascuna, non ci sono soluzioni fisse perché ogni storia è diversa. L'importante è che queste donne capiscano cosa possono fare e abbiano fiducia in chi le accompagna. Per questo è indispensabile una formazione specifica di ogni operatore che entra in contatto con loro, dalle forze dell'ordine ai servizi sociosanitari: anche una domanda sbagliata, benché in buona fede, può incidere». Il perché è all'origine: «La richiesta d'aiuto non è mai facile: ci si sente in colpa, si deve parlare di qualcosa che viene vissuto come un fallimento. E se non ci si trova accolte e ascoltate, il percorso diventa ad ostacoli». O un vicolo cieco. «Senza considerare che spesso la donna viene trattata da imputata».
A parlare di reticenza di molti uomini («quasi lesa maestà») a considerarlo un problema culturale collettivo, che tocca la vita di tutti, è stata la giornalista della Gazzetta  Chiara Cacciani, che ha sottolineato anche l'importanza delle parole che raccontano la violenza sulle donne. «“Raptus” o “gelosia” non la raccontano affatto» . 
« Per vincere questa battaglia dobbiamo uscire dagli schemi - ha detto Gabriele Balestrazzi, giornalista e co-fondatore di Maschi che s'immischiano - . E' sbagliato accontentarsi di aver ragione: dobbiamo trovare il linguaggio giusto per smontare certe tesi. E guardarci per prima cosa, noi uomini, allo specchio: ciascuno di noi può fare qualcosa». Anche solo smettere di ridere a una battuta inutilmente sessista. «Ma intanto siamo qui a parlarne  grazie a un uomo, Rocco Caccavari», ha aggiunto.  
«Il punto - ha concluso Annibali - è che questo tema ci richiama tutti come soggetti partecipanti della società». Nessuno escluso. r.c.

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