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Non dormi e non ti passa? Insonnia, come curarla

Non coinvolge solo la notte, ma anche la vita diurna: come recuperare la normalità

09 agosto 2020, 08:24

Non dormi e non ti passa? Insonnia, come curarla

Anna è una donna di 42 anni, che soffre da anni di insonnia, condizione che influisce anche sul suo rendimento diurno. Madre single di tre ragazzi adolescenti, Anna ha sperimentato per la prima volta l'insonnia otto anni fa, quando il fallimento ha minacciato la sua piccola impresa. Sebbene l'attività si sia ripresa un anno dopo, l'insonnia di Anna è rimasta da allora praticamente invariata.  Anna sente che occuparsi dei suoi affari e dei suoi figli esaurisce molta della sua energia. La sua insonnia l'ha costretta a rinunciare alla vita sociale, compresi gli hobby e gli allenamenti in palestra. Demotivata e stressata, assume quattro o cinque tazze di caffè al giorno per rimanere attiva e cerca di coricarsi ogni volta che le è possibile.  Anna ha assunto vari ipnotici e diversi antidepressivi. Nonostante il beneficio iniziale ricavato da alcuni di questi farmaci, Anna ha rinunciato alla cura dopo alcune settimane a causa dei loro effetti collaterali o per mancanza di efficacia.  Indirizzata a un Centro del Sonno, Anna si sottopone ad esami specialistici che escludono la presenza di un disturbo respiratorio o di una sindrome delle gambe senza riposo. Alla donna vengono raccomandati i seguenti consigli di igiene del sonno: ridurre l'assunzione di caffeina, evitare di dormire fino a tarda mattinata, non controllare la sveglia durante la notte, dedicarsi ad una lettura leggera quando non è in grado di dormire. Nelle sessioni di terapia cognitiva Anna impara a gestire i comportamenti serali errati.   Dopo sei mesi, il sonno di Anna è migliorato. Ora dorme male solo 1-2 notti a settimana. Le viene prescritto un ipnotico da utilizzare saltuariamente e solo al bisogno. Si avvale della collaborazione di una segretaria che le alleggerisce il lavoro e le consente di dedicarsi nuovamente all’attività fisica e alle relazioni sociali. 

L'EZIOLOGIA
 L’insonnia si definisce iniziale quando l’individuo fatica ad addormentarsi, intermedia quando il sonno è intervallato da pause di veglia, terminale quando la persona si sveglia prematuramente e non riesce a riprendere sonno. Rientra nella categoria di insonne anche chi dorme tutta la notte ma si sveglia ugualmente stanco e poco riposato. 
 L’insonnia può essere la conseguenza di sindromi dolorose, 
stati febbrili, lesioni del sistema nervoso centrale, malattie psichiatriche, ipertrofia prostatica, reflusso gastro-esofageo, patologie cardiache, carenza di ferro, fattori ormonali, menopausa. Più semplicemente, l’insonnia può essere
 dovuta a sovraffaticamento, 
preoccupazioni ansiose, cattive abitudini alimentari, stili di vita irregolari. 
Gli anziani dormono spesso male a causa di malattie organiche,
 ansia, depressione, emarginazione sociale, maggiore incidenza di disturbi del sonno come le apnee notturne o la sindrome delle gambe senza riposo, assunzione di farmaci che hanno un impatto 
sulla vigilanza o sul ritmo sonno-veglia. Anche il lavoro a turni può alterare il sonno, mentre l'attività lavorativa in generale così come i conflitti affettivi o le preoccupazioni possono essere fonte di stress acuto o rappresentare un disagio psicologico cronico come nel caso di Anna. 
LA DIAGNOSI
La diagnosi dell'insonnia prevede un colloquio clinico basato sulle abitudini del sonno, sull’ambiente in cui si dorme, sugli orari di lavoro, sui fattori circadiani. Appositi questionari e diari del sonno aiutano a indagare la salute mentale e fisica, mentre l’esame obbiettivo ed eventuali approfondimenti strumentali o esami di laboratorio forniscono informazioni per inquadrare il disturbo del sonno nel contesto generale della vita del paziente. Nelle forme di insonnia complessa o nelle insonnie che non rispondono alla terapia è opportuno che il paziente si rivolga a un Centro di Medicina del Sonno. 

LA PATOLOGIA
Come abbiamo visto nel caso di Anna, l’insonnia coinvolge non solo la notte ma anche la vita diurna. Difficoltà di concentrazione, problemi di memoria, attenzione ridotta, stanchezza, sonnolenza, rendimento lavorativo o scolastico compromesso, irritabilità, disturbi dell'umore, aumentata tendenza a commettere errori o incidenti sono comuni nelle persone insonni. Dormire poco e male aumenta anche il rischio di ipertensione arteriosa, infarto del miocardio, scompenso cardiaco, obesità e diabete. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità l’insonnia occupa la posizione n. 11 nella classifica delle maggiori patologie neurologiche. In genere, l’insonnia scompare spontaneamente dopo la cessazione del fattore scatenante. Se invece diventa persistente può continuare per mesi o anni. In Italia, l’insonnia cronica interessa quasi 7 milioni di persone con un costo sociale medio di quasi 800 euro/anno per ogni malato. 
Come nella storia di Anna, l'insonnia transitoria può subire una cronicità indipendente dall'evento precipitante ma mantenersi nel tempo per la presenza di fattori perpetuanti, spesso attribuibili al mancato rispetto delle regole di igiene del sonno o a un condizionamento negativo. In pratica, il cervello impara a dormire bene, se dorme bene; impara a dormire male, se dorme male. Questo vuole dire che ogni cura per l’insonnia (farmacologica o comportamentale) diventa una riabilitazione, come quando, dopo un infortunio a una spalla, dobbiamo sottoporci ad un programma di fisioterapia per la ripresa funzionale dell’articolazione.
 LA TERAPIA
Per curare l’insonnia, Anna si è sottoposta alla terapia cognitivo-comportamentale che le ha consentito di apprendere tecniche di rilassamento, psico-educazione e igiene del sonno. In genere, bastano 4-8 sedute individuali o di gruppo gestite da uno psicologo addestrato nelle malattie del sonno. Molti pazienti si rivolgono invece ai prodotti naturali come valeriana, lavanda, biancospino, camomilla, teanina, luppolo, oppure alla melatonina, mentre l’approccio farmacologico prevede l’uso di ipnotici (benzodiazepine, imidazopiridine) o di antidepressivi sedativi. Nella storia di Anna, i farmaci per dormire hanno dato beneficio solo nelle fasi iniziali della terapia. In ogni caso, l’assunzione di farmaci ipnotici non dovrebbe superare le 4 settimane e va sempre accompagnata da sorveglianza medica. 
Liborio Parrino
 *Responsabile del Centro di Medicina del Sonno  dell'Azienda ospedaliero-universitaria  di Parma