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Aiuto, non ricordo! Quei vuoti di memoria

31 ottobre 2020, 09:20

Aiuto, non ricordo! Quei vuoti di memoria

ISABELLA SPAGNOLI

Dove ho messo le chiavi? In che strada ho parcheggiato la macchina? A che ora ho preso appuntamento domani mattina con il dentista? Quante volte ad ognuno di noi è capitato di avere dei vuoti di memoria, comunemente chiamati lapsus? Quando ci si deve preoccupare? L’abbiamo chiesto a Marco Spallazzi, responsabile dell’Ambulatorio disturbi cognitivi della Neurologia della nostra Azienda ospedaliero universitaria. 


«Esistono in realtà diverse tipologie di memoria: ad esempio quella procedurale (come il giocare a tennis,in modo inconsapevole, una volta imparato), quella di lavoro (che permette l’utilizzo di informazioni per un breve lasso di tempo come il memorizzare un numero di telefono da comporre), quella semantica (che riguarda le nostre conoscenze generali sul mondo) – distingue Spallazzi -. Esiste poi la memoria episodica, importante per l’individuo perché è quella degli eventi della nostra vita, e, da un punto di vista clinico, perché è quella che maggiormente si collega con le prime fasi della malattia di Alzheimer, la più frequente causa di demenza. Ecco, la memoria episodica è quella che noi utilizziamo nel nostro agire quotidiano. Quella del famoso: dove ho parcheggiato la macchina?».


 IL REBUS? L'ATTENZIONE
Spallazzi spiega che non tutti i tipi di memoria hanno lo stesso rischio intrinseco di essere collegati a una determinata progressione neurodegenerativa. «Spesso il paziente lamenta vuoti di memoria, ma, in realtà, si deve tenere conto che quest’ultima ha un prerequisito: l’attenzione – aggiunge l’esperto -. Esistono fasi della vita in cui le nostre risorse attentive, per motivi diversi (stress psicofisico, sonno disturbato, stanchezza, vari tipi di malattia) vengono a mancare e quindi noi percepiamo un deficit che sembra di memoria ma in realtà è prevalentemente di attenzione».


SPIA DI QUALCOS'ALTRO
 Spallazzi spiega che il lavoro del medico è quello di cercare di capire quali sono i pazienti che presentano deficit di memoria spie di qualcosa di diverso e più grave. «Quando un paziente lamenta un deficit di memoria deve essere preso in carico da un punto di vista clinico. Lo specialista dovrà capire se il disturbo perdura nel tempo (almeno sei mesi), è progressivo, e magari si associa anche ad altre modificazioni cognitivo-comportamentali. Inoltre, ulteriore fattore di rischio è rappresentato dalla conferma e “oggettivizzazione” del deficit da parte di un familiare.


DUE COMPONENTI
Spiega Spallazzi che fondamentali per il corretto funzionamento della memoria sono due componenti. «Quando arriva una qualsiasi informazione al nostro cervello deve esserci una struttura in grado di immagazzinarla, e questa operazione è svolta dall’ippocampo. Inoltre, per essere funzionali, non solo dobbiamo essere in grado di immagazzinare le tracce mnesiche, ma anche di “tirarle fuori” al momento giusto. Ciò si chiama rievocazione. Quest’ultima non fa capo all’ippocampo ma risponde a network più diffusi, prevalentemente frontali. La distinzione fra queste due componenti è importante perché soprattutto il deficit di immagazzinamento e di funzionamento ippocampale è collegato all’Alzheimer; in questo caso il paziente fa molta fatica a immagazzinare nuove informazioni. Per fare un esempio: un uomo non ricorda dove ha messo le chiavi ma in un secondo momento ha “un’illuminazione” o è aiutato da un suggerimento e gli torna in mente. Rievoca, cioè, l’informazione. Questo significa che nel suo cervello l’ippocampo ha lavorato adeguatamente, immagazzinando l’informazione, e il paziente ha solo faticato a recuperare quel ricordo. Chi è affetto da Alzheimer invece, anche con l’aiuto di indizi e suggerimenti, non riesce a ricordare la determinata informazione». 


DOMINI COGNITIVI
Infine Spallazzi parla  dell’importante figura professionale del neuropsicologo e dell’esame neuropsicologico nell’iter diagnostico dei disturbi di memoria: «Quando si sospettano deficit di memoria veri e propri la persona va dal proprio medico che prescriverà una prima visita presso un ambulatorio territoriale o ospedaliero dedicato ai disturbi cognitivi. Il paziente verrà quindi sottoposto a dei test validati per osservare come funzionano i diversi domini cognitivi, in particolar la memoria episodica (indagando se esiste immagazzinamento e rievocazione) scoprendo, in questo modo, i deficit a maggiore rischio di progressione». Il neurologo pone l’attenzione sull’importanza della prevenzione. «La primissima prevenzione è rappresentata dalla scuola. La nostra scolarità, infatti, è come un piccolo tesoretto che nel momento in cui insorge un processo neurodegenerativo fa si che le sue conseguenze cliniche si possano spostare avanti nel tempo. Poi è importante il controllo dei fattori di rischio cardiovascolari, fare attività fisica regolare, non essere sedentari, e coltivare stimoli mentali».