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Ostaggi della paura: ecco come affrontare l'ipocondria

di Giovanna Pavesi -

11 novembre 2020, 10:18

Ostaggi della paura: ecco come affrontare l'ipocondria

Si manifesta con una preoccupazione eccessiva riguardo il proprio stato di salute ed è un disturbo d’ansia. Perché l’ipocondria spinge a osservare ogni sintomo e interpretarlo come se fosse il segnale reale di un problema. La diffusione del Covid-19 ha amplificato questa paura, così come il timore di ammalarsi. C’è, infatti, chi inizia a fare caso ai brividi di freddo, chi si misura la temperatura più volte al giorno e chi consulta di continuo i siti di notizie.

La paura e la sua funzione 
«La paura è un’emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza. Se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. In questa complessa situazione, è normale sperimentare la paura giusta, quella che ci protegge dal rischio di essere contagiati e di contagiare, spingendoci ad attuare tutte le misure preventive e cautelative. Ma se questa emozione sommerge la ragione e iniziamo a percepire il virus come un pericoloso predatore inarrestabile, possono subentrare lo stato d’ansia e, a volte, gli attacchi di panico. Questo avviene quando la percezione del pericolo di contagi viene generalizzata, azzerando la consapevolezza dei comportamenti preventivi e cautelativi messi in atto e arrivando a sentire ogni situazione come rischiosa», spiega Patrizia Antonella Ceroni, psichiatra e responsabile del CSM Parma Nord Ovest.
Le emozioni e lo stress
Soprattutto in una fase così delicata, la specialista ricorda quanto sia necessario considerare che, accanto al timore di ammalarsi, agiscono contemporaneamente altre emozioni, potenziali fonti di stress, come la paura di poter contagiare i familiari e il senso di colpa nei loro confronti. «Agiscono su di noi anche i vissuti di ansia, tensione, tristezza, senso di smarrimento, solitudine e rabbia di fronte all’imprevedibilità di un contesto che, improvvisamente, non risponde più alle aspettative che ci siamo costruiti nel corso del tempo», aggiunge Ceroni. 


Sintomi dalla paura 
«La presenza di sintomi comuni alle forme virali stagionali, come febbre, tosse secca e spossatezza, non deve indurci alla certezza della positività al Covid-19, dovendo, invece, prendere in considerazione anche la presenza di fattori di rischio, come l’avvenuta esposizione a contatti sociali con modalità non protette dall’uso della mascherina e del distanziamento sociale oppure il contatto con soggetti positivi asintomatici. La sola sintomatologia non deve farci pensare automaticamente ed esclusivamente al nuovo coronavirus», chiarisce la psichiatra che, invece, definisce in ogni caso indispensabile «fare riferimento al proprio medico curante, anche attraverso la consultazione telefonica». 
La negazione del virus
Ma se la reazione spaventata di fronte alla diffusione del Covid-19 è principalmente legata alla paura del contagio, Ceroni ricorda anche la possibilità che alcuni soggetti assumano atteggiamenti di negazione: «È un meccanismo di difesa primitivo, che comporta l’esclusione automatica della consapevolezza di un certo aspetto disturbante della realtà, oppure l’incapacità di riconoscere il suo vero significato. Vi sono situazioni nella vita adulta in cui può essere considerato normale il ricorso alla negazione, per esempio nelle prime fasi di un lutto. Ma per essere funzionale, il ricorso alla negazione, oltre a essere ragionevolmente transitorio, deve essere facilmente rettificabile, quando si entri in possesso di informazioni che lo contraddicano, come nel caso della pandemia». Come specificato dall’esperta, infatti, l’atteggiamento individuale di negazione adottato da alcuni, che porta a sottovalutare il rischio e a non attuare i necessari comportamenti di protezione, si intreccia alla psicologia collettiva, che fa ricorso a un altro meccanismo di difesa: «È tra i più primitivi ed è quello della proiezione, che porta ad attribuire sentimenti ostili a una o più persone, identificate come colpevoli della realtà spiacevole. Da qui possono trarre origine le svariate teorie negazioniste e complottiste insorte attorno alla pandemia». 


La «pandemic fatigue» 
Al «negazionismo difensivo», la psichiatra mette in relazione la cosiddetta «pandemic fatigue», descritta dall’Organizzazione mondiale della sanità come una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica, soprattutto perché la gravità e la dimensione dell’epidemia hanno richiesto un’implementazione di misure invasive. «È una stanchezza mentale per cui si desidera fare una cosa ma poi non la si fa, perché mentalmente faticosa e quindi si rinuncia. Questa forma di stanchezza è insidiosa poiché all’inizio non è facilmente riconoscibile. Uno dei segnali è l’insofferenza verso le regole per contrastare l’epidemia. Anche se all’inizio c’è stata una risposta positiva nell’accettare le restrizioni, con il tempo, può diventare insostenibile, anche a causa della mancanza di un orizzonte temporale», spiega Ceroni, la quale conferma che questa «fatica» può colpire chiunque e a qualsiasi età (gli adolescenti passano da un’adesione meticolosa alle norme a comportamenti di trasgressione di ogni regola).
Ansia, coping e resilienza 
Come spiegato dalla specialista, i diversi vissuti emotivi, come la paura di ammalarsi e di contagiare, il senso di incertezza e di impotenza non sono ugualmente presenti e identici per intensità in tutti, ma si legano, invece, ad alcune fragilità presenti prima dell’emergenza, che possono fungere da ulteriori fattori di rischio rispetto alla possibilità che si attivino aspetti di malessere e disagio psichico. «Ci sono fattori di protezione che ognuno possiede e che può mettere in campo nel momento del bisogno. Tra questi, c’è la capacità di coping, la caratteristica di ciascuno di resistere e adattarsi alle condizioni sfavorevoli. A questo concetto si aggiunge la resilienza, che fa riferimento alla capacità di riorganizzarsi al meglio dinnanzi a una situazione di crisi, generando un mutamento positivo nell’individuo, da cui può derivare un cambiamento altrettanto positivo del suo ambiente di vita e della società che lo circonda», aggiunge Ceroni.   E se nella prima fase del lockdown non si registrava un aumento di richieste ai servizi di salute mentale, nei primi mesi dell’autunno, invece, si è determinato un incremento di attività che, secondo la dottoressa, era atteso: «Diversi studi hanno evidenziato come in caso di eventi epidemici straordinari è verosimile attendersi un aumento di sintomi ansiosi e depressivi, di comportamenti auto ed etero-aggressivi, di disturbo post-traumatico da stress e di episodi di depressione maggiore».

 

 STRATEGIE   E' importante ricordare - spiega Ceroni - che la percezione della realtà può cambiare molto nel momento in cui proviamo emozioni negative. Un primo passo è saperle riconoscere e dare loro il nome giusto. Un consiglio? Praticare semplici tecniche di rilassamento, per esempio concentrandoci per 5-10 minuti su un respiro lento e regolare». Fondamentale è la condivisione: «Aiuta a non sentirsi soli e a prendere la giusta distanza dalle nostre emozioni. Le esperienze di supporto tra pari, che da anni si affiancano ai servizi specialistici della salute mentale, si fondano sul principio del riconoscere, non giudicare e prestare ascolto». Utili anche i programmi psicoeducativi disponibili online. «Occorre restare in contatto con familiari e amici, utilizzando piattaforme social» ed «assumere un atteggiamento equilibrato con i media».