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Tumore ovarico: a Parma un centro d'eccellenza contro il «killer silenzioso»

di Giovanna Pavesi -

13 dicembre 2020, 14:34

Tumore ovarico: a Parma un centro d'eccellenza contro il «killer silenzioso»

 Agisce in silenzio, non dà particolari sintomi e della sua presenza ci si accorge tardi. Lo definiscono il «killer silenzioso» proprio perché, in molti casi, nel momento in cui si rende manifesto lo fa in una fase avanzata della malattia. A oggi, non esiste una procedura di screening che lo identifichi nella sua forma pre-invasiva e, anche se poco frequente, il tumore ovarico è considerato dagli esperti un «sorvegliato speciale». E visto che circa un 80% di queste neoplasie vengono diagnosticate al terzo stadio, prima ci si accorge della loro presenza, maggiori sono le possibilità di sopravvivenza.
 Il 26 novembre, nel corso di un webinar organizzato dall’assessorato della Regione Emilia-Romagna alle Politiche per la Salute, è stato chiarito il percorso clinico assistenziale adeguato per le donne affette dalla patologia.
 «Nel 2018, il lavoro della commissione istituita dalla dottoressa Kyriakoula Petropulacos ha portato alla formalizzazione di un documento regionale, il PDTA (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, ndr), che delinea i dettagli della presa in carico di una donna con un tumore ovarico, malattia che non deve essere dispersa, che ha ancora un’alta mortalità e, soprattutto, che deve essere trattata nelle sedi opportune. La prognosi, infatti, è estremamente correlata al tipo di trattamento che le donne ricevono», chiarisce Roberto Berretta, dirigente medico dell’Azienda ospedaliera di Parma e responsabile della Chirurgia ginecologica-oncologica, ricordando che «nel momento in cui una paziente viene presa in carico da un centro di riferimento, come quello di Parma, è statisticamente significativa la sua maggior sopravvivenza» . 
L’Emilia-Romagna è stata una delle regioni più attente allo sviluppo del PDTA e la sua rete per il trattamento di questa patologia è costituita da Centri ospedalieri di I°, II° e III° livello. Parma rientra nella seconda tipologia e ha il compito di prendere in carico la donna, completare il suo iter diagnostico, attivare un gruppo multidisciplinare (costituito da ginecologo-oncologo, oncologo-medico, radioterapista, genetista e anatomo-patologo) e mettere a punto la corretta strategia terapeutica, offrendo le cure più promettenti. 
«Accentrare i casi in centri specializzati aumenta le possibilità di un inquadramento e di un trattamento adeguato. Infatti, dal 2017 a oggi le diagnosi sono triplicate e la scelta di concentrare tutte le pazienti al Maggiore ha portato a un buon risultato, perché dal 2018, Parma è il secondo centro regionale per numero di casi trattati e più casi vengono trattati, migliori sono le performance. Inoltre, l’attività chirurgica è proseguita nonostante il Covid», aggiunge il chirurgo, confermando che «il percorso funziona» grazie alla concentrazione delle migliori risorse tecnologiche a disposizione. 
Simona Scalercio, presidente del comitato provinciale di Loto Onlus, l’associazione per la lotta al tumore ovarico, che aiuta le pazienti e raccoglie fondi, ricorda l’importanza degli strumenti adeguati: «A Parma ci siamo poste l’obiettivo di contribuire all’acquisto di una nuova colonnina laparoscopia, usata in chirurgia, che agevola una visione interna migliore». 
Come confermato da Berretta, un identikit della donna a rischio, se si escludono le pazienti colpite da una mutazione dei geni Brca, che le predispone a sviluppare in circa il 50% dei casi un tumore dell’ovaio, non esiste: «È importante indagare sulle pazienti che hanno una storia familiare importante e Parma è all’avanguardia, in quanto centro regionale di riferimento per la patologia eredo-familiare». 
Lo specialista consiglia a chi ha familiarità di chiedere al ginecologo o al medico di famiglia un consulto genetico e di prestare attenzione ai disturbi (vaghi) legati alla malattia (senso di pesantezza addominale, aumento della circonferenza, spossatezza o dimagrimento). 
«Suggerisco sempre una visita ginecologica all’anno, con ecografia interna, per valutare lo stato dell’apparato genitale interno, a oggi l’unica vera forma di prevenzione di questa malattia», conclude il medico.