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Bambini e Covid Cos'è cambiato

di Anna Maria Ferrari -

10 aprile 2021, 09:03

Bambini e  Covid Cos'è cambiato

Una bambina che vuole morire, ingoia sonniferi e si fa dei tagli alle gambe. Un ragazzino che non sta in sé, non contiene la rabbia, aggredisce chi cerca di aiutarlo.  E tanti, tanti  adolescenti che inciampano nell'anoressia e nella bulimia, affamati di relazioni e amicizie, stremati,  oltre ogni limite, dalla solitudine e dall'idea che non si veda la luce alla fine del  tunnel. Covid e bambini: è vero che la pandemia ha provocato pesanti danni alla salute mentale di bambini e adolescenti? Inoltre, parlando strettamente di virus, come si ammalano i bambini, quali sono sintomi da tenere d'occhio? Possono acquisire anche loro forme gravi di Covid?  Le varianti  hanno riportato l'attenzione sui giovani: ormai è chiaro che s'ammalano nel corpo e nella psiche. «Osserviamo non solo tanti  casi di positività tra i bambini e i ragazzi, ma anche  un' emergenza neuropsichiatrica in età pediatrica senza precedenti. Sono numerosissimi   i  pazienti che hanno bisogno di assistenza ospedaliera per problemi psichici acuti, un'ondata mai vista prima:  ragazzini tra 13 e 17 anni con tendenze al suicidio, abbiamo visto anche bambini di 10 anni già con sintomi di disturbi alimentari»:  a lanciare l'allarme è Susanna Esposito, direttrice della Clinica pediatrica dell'Ospedale del bambino dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Parma, presidente dell'Associazione mondiale per le malattie infettive  e disordini immunologici, professoressa ordinaria di Pediatria all'Università di Parma. Che aggiunge: «Dobbiamo lavorare fin da subito perché le scuole siano motore e riferimento per i ragazzi, le famiglie, le istituzioni e la società».

 In questi mesi ha visto un peggioramento nella salute mentale dei giovani?
Durante la prima ondata avevomo condotto uno studio che dimostrava come l'80 per cento degli adolescenti fosse  depresso. Per l'isolamento causato dal Covid, per la scuola chiusa, per l'assenza degli amici. Tutti noi pensavamo che i ragazzi potessero recuperare in fretta. Non è andata così. La situazione  si è trascinata, il numero dei minori che non ha retto è stato superiore a quanto ci aspettassimo. Da tempo in Ospedale  lavoriamo  in strettissima integrazione con l'Unità di neuropsichiatria infantile territoriale dell'Ausl di Parma, diretta dalla dottoressa Squarcia, e assieme seguiamo tanti  pazienti con queste problematiche. Oggi più che mai urge affrontare la gestione del paziente neuropsichiatrico di età pediatrica e la formazione specifica degli operatori, sia pediatri che  infermieri. E va affrontato  anche il problema logistico:  dove  ricoveri i bambini e i ragazzi con ideazioni suicidarie o psicosi all'esordio? Non è pensabile ricoverarli nelle psichiatrie dell'adulto.  Le Unità di pediatria devono inevitabilmente farsene carico con personale formato, dimettendo i pazienti in strutture intermedie territoriali non appena possibile.   A Parma, per fortuna, ci sono una Residenza di trattamento intensivo per minori a San Polo, la Casa della salute del bambino e dell'adolescente e, per le fasi di scompenso, l'Ospedale dei bambini. Si tratta di strutture che lavorano in rete, con un coordinamento unitario degli interventi in un'ottica di continuità assistenziale.  

 E' vero che con le varianti i bambini si ammalano di più e portano il contagio nelle famiglie?  
 Sicuramente la nuova variante inglese si trasmette maggiormente  del virus della prima ondata, di conseguenza  colpisce maggiormente anche i bambini. Con il Sars-Cov-2 della prima ondata,  molti studi  dimostrarono che,  all'interno dello  stesso nucleo familiare, i figli di genitori infetti non si sono infettati. Proprio così: alcuni  bambini non  erano  semplicemente asintomatici, ma qualcosa di più, cioè  non hanno contratto l'infezione. Questo ha portato a concludere che i bambini inizialmente si sono ammalati  meno di adulti e anziani.  Adesso, invece,  siamo di fronte a una variante che, a differenza del virus originario, contagia anche i bambini che prima erano resistenti all'infezione. Quindi direi sì, la trasmissione più elevata interessa anche i bambini e i ragazzi, che non mostrano più quella resistenza all'infezione che si era osservata in precedenza. Ma,  per favore, non commettiamo l'errore di cadere nella psicosi dell'untore.

Quali sono i primi sintomi del “nuovo” Covid nei bambini?
 Non c'è tanta differenza rispetto al Sars-CoV-2, ma diciamo che con la variante sono più comuni i sintomi respiratori  piuttosto che, ad esempio, le alterazioni del gusto e dell'olfatto.  I sintomi più comuni sono febbre, tosse, senso di malessere e affaticamento. 

Quando bisogna portare il bambino in Ospedale?
Diciamo che se il bambino fa fatica a respirare, è in uno stato di sonnolenza, non urina, va portato  al Pronto soccorso. C'è un importante  documento, steso da noi primari di pediatria dell'Emilia Romagna e pubblicato sotto l'egida della   Società italiana di pediatria che sottolinea, invece,  quando non andare all'Ospedale: se i sintomi sono lievi, il bambino può essere gestito a domicilio con sorveglianza telefonica ed  eventuale  visita da parte del pediatra curante. L'importante è  spiegare ai familiari quali sono le spie che indicano un aggravarsi della situazione, cioè distress respiratorio, dolore toracico, cianosi, alterazione dello stato di coscienza, oliguria, cioè ridotto flusso di urina, possibile spia di un problema ai reni.

È vero che il Covid si presenta in modo differente  a seconda dell'età del bambino? 
Diciamo che non ci sono differenze sostanziali, ma qualcosa cambia.  Maggiore è l'età del bambino, più  la sintomatologia diventa in parte simile a quella degli adulti. Nel bambino con il Covid nel primo anno di vita, il sintomo più frequente è la febbre alta,  sempre difficile da gestire. In questi casi spesso il bambino è ricoverato per la difficile gestione clinica domiciliare.  Tra 1 e 6 anni può verificarsi, anche se raramente, una complicazione che si chiama “sindrome infiammatoria multisistemica”, in cui spesso vi è un interessamento cardiaco. In questi casi il paziente deve essere ricoverato  in ospedale e, se il cuore è coinvolto o se vi è un'insufficienza respiratoria progressiva, è necessario trovarsi in una struttura dotata di terapia intensiva pediatrica.  Poi ci sono le fasce 6-12 e 12-17 anni, con una sintomatologia  sempre più simile a quella degli adulti. 

I bambini possono ammalarsi gravemente?
La malattia per ora non sembra colpire più gravemente i bambini. La complicazione più seria è appunto la  sindrome infiammatoria multisistemica: l'incidenza è di  2/100.000 casi, quindi è piuttosto rara. Di solito segue di 2-6 settimane l'infezione da Sars-CoV-2. I sintomi sono febbre persistente oltre i 38 gradi, uno stato infiammatorio sistemico con elevati indici di infiammazione, leucocitocisi neutrofila (un numero eccessivo di un tipo di globuli bianchi), linfopenia (bassi livelli di linfociti) e disfunzione d'organo. Contrariamente all'adulto, nel bambino l'apparato respiratorio risulta poco colpito con sintomi aspecifici quali tosse e  faringite, mentre predominanti per frequenza (70 per cento dei casi) e gravità sono l'interessamento dell'apparato gastroenterico e cardiovascolare con quadri di miopericardite e ipotensione fino allo choc, con necessità di terapia intensiva. Data la natura sistemica della sindrome, frequente è l'interessamento cutaneo con rash (eruzione cutanea), congiuntivite ed edema delle estremità.

Pensa che sia stato giusto chiudere le scuole? 
La scuola è il fulcro dello sviluppo del Paese, bisognava a mio avviso creare le condizioni necessarie per evitarne la chiusura. Sicuramente è un errore chiuderle, lasciando aperto il resto. Di recente, insieme agli esperti del comitato La Scuola a Scuola,  ho inviato una lettera aperta al ministro dell'Istruzione.  Ormai quest'anno è andato così, ma da settembre bisogna ripartire in modo completamente diverso. Il Covid non può essere rincorso e c'è un modo per tenere aperte le scuole: l'utilizzo massiccio dei test rapidi, fatti a tutti ogni 15 giorni, il monitoraggio delle acque reflue delle scuole primarie e secondarie nelle città più colpite dell'epidemia, la vaccinazione di massa degli insegnanti. Fondamentale è lavorare già ora per il prossimo anno scolastico, con una nuova alleanza tra istruzione e sanità.